“The heartbeat of Pink Floyd”: Nick Mason rifà a Milano il vecchio repertorio della band con i Saucerful of Secrets - RECENSIONE E SCALETTA

“The heartbeat of Pink Floyd”: Nick Mason rifà a Milano il vecchio repertorio della band con i Saucerful of Secrets - RECENSIONE E SCALETTA

A forza di contemplare a bocca aperta droni, scenografie colossali e proiezioni mirabolanti, a forza d’ascoltare questa roba in una versione pulita e talmente impeccabile che sembra uscire da un disco, a forza di farci irretire dal mito, ci siamo dimenticati che la musica dei Pink Floyd è stata in principio un meraviglioso guazzabuglio fatto di creatività sballata e fallibilità umana. Ce l’ha ricordato ieri sera Nick Mason agli Arcimboldi di Milano e dovremmo essergliene grati. Il suo spettacolo con i Saucerful of Secrets è una giocosa riproposizione del repertorio dei primi Pink Floyd priva dalla necessità di replicare le canzoni d’epoca timbro per timbro, suono per suono. Il concerto è anche il tributo del batterista al gruppo che non ha mai smesso di amare e che vorrebbe rivedere assieme. Come ha detto di recente al Guardian, “sulla mia tomba scriveranno: non sono sicuro che la band sia davvero finita”.

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Nick Mason, solista controvoglia che per buona parte della vita adulta s’è dedicato più alle auto da corsa che alla musica, uomo affabile e in apparenza nient’affatto preoccupato delle sorti dell’arte e del mondo, s’è di nuovo seduto dietro la batteria e gira il mondo con questa band di cinque elementi dedita alla riproposizione del repertorio che va dal ’67 al ’72. Scelta saggia, anche perché sono gli anni che negli spettacoli di Roger Waters e David Gilmour sono citati e mai approfonditi, sono gli anni in cui i Pink Floyd erano una banda stramba che girava l’Europa e la gente le tirava addosso le monetine. Ci hanno detto che la psichedelia cambiò il mondo. La verità è che il pubblico non voleva sentire un gruppo che cercava faticosamente e facendo qualche errore di lasciarsi alle spalle l’imprinting blues del rock bianco espandendo parti strumentali e immaginazione. No, il pubblico voleva ballare e sentire le cover di rhythm & blues americano. Sono gli anni, per dirla con Mason e con chi ascolta i dischi contando battute e analizza strutture e accordi, in cui “non sapevamo che cosa stavamo facendo”.

“Non siamo gli Australian Roger Waters”, dice Nick Mason a Milano quando prende per la prima volta la parola, accompagnato da un’ovazione. È una battuta, un riferimento all'Australian Pink Floyd Show e al fatto che questa è in qualche modo una tribute band. A leggerla con un po’ di malizia è anche un riferimento all’egemonia sulla band di Waters (e di Gilmour, a cui riserva una battuta simile). S’è molto parlato della presenza nella band del bassista Guy Pratt, già collaboratore dei Floyd di David Gilmour, e del chitarrista degli Spandau Ballet Gary Kemp, che si rivela versatile ed efficace dividendosi fra i ruoli di Waters, Barrett e Gilmour. Ma il contributo del chitarrista Lee Harris e del tastierista Dom Beken è altrettanto fondamentale. Avranno anche l’aspetto di dopolavoristi fuori età massima per il rock’n’roll, ma suonano tutti come dannati. Kemp, Pratt e in parte Harris si dividono le parti vocali. Bravi, ma non abbastanza da non far sentire la mancanza dei cantanti originali. Sono gli unici momenti in cui si soffre un po’ per l’effetto tribute band di lusso.

La band è efficace nei brani dal grande respiro narrativo che in qualche modo contengono i semi dei Pink Floyd di “The dark side of the moon”. Sono i pezzi più applauditi: “Obscured by clouds”, il medley fra “If” e “Atom heart mother”, “One of these days”, ma anche l’uno-due iniziale di “Interstellar overdrive” e “Astronomy domine”. Se la cavano benissimo anche con le canzoni anni ’60 legate al ricordo di Syd Barrett, “senza il quale non saremmo qui”, come ricorda Mason. La stranezza di quel repertorio viene a tratti normalizzata e in alcuni passaggi il carattere sballato delle composizioni è riproposto in modo lievemente teatrale e ironico. Poco interessante è la scelta di proporre in chiave banalmente hard rock “The nile song”, ma è uno sfizio di Pratt e glielo si perdona. “Quando preparammo il tour del 2006 David Gilmour ci chiese quali canzoni avremmo voluto suonare. Io suggerii ‘The nile song’. Lui suggerì di unirsi a un’altra band ed eccomi qua”.

L’atmosfera è questa: rilassata e divertente, come quando Mason si prende una rivincita e tesse le lodi di Roger Waters spiegando che però non è mai stato molto bravo a condividere, ad esempio il gong, che stasera in “Set the controls for the heart of the sun” suona il batterista. I cinque non hanno la paranoia di replicare le composizioni originale in modo filologico, anzi, le rifanno prendendosi parecchie libertà. Con un vantaggio: il suono. Ci s’impressiona per l’impatto che non emerge dalle incisioni d’epoca che sembrano scarne e remote se comparate all’amplificazione dei concerti rock contemporanei. A un certo punto Kemp ricorda quando vide i Pink Floyd per la prima volta a 14 anni d’età e definisce Mason “the heartbeat of Pink Floyd” e il musicista meno egocentrico del music business. Il carattere un po’ teatrale della serata è ribadito nell’ultimo bis. Non “A saucerful of secrets”, bella e applaudita, quasi la summa del progetto, ma la molto meno nota “Point me at the sky”, singolo del ’68, praticamente una sigletta finale: “Non ci resta che dirvi addio / È ora di partire, meglio prendere le cose e andarsene a gambe levate / Nessun pianto, è un addio”.

Se c’è un ruolo che Nick Mason può rivendicare non è quello di mente creativa dei successi dei Pink Floyd e nemmeno di batterista matto e talentoso e ingombrante come Keith Moon o John Bonham. È quello di fondatore della band, co-autore di alcuni grandi pezzi, strumentista capace con fill incisivi di dare carattere alla musica. Tornare a fare concerti riproponendo il repertorio dei Pink Floyd era una sfida – in fondo, il suo ultimo tour è stato quello di “The division bell” e la sua ultima apparizione importante è stata al Live 8 nel 2005. L’ha vinta lasciando a casa ogni fissazione da cover band e la solennità spesso associata ai Pink Floyd. In fondo, è la storia di un gruppo di freak che, a causa o forse in virtù di una conoscenza imprecisa dei propri strumenti s’inventa mondi e allarga le possibilità del rock, freak che ogni tanto vengono avvicinati da qualche spettatore che dice loro: “Ma lo sapete che io in bagno canto meglio di voi?”. Per raccontare questa storia forse ci voleva uno come Mason.

(Claudio Todesco)


SET LIST:

Interstellar Overdrive
Astronomy Domine
Lucifer Sam
Fearless
Obscured by Clouds
When you’re in
Arnold Layne
Vegetable Man
If / Atom Heart Mother / If
The Nile Song
Green Is the Colour
Let There Be More Light
Set the Controls for the Heart of the Sun
See Emily Play
Bike
One of These Days
A Saucerful of Secrets
Point Me at the Sky

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