NEWS   |   Pop/Rock / 10/09/2018

Lollapalooza Berlin 2018, o dei festival nell'epoca del cashless e del post-genere: un bilancio

Lollapalooza Berlin 2018, o dei festival nell'epoca del cashless e del post-genere: un bilancio

Una realtà complessa e sfaccettata come quella del Lollapalooza Berlin, che nella serata di ieri, domenica 9 agosto, ha chiuso la propria quarta edizione presso il complesso dell'Olympiapark - Olimpyastadion, nella capitale tedesca, è difficile inquadrala in poche righe: oltre a essere uno degli eventi di spicco sul panorama estivo dei grandi raduni all'aperto nel Vecchio Continente, lo spin-off europeo della storica manifestazione ideata da Perry Farrell nel 1991 può dirci molto circa lo stato di salute attuale del format festival e delle sue possibili evoluzioni. Conviene, quindi, essere analitici, e passare in rassegna una per una tutte le tessere che hanno composto il mosaico della due giorni appena conclusa. A cominciare da...

La location

Goodlive AG, la società organizzatrice del Lollapalooza Berlin, ha stretto un accordo quadro con le autorità locali per sfruttare gli spazi di Olympiapark e Olympiastadion anche nel 2019, e ha fatto bene: l'area, progettata per ospitare fino a centomila persone, è servita da tre linee di trasporto pubblico - la metropolitana U2 e le ferrovie urbane S3 e S9 - e raggiungibile dal centro città anche in bicicletta. Rispetto a Hoppegarten, lo spazio extraurbano che ospitò l'edizione 2017 del festival, è un paradiso, soprattutto in termini logistici: l'esperienza utente, sotto questo punto di vista, è più che positiva. Certo, assistere a un'adunata oceanica nello stesso posto dove Leni Riefenstahl girò "Olympia" un po' di effetto lo fa, all'inizio. Almeno fino a quando non vi passa di fianco un tizio vestito da unicorno bianco di peluche con due vodka tonic in mano...

L'organizzazione

Molto buona, occorre riconoscerlo, addirittura migliore rispetto lo scorso anno, con code brevi ai punti ristoro anche nelle ore di punta e nulle ai bagni, soprattutto a quelli sotto i due main stage: eccenzion fatta per la presa d'assalto ai punti di ricarica dei braccialetti cashless nella prima parte della prima giornata, la gestione del pubblico è stata all'altezza. C'è stata la pecca - grave - delle contestate serrate del parterre dello stadio sia nel corso della prima che della seconda serata: l'errore, in quel caso, è stato abbinare nomi di grande richiamo - come quello di David Guetta, sabato - a un palco dall'affluenza limitata, seppure molto ampia. La direttrice della manifestazione, Fruzsina Szép, per mezzo di un intervento sul Berliner Zeitung, si è scusata: "La sicurezza degli spettatori viene prima di tutto. E' la nostra prima volta, in questa location, e abbiamo molto da imparare". Resta il fatto che vedersi negato uno show per il quale si sono spesi dei soldi - per biglietto, viaggio, vitto e alloggio - non è una cosa né simpatica né corretta. Ma molto meglio incazzarsi per aver perso un concerto che finire sui giornali per essere finiti in una replica di Roskilde.
Il Lollapalooza non è a buon mercato, sia chiaro: biglietti a parte, a volersi concedere un pranzo e una cena (frugali e rigorosamente "street", ovviamente), oltre a qualche drink tra un set e l'altro, si supera comodamente il tetto di 50 euro a persona al giorno. E' tuttavia molto apprezzabile che gli organizzatori abbiano messo a disposizione del pubblico un paio di erogatori di acqua potabile gratuita nelle aree meno frequentate del pubblico e lontane dall'Olimpyastadion, dove comunque ci si poteva abbeverare liberamente presso i (tanti) bagni sotto le curve dello stadio. Macchine da soldi sì, ma con un'etica...

La line-up

Sovranista - come va di moda dire oggi, con una buona metà di artisti di casa a rappresentare la Germania sia tra gli headliner che tra le seconde file - il Lollapalooza 2018 non verrà probabilmente ricordato per il proprio cast, eccezion fatta, forse, per The Weeknd, al quale gli organizzatori sono riusciti a strappare una rara apparizione da questa parte dell'oceano Atlantico (l'altra, quest'anno, è stata al festival Mawazine di Rabat, in Marocco, lo scorso giugno). Gli altri nomi di spicco - National, Liam Gallagher e Imagine Dragons - sono stati tutti pescati tra quelli in tour in Europa in questo periodo: difficile, quindi, che un cartellone del genere faccia notizia. Qualche chicca sparsa qua e là nelle fasce orarie minori della rassegna - Alexis Taylor, Wolf Alice e Friendly Fires, giusto per citare i piatti forti serviti sull'alternative stage nel primo pomeriggio di domenica - dimostrano senz'altro la volontà di ridurre al minimo i punti morti nel programma, calibrando al meglio il climax in vista del gran finale sdoppiato tra main stage e Perry's Stage.

Il pubblico

Composta per la maggior parte da donne - alcune fonti locali parlando di una presenza femminile superiore al 60% - la platea del Lollapalooza berlinese è sì festaiola, ma anche attenta e disciplinata: in sostanza, il pubblico che ci si augura di trovare quando si va a un festival per vedere e sentire gruppi e non per farsi selfie e ubriacarsi. Attenzione, perché non è solo una questione di stile: il pubblico a un festival è il dodicesimo uomo in campo, e la risposta dal parterre è fondamentale per trasformare un'esibizione di routine - inutile nascondersi dietro a un dito: tutte quelle dei grandi gruppi in tour lo sono, si vedano i set di National e Imagine Dragons a Milano e Berlino, praticamente identici - in un live set da ricordare. Sotto questo punto di vista, il pubblico intervenuto all'Olympiapark l'8 e il 9 agosto scorsi è da promuovere.
Riguardo, invece, la gestione dell'ordine, alla mezzanotte di domenica le autorità locali hanno riferito al Berliner Morgenpost di aver avviato, nella sola giornata di sabato, 26 procedimenti penali nei confronti di altrettanti spettatori per reati come possesso di sostanze stupefacenti, aggressione, rapina e molestia sessuale.

Concludendo

"Che il set di uno come Guetta sia andato in 'overbooking' a un festival rock la dice molto sui tempi che stiamo vivendo", è stato uno dei commenti più frequenti che girava nella tarda serata di sabato di fronte alle proteste per la chiusura - disposta per ragioni di sicurezza - dei cancelli dell'Olimpyastadion prima del set del Dj francese. E' vero, i tempi sono questi. Ma siamo sicuri che il Lollapalooza - e il Coachella, e lo Sziget, e tutti gli altri grandi festival mainstream e generalisti - siano (ancora) festival rock, almeno nel senso tradizionale del termine? E siamo altrettanto sicuri che, oggi, un Lollapalooza uguale a com'era nei primi anni Novanta, con nel cast i vari Red Hot Chili Peppers, Nine Inch Nails, Primus e Smashing Pumpkins - solo per citare band ancora in attività - non tradisca lo spirito originario col quale Perry Farrell concepì la manifestazione, votata in tutto e per tutto alla contemporaneità - se non addirittura al futuro - e non al revival? Poi, certo, i gusti sono gusti: quanti - come chi scrive - avevano 15 anni quando esplose il fenomeno grunge, è improbabile che possano accogliere con favore estremo set come quelli del "Trap King" A$ap Ferg, dell'alfiere house-dance Jonas Blue o di Dua Lipa. Ma è anche vero che fino a nemmeno vent'anni fa, in Italia, erano sufficienti lievi discrepanze nei gusti della platea perché un concerto venisse interrotto da una sassaiola. Quindi chi pensa che l'entusiasmo per Guetta - a un festival che schiera, nella stessa line-up, nomi come quelli di National e Liam Gallagher - rappresenti un inequivocabile segno di decadimento culturale creda pure, magari anche a ragione, che i gusti musicali del pubblico attuale siano un po' di merda. Ma consideri anche - alla luce della convivenza pacifica e naturale tra generi davanti a un unico pubblico - che tutto sommato si stava peggio quando si stava meglio.
(dp)