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NEWS   |   Italia / 09/09/2018

Frankie Hi-Nrg rimane in trincea, ma nell’epoca della trap patinata il “rap contro” è morto: l'intervista

Frankie Hi-Nrg rimane in trincea, ma nell’epoca della trap patinata il “rap contro” è morto: l'intervista

Il gusto per la contestazione non passa. Non è questione di ruoli o moda, ma di consapevolezza e spirito. Frankie Hi-Nrg è un “mostro sacro” del rap italiano, attivo dai primi anni Novanta. Il rapper torinese è un giocoliere di parole che frustano: brani come “Quelli che benpensano”, “Fight da Faida” e “Pedala” sono punti fermi nella storia del “conscious rap”, rime taglienti che se paragonate alla trap mainstream di oggi sembrano provenire da un altro pianeta.
Nel 1993, esattamente 25 anni fa, Frankie debuttava con “Verba manent”, primo album rap italiano a essere distribuito da una major. Un concentrato di indignazione e rabbia placida contro mafia e corruzione. Un disco così, oggi, avrebbe grosse difficoltà a essere prodotto e distribuito. Intanto lassù, in cima alle classifiche, il rap contemporaneo racconta principalmente di quanto sia bello fare soldi e scopare. Non è questione di politica, ma di urgenza artistica.

E quindi il quesito sorge naturale: il “rap contro”, quello che dà battaglia, oggi è defunto? “Il pubblico, quando ho iniziato, aveva l’esigenza di sentire rappresentata dall’arte la propria indignazione, voleva sentirsi parte di qualche cosa grazie alla musica” – dice Frankie – “non sono ancora tempi maturi per un ‘ritorno’ a quel modo di vivere la musica. Bisognerebbe dire basta a chi ci racconta le vacanze sul litorale romano, chiedendo contenuti veri”.
E pensare che dieci anni fa sul palco del Festival di Sanremo arrivava un brano come “Rivoluzione”. “È lo stesso processo che è successo negli anni ’80” – continua il rapper – “dopo il grande impegno e anche la paura degli anni ’70, la gente nel decennio successivo ha iniziato a stufarsi di tutta quella serietà. Ed è così che, come cantava Orietta Berti, si è portato avanti il messaggio ‘fin che la barca va, lasciala andare, fin che la barca va, tu non remare, fin che la barca va, stai a guardare’. E poi sono arrivati gli anni ’90, la barca è stata lasciare andare troppo, la scena musicale di cui ho fatto parte aveva l’esigenza di esprimere altri concetti e si è abbandonato un disimpegno che oggi, invece, sembra essere tornato”. 

L’obiettivo contemporaneo è compiacere il pubblico. “La maggior parte dei rapper di oggi dice quello che i fan vogliono sentirsi dire, chi naviga nel mainstream è consolatorio, per nulla aggressivo” – attacca l’artista – “il pubblico cerca questo, nulla di più”. E le nuove leve del “conscious rap” come Willie Peyote? “Lui c’è e merita, non ho mai detto che non ci siano anche oggi artisti di spessore” – ribatte Frankie – “dico però che il trend impone il disimpegno. Per un Peyote ci sono dieci Sfera Ebbasta, dieci Dark Polo Gang, dieci Tedua. E che Tedua è uno dei meno peggio. Ghali era interessante, ma anche lui adesso si è troppo immerso nel mainstream e si è perso”.

Oggi Frankie, oltre a un forte impegno nel sociale, segue il suo percorso anche come fotografo, videomaker e attore. Fra i suoi ultimi lavori di successo “Antropocene”, uno spettacolo teatrale realizzato insieme a Marco Paolini e a Mario Brunello. Ma il nastro si riavvolge: “Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi” è un verso di uno dei suoi pezzi simbolo, “Quelli che benpensano”, uscito nel 1997. ““Quelli’ sono riusciti a far uscire la parte più oscura di un popolo che è sempre più gregge” - conclude il rapper – “e io cosa spero? Che in Italia non scoppi la guerra civile e che ci si possa ritrovare tutti attorno a delle idee concrete e positive”. 

Claudio Cabona

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