Lucio Battisti: Io e Lucio. Di Claudio Buja

Lucio Battisti: Io e Lucio. Di Claudio Buja

Ho incontrato Lucio Battisti, la prima volta, nell’autunno del 1989, negli uffici della Sony Music di Londra. Lucio si presentò con la moglie Grazia all’incontro con l’allora presidente di Sony Italia, Piero La Falce, e con me, che ero direttore artistico. Era stato La Falce, implacabile stalker di artisti italiani scontenti, a inseguire il contatto con Lucio. La Falce, negli anni, aveva sottratto alla RCA (poi divenuta BMG) Claudio Baglioni, Francesco De Gregori, Ivano Fossati, Anna Oxa, e tutti, in Sony, avevano assistito ad un vero e proprio rilancio della loro carriera.
Stentavo a credere che l’inaccessibile Battisti potesse lasciare la BMG (e la sua Numero Uno), come stentavo a credere che un giorno avrei incontrato il più elusivo (e da me il più ammirato) musicista italiano vivente.
Invece eccolo lì, diversi chili in più di come lo ricordavo alla tv, i capelli corti ingrigiti, i vestiti fuori moda, lo sguardo diffidente. Da poco era uscito “L’apparenza”, che qualche radio timidamente provava a trasmettere; Lucio ci fece capire (più che dirlo esplicitamente) che un nuovo disco era già in lavorazione, a livello di scrittura. Ci disse anche che il contratto doveva essere molto scarno, contenere solo gli elementi indispensabili – il budget di registrazione, il minimo garantito, le royalties, insomma quelle cose lì.
Volevamo fortissimamente lavorare con lui – forse a me sembrò che avremmo scritto qualcosa nella piccola storia della musica italiana se fossimo riusciti a strapparlo alla BMG, la sua etichetta storica (se si eccettuano gli esordi per la Ricordi).
Una volta firmato il contratto Lucio dettò altre regole: come produttore voleva Greg Walsh, con cui aveva già collaborato in passato; le registrazioni si sarebbero effettuate in Inghilterra (che Lucio apprezzava più per l’avanguardia tecnica che per il valore intrinseco degli studi); avrebbe avuto carta bianca nella scelta dei collaboratori (e - più in generale - su tutto).
Quando iniziò il lavoro mi chiese di accompagnare Walsh, convocato appositamente da Londra, da Linate alla sua villa di Molteno, in Brianza.  Ascoltammo insieme le registrazioni casalinghe di nove brani (che dovevano essere ridotti a otto) per decidere la tracklist di “La sposa occidentale”; infine mi chiese di poter parlare brevemente a quattr’occhi con Walsh e io fui affidato a Grazia, che in giardino mi regalò qualche uovo fresco da portare a mia figlia Veronica, che non aveva, allora, neanche due anni.
Quando, la sera stessa, riaccompagnai Walsh a Linate, ricordo che mi disse: “Tu sei un uomo molto fortunato – non ho mai visto Lucio disposto a far ascoltare i suoi provini ad un discografico”. Quantomeno in tempi recenti, devo aver pensato io.
Battisti era un uomo rigoroso, con se stesso e con gli altri. Durante la fase di pre-produzione, a casa di Walsh, mi toccò di assistere ad una dura discussione fra lui e Greg non per motivi artistici – nessuno avrebbe avuto l’ardire di discutere le scelte di Lucio – ma perché il produttore aveva chiesto un paio di giorni di vacanza che Lucio non aveva nessuna intenzione di concedergli.
In tutto questo il direttore artistico aveva pochissima voce in capitolo. Il mio ruolo, oltre a quello di testimone dei lavori in corso, si limitava alla gestione del budget, e quindi a pagare le fatture. Delle registrazioni, ovviamente, ma anche di spese piuttosto eccentriche come l’acquisto di materassi, che Lucio voleva nuovi ogni volta che doveva dormire in albergo.
La sua considerazione per i discografici non era un granché – ci considerava suoi dipendenti (come fossimo ancora ai tempi della Numero Uno) e ci teneva a distanza di sicurezza, forse preoccupato che un’eccessiva confidenza si potesse tradurre in un tentativo di ingerenza sulle sue scelte artistiche. L’album doveva essere necessariamente composto da otto canzoni, disposte simmetricamente quattro per lato dell’LP. La copertina doveva essere semplicemente un suo schizzo. I testi non dovevano essere riprodotti sulla busta – Lucio aveva la ferma convinzione che la canzone dovesse esistere solo nel momento della sua esecuzione, e che comunque la musica fosse molto più importante delle parole, come nel melodramma.
Qualcosa scattò fra noi al momento del mixaggio, agli Olympic Studios di Londra, forse qualcosa che gli dissi mentre parlavamo di musica o di letteratura. All’improvviso mi accorsi che mi guardava in maniera diversa, come si guarda un animale in cui si fosse scoperta, inaspettatamente, una qualche forma di intelligenza.  
“La sposa occidentale” fu pubblicato il 10 ottobre del ’90. Il 10/10/90, una data rotonda, quasi simmetrica. Buone critiche – chi avrebbe osato criticare il Maestro? – successo commerciale così così. Fu l’unico album alla cui lavorazione presi parte, perché quando iniziò il lavoro sul successivo “C.S.A.R.” la Sony si era già liberata di me, e il feeling di Lucio con i vertici dell’etichetta non era più lo stesso (tanto che poco dopo la Sony si liberò anche di lui, o viceversa).
Io lo ricontattai nel ’94, nel mio nuovo ruolo alla MCA (che sarebbe poi diventata Universal). Gli lasciai un messaggio sulla segreteria telefonica. Dopo un paio di giorni una segretaria del mio ufficio mi inoltrò una telefonata: “C’è uno che dice di essere Lucio Battisti”. Ed infatti era lui. “Vediamoci”, mi disse, e io tornai alla villa di Molteno, ma la neonata etichetta non poteva permettersi un artista con le pretese economiche di Battisti; fu comunque gentilissimo, prendemmo tè e pasticcini nel salone con il pianoforte a coda e i quadri di Schifano. Passeggiammo a lungo nel parco – l’ultima cosa che ricordo è che gli chiesi se avesse ripensato alla mia proposta di tornare sulle scene, con una settimana in un importante teatro milanese e un’altra a Roma; gli dissi che mi sarebbe piaciuto un recital in cui il primo tempo fosse composto dalle nuove canzoni, il secondo dai grandi successi, e niente bis. Mi rispose che se gli avessero potuto garantire una certa cifra (ovviamente astronomica, ma forse non irraggiungibile) ci avrebbe anche potuto pensare.
Non lo avrei mai più rivisto. Quando appresi la notizia della sua morte fu come se qualcuno mi avesse colpito con un bastone sulle vertebre cervicali.
“Dopo che Lucio è morto, tutti hanno cercato di dire che erano stati suoi amici” mi disse Grazia, un giorno di molti anni dopo; “di tanti non gli ha mai importato nulla, ma a te Lucio ha voluto bene”. Io distolsi lo sguardo, lusingato e commosso da quella rivelazione, chiedendomi se - e in quale modo - me la fossi meritata.
       
Claudio Buja
Twitter @claudiobuja

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