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NEWS   |   Recensioni concerti / 28/07/2018

Musica fuori dal tempo: Robert Plant all’Ippodromo di Milano - RECENSIONE E SCALETTA

Musica fuori dal tempo: Robert Plant all’Ippodromo di Milano - RECENSIONE E SCALETTA

Quando gli si chiede dei Led Zeppelin, Robert Plant dice che fa musica per il futuro, non per il passato. A giudicare dal concerto di ieri sera all’Ippodromo San Siro, data finale del Milano Summer Festival, Plant fa musica per questo eterno presente in cui il rock ha smesso di evolversi per inglobare suoni e suggestioni provenienti d’ogni epoca, da ogni latitudine. E così nel concerto dell’inglese con i Sensational Space Shifters, che sensazionali lo sono davvero quando vogliono, convergono il rock degli Zeppelin, il folk britannico, il blues del Sud degli Stati Uniti e quello del deserto, un po’ di trance. È un passato che non è mai esistito, dove suonatori di oud incontrano bluesman del Mississippi e rocker anni ’50 si confrontano con rock star erotizzate. Mentre mezzo mondo gli chiede d’essere quel che era, Robert Plant preferisce essere quel che non è mai stato.

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“Bello essere qui in Europa”, scherza Robert Plant prima d’introdurre “The May queen”. È salito sul palco da una decina di minuti, introdotto dalle note di “Ahidouss” di Sissokho Yakhouba. Basta una nota tenuta ed efferata dal delay per strappare applausi e grida e memorie indelebili. Plant non strafà, conosce i suoi limiti e ora spinge evocando i tempi belli degli Zeppelin, ora si prende in giro da sé scimmiottando i suoi vocalizzi. Rispetto al concerto visto due anni fa, ci sono novità: il nuovo album “Carry fire”, di cui vengono suonati due pezzi fra cui una versione strepitosa della title track, e un nuovo membro. Il gambiano Juldeh Camara è tornato in Africa. Al suo posto c’è – non in tutte le canzoni – il violinista (e cantautore) Seth Lakeman. Il baricentro si è spostato a nord: più Regno Unito, meno Africa.

Il punto è che, qualunque cosa suonino, anche canzoni che s’annunciano con un groove stanco e suoni (apparentemente) programmati, i Sensational Space Shifters riescono a trasformare ogni pezzo in una jam eccitante, con introduzioni e code elettrizzanti. Uno dei loro punti di forza sono i timbri favolosi, lievemente primitivi, “materici”. E poi naturalmente il repertorio: “Black dog” con un finale formidabile, o “Going to California”, per tastiere, mandolino e chitarra acustica. Plant introduce “Gallows pole” spiegando che gli inglesi, parlando bene o male la stessa lingua degli americani, hanno amato prima degli altri gli storyteller del Sud, fra cui Lead Belly. Sul finale, l’esecuzione di “Babe, I’m gonna leave you” esalta la parte flamenco, mentre “Fixin’ to die” ha una coda ritmica magnifica, dentro cui s’intravede Bo Diddley.

Sulla soglia dei 70 anni, che compirà in agosto, Robert Plant non è più la star carismatica di un tempo, di cui non possiede più né l'aspetto, né la voce. Ma è un musicista che (fortunatamente) non nasconde la propria età e che alla carica sessuale d’un tempo ha sostituito buone dosi di humour e saggezza. I suoi concerti sono flussi sonori che attraversano epoche e stili senza gerarchie e senza mai cedere al revival. La musica dei Led Zeppelin è ripensata, privata dell’impatto originario, messa in prospettiva, ridotta al suo significato culturale. “La musica è musica”, pare abbia detto Alban Berg a George Gershwin. Robert Plant lo ha ribadito ieri sera.

(Claudio Todesco)

SET LIST:
The Lemon Song
Turn It Up
The May Queen
Black Dog
Going to California
Please Read the Letter
Gallows Pole
Carry Fire
Babe, I'm Gonna Leave You
Little Maggie
Fixin’ to Die
Rainbow
Bring It On Home / Whole Lotta Love / Santianna / Whole Lotta Love

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