NEWS   |   Italia / 19/07/2018

Mimmo D’Alessandro: dopo David Gilmour, i King Crimson e James Taylor, Pompei città aperta (al rock) - INTERVISTA

Mimmo D’Alessandro: dopo David Gilmour, i King Crimson e James Taylor, Pompei città aperta (al rock) - INTERVISTA

I King Crimson aprono oggi una quattro giorni di concerti all’Anfiteatro romano di Pompei. Il luogo, entrato nell’immaginario rock nei primi anni ’70 grazie al film dei Pink Floyd “Live at Pompeii” e riaperto alla musica due anni fa con i concerti di David Gilmour ed Elton John, ospiterà domani una seconda performance della band di Robert Fripp, sabato 21 luglio Marcus Miller con special guest Enzo Avitabile e domenica 22 luglio James Taylor con Bonnie Raitt. È il seme di un festival che gli organizzatori D’Alessandro & Galli vorrebbero portare all’Anfiteatro di Pompei a partire dall’anno prossimo. La città campana, “posto mirabile, degno di sereni pensieri” come scriveva Goethe, sta diventando un luogo aperto permanentemente al rock? Ne abbiamo parlato con Mimmo D’Alessandro. Che ci ha rivelato i suoi sogni: trasformare l’Anfiteatro in un’arena da 12 mila posti in cui far suonare un certo ex ragazzo di Liverpool.

Avete portato David Gilmour a Pompei, Paul McCartney dentro il Colosseo, Simon & Garfunkel ai Fori Imperiali, Leonard Cohen in Piazza San Marco, Roger Waters alle mura di Lucca, i Rolling Stones al Circo Massimo: quant’è importante per voi la location dei concerti rock?
Noi vendiamo emozioni e siamo quindi convinti che la musica debba andare in posti come quelli, o all’Arena di Verona, o a Caracalla. Non è come vedere un concerto in uno stadio. Sei immerso nella storia. È una magia unica.

Gli artisti apprezzano o addirittura chiedono di suonare in posti così?
In tutta onestà, l’abbiamo proposto sempre noi. Nessuno è mai venuto a chiederci di suonare a Pompei. Ma quando ne parli, ti prestano ascolto.

Contano ancora, nel vostro lavoro, i rapporti diretti con gli artisti?
Non come un tempo. Le relazioni con gli artisti sono state la nostra forza, finora. Non saremmo qui altrimenti. Ma più passa il tempo e più i rapporti sono mediati da manager e avvocati. Il mondo è cambiato.

E i musicisti invecchiano…
Per me non invecchiano mai. L’altro giorno al Circo Massimo, con un caldo pazzesco, Roger Waters era sul palco a provare a mezzogiorno e mezza. Neanche un ragazzino… e lui ha 74 anni. A Roma ho visto scene incredibili. Ho visto Gianni Minà, un uomo di 80 anni, commosso fino alle lacrime.

Quand’è nata l’idea di portare il rock a Pompei?
Molti anni fa, per via delle suggestioni create dai Pink Floyd. All’epoca vivevo a Napoli e il film mi restò impresso. È diventata una mia fissazione, per me è una delle location più belle al mondo, mi vengono i brividi anche solo a parlarne. Il progetto si è concretizzato quando Massimo Osanna è diventato direttore della Soprintendenza e abbiamo proposto la cosa a David Gilmour.

Non sarà stato facile fare aprire al rock un luogo come l’Anfiteatro…
È stata una delle cose più difficili che abbia fatto. Fare un concerto all’Olimpico o a San Siro è facile: vai e paghi. Allestire un’area archeologica come Pompei è faticosissimo, ma ne vale la pena. Sai, c’è sempre il nemico dietro l’angolo.

Il nemico è la burocrazia?
Esatto. È solo ed esclusivamente burocrazia. È una cicciona orribile che dovrebbe dimagrire. Se trovi uomini con una sensibilità particolare come Osanna a Pompei è tutto più facile, altrimenti si alzano muri.

Pompei vuol dire anche Campania…
E io sono campano. È una regione in cui i grandi concerti solitamente non arrivano. Ma Pompei è una scelta voluta anche perché attrae gente da tutto il mondo. Il pubblico di Gilmour era composto per il 65% da stranieri.

Quei due concerti sono stati il frutto di un anno di lavoro, le infrastrutture sono state costruite usando un georadar, i lavori per l’allestimento sono iniziati due settimane prima degli show…
Per quattordici mesi io e miei collaboratori siamo andati tutte le settimane a Pompei. Tutte. Sai, chi fa il nostro lavoro all’inizio viene guardato con diffidenza, se non con sospetto. Nessuno ci riconosce il fatto che abbiamo una professionalità e che siamo aziende che danno lavoro, creano indotto, pagano tasse, contribuiscono al Pil. Ci vedono come circensi, con tutto il rispetto per i circensi. Ora finalmente ci riconoscono. Abbiamo aperto un mondo.

Immagino che portare un concerto a Pompei abbia costi non indifferenti…
È un’arena nuda e cruda, devi costruire tutto, anche i camerini.

E la capienza è modesta, 3200 spettatori…
Sto cercando di convincere la Soprintendenza a fare lavori per mettere in sicurezza il posto e, usando gli spalti, arrivare a 10 mila, forse a 12 mila posti. Sarebbe una svolta. Non c’è artista al mondo che non vorrebbe esibirsi lì. E io non mi arrendo. Quando mi fisso su una cosa divento uno stalker.

Come si trova la quadra fra i compensi milionari di queste grandi star, le spese, il prezzo dei biglietti e la capienza modesta? Non c’è il rischio che show come quelli di Gilmour – che a differenza di quelli di quest’anno costava tanto – vengano percepiti come eventi d’élite?
Non credo che élite sia la parola giusta. Quanto paghi per vedere una finale di Champions? E quanto costavano i biglietti per Beyoncé allo Stadio Olimpico? E sei in uno stadio, non c’è paragone. Pompei è un posto dove puoi fare, come abbiamo fatto per Gilmour, un’area hospitality per l’after show nella Palestra dei Gladiatori. Ha una magia che non è raccontabile.

È vero che Gilmour ha accettato un compenso più basso pur di suonare a Pompei?
Sì. Lui ha fatto impresa con noi, per poi farci un film andato nei cinema di tutto il mondo e un dvd che ha venduto tantissimo. E poi credimi, l’ho visto nei camerini commosso. Certe emozioni sono impagabili.

Dal punto di vista imprenditoriale, fare un concerto con una star che chiede milioni in un posto da 3200 persone significa avere un buon ritorno economico o è anche un investimento?
Io non guardo i risultati dei singoli eventi, ma la somma a fine anno. E quindi ci sono cose che vale la pena fare perché ti danno emozione, perché migliorano la tua immagine, perché ti permettono di coccolare il pubblico e gli artisti. Quando vale la pena, a volte è anche giusto rimetterci.

Parte degli incassi dei concerti a Pompei va alla Soprintendenza?
Sì, paghiamo una percentuale. E ogni volta è una trattativa.

Ci puoi dire qualcosa dei prossimi concerti all’Anfiteatro?
I primi sono i King Crimson, non vedo l’ora di vedere le loro facce, anche se per problemi di tempo e sindacali abbiamo fatto un allestimento un po’ basic rispetto a Gilmour. Sabato ci sarà James Taylor. È una persona di una sensibilità fuori dal comune e difatti non sta nella pelle. Gliel’ho proposto quando è venuto a Sanremo, gli brillavano gli occhi. Domenica ci sarà Marcus Miller, che dopo il concerto di David Gilmour mi ha domandato: ma come hai fatto?

E in futuro?
Ci piacerebbe trasformare Pompei nella sede di un festival annuale, sul modello del Lucca Summer Festival. Vorremmo trasportare il brand Lucca a Pompei. Un sogno, per me.

È vero che hai proposto di suonare a Pompei a Roger Waters?
Sì, a lui e ai Rolling Stones, ma di più non posso dire.

E chi altro sogni di portare all’Anfiteatro?
Paul McCartney. Sarebbe un “gollasso", come si dice nel gergo calcistico. Ma anche vedere i Foo Fighters o Bruce Springsteen a Pompei sarebbe una magia. Portare la musica in quel posto mi rende felice come un ragazzo di 15 anni. E chi vede i concerti lì se li ricorda per il resto della vita.

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