Zucchero si racconta: il concerto a Venezia, la fine della musica e il futuro della sua carriera, il prossimo album (che non ha voglia di fare) – INTERVISTA

Zucchero si racconta: il concerto a Venezia, la fine della musica e il futuro della sua carriera, il prossimo album (che non ha voglia di fare) – INTERVISTA

Zucchero incontra la stampa al Caffè Florian: lì, nel locale più antico affacciato su Piazza San Marco, fra decori ottocenteschi e sale un tempo frequentate da Goldoni, Byron e Casanova,  il cantante racconta alla stampa la sua esperienza veneziana. E in maniera schietta e senza filtri riflette sullo stato della musica, sulla sua carriera, sulla politica. Al suo fianco siede Luigi Brugnaro, il sindaco che ha riportato la musica nel “salotto di Venezia” dopo sette anni d’assenza. “Fatemi delle domande stuzzicanti, provocate”, chiede all’inizio dell’incontro. Non ce n’è bisogno: Zucchero è uno dei pochi artisti che risponde alle domande senza sembrare accomodante o diplomatico.

“Ho suonato dappertutto, dal Cremlino alla Valle dei Templi, ma questo è il top, è il posto più ambito per unire la musica e il bello. Venezia è un sogno che viene da lontano”, dice Zucchero, che ha preso casa qua due anni fa. La considera un rifugio e ci torna volentieri tre, quattro volte all’anno, affascinato dalla discrezione e dalla schiettezza dei veneziani, “gente che ti manda a cagare senza tanti discorsi e che mantiene vive le proprie radici. Mi ci riconosco. Invecchiare a Venezia non mi spiacerebbe”. Il sindaco Brugnaro ha annunciato che il doppio concerto di Zucchero rappresenta un esempio positivo di utilizzo di San Marco, che dopo questa “inaugurazione” sarà un luogo “libero e aperto a tutti. Tengo a dire che il concerto è stato pagato interamente dall’organizzazione che ha lasciato 80 mila euro per sistemare la piazza”.

Il tour europeo, che toccherà molti festival e continuerà per tutto il mese di luglio, prevede la partecipazione, domenica 8, al grande concerto di Hyde Park con Eric Clapton headliner e Santana e Stevie Winwood in cartellone.

“Ero sulla Route 66 quando m’è arrivato l’invito di Clapton. Non potevo dir di no. Credo sarà uno dei suoi ultimi concerti. Mi piacerebbe fare con lui ‘River of tears’. Ogni volta che la sento mi fa l’effetto dell’intermezzo della ‘Cavalleria rusticana’ di Mascagni. È struggente. Eric mi ha detto: quando saremo lì, decideremo che fare. Non c’è mai niente di programmato, ma se hai il desiderio di condividere qualcosa e ci metti l’anima, ti passa anche la paura di non essere all’altezza. Questa invece è una cosa che gli italiani soffrono. Se qualcuno dice che .i duetti sono una roba da asilo è perché gli trema il buco del culo”.

“Voglio che i sogni diventino realtà, sennò qual è il bello di questo mestiere?”, diceva tempo fa Zucchero a proposito della scelta di investire in album curati dai big della produzione americana e in musicisti di primissimo livello. Dato lo stato della discografia e del mondo della musica, è una scelta che ripaga? “Ho sempre creduto nella forza del suono e non negli effetti speciali, perché così insegnano i maestri. Perciò ho sempre investito sui musicisti fino ad arrivare a quest’ultima band. Fatemelo dire: non c’è nessun gruppo in Italia che può competere con loro, checché ne dicano i colleghi che si vantano di avere la band più grande del mondo. Vorrei fare un competizione di una settimana fra band con i colleghi che sparano cazzate. Faremmo tabula rasa. Finché fai canzonette da cantautore con tre accordi va bene, ma quando si comincia a fare roba seria è un’altra cosa”.

Zucchero si sente un tipo d’artista in via d’estinzione? “Ho fatto più di quanto immaginassi. Se dovessi sentire di essere in calo, stai tranquillo che smetterei subito. Non mi piacciono i cali di tensione, quindi a breve smetterò”. E sullo stato della musica aggiunge: “È difficile pensare che rimanga qualcosa dei panini pieni di merda che propinano le radio. È tutto omologato. Radio, media e case discografiche stanno educando le nuove generazioni all’assenza totale di ogni forma artistica. Non firmano più musicisti che hanno bisogno di crescere, ma questi cazzo di talent show. Siamo rovinati”.

Questo scoramento fa il paio con la mancanza di voglia di scrivere un nuovo album. “Sono stato negli Stati Uniti a incontrare produttori e musicisti, ma non ho voglia di fare un disco perché di questi tempi anche se fai il Nabucco passi inosservato. Oggi, se sei un musicista che vuole emergere, che fai? Ti mandano da ‘Amici', così puoi avere un contratto con un casa discografica. Casa discografica che con 5 mila euro ti fa fare un disco col computer che vende 10 mila copie e se ne sbatte i coglioni se duri o non duri, tanto fa più fatturato di uno come me che ogni volta che fa un disco gli costa 1 milione di euro. Tutto sbagliato, niente a che fare con la musica e con l’arte. Se continua così, non c’è futuro”.

Un collega della carta stampata gli chiede che pensa un “Partigiano reggiano” di questa Italia.

Zucchero, con la schiettezza e la noncuranza che lo distinguono dai big della musica italiana che raramente prendono posizione, risponde che “c’è del fermento e mi piace, perché sono anarchico. Mi piace provocare, mi danno fastidio la staticità, lo stantio, il fetore delle solite cariatidi”. Prosegue a ruota libera e avanza una proposta per risolvere il problema degli immigrati: una soluzione territoriale, dare loro una terra, come venne fatto con gli Amish, i tradizionalisti cristiani che nel XVIII secolo emigrarono dalla Svizzera alla Pennsylvania. “Non li voleva nessuno, oggi vivono bene nelle loro comunità, sono un popolo sereno, felice, dolce. Troviamo un posto anche per i migranti”.

 

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