Amos Lee presenta il suo debutto (con la benedizione di Bob Dylan e Norah Jones)

Ha 27 anni, è cresciuto a Philadelphia ed è la nuova promessa folk americana.

L’hanno chiamato ad aprire i loro concerti artisti del calibro di Bob Dylan, Norah Jones e B.B. King. Dopo essersi laureato in lingua e letteratura inglese all’Università del South Carolina, ha trovato lavoro come insegnante in una scuola elementare, continuando a coltivare la passione per la musica. E adesso arriva il debutto, per la prestigiosa Blue Note. “L’album comprende molte canzoni che ho composto diverso tempo fa, e altre invece recentemente. Ne avrei un altro centinaio pronte. Solo che, quando ho firmato il contratto con la Blue Note Records, abbiamo dovuto fare con gli addetti ai lavori una selezione di 11 brani. Non potevo certo decidere da solo, altrimenti chissà quante ne avrei inserite…”. La Blue Note è un’etichetta famosa per il suo catalogo prevalentemente jazz, mentre la tua musica tende più verso il folk. Come mai ti hanno scelto? “Non riesco a spiegarmelo nemmeno io. Perché nel mio album in effetti c’è del pop-folk, qualcosa di R&B, ma niente di jazz… Penso che il loro sia stato un atto di coraggio e un atteggiamento di nuovo marketing per trovare della buona musica pop da inserire nel loro catalogo tradizionale. Infatti il jazz non è un best-seller e che pochi album di questo genere raggiungono un Disco d’Oro”. Non pensi infatti che dopo il successo di Norah Jones, Michael Bublé, Diane Krall e altri, le etichette si siano un po’ “lanciate” verso un genere di musica intimista? “Sicuramente. Altrimenti certi artisti – pur con tutto il rispetto – non sarebbero riusciti a fare accettare i loro album ad un’etichetta”. Hai aperto un concerto di Bob Dylan, vero? “Giusto in un concerto. E mi è dispiaciuto di non averlo nemmeno potuto incontrare”. Mentre hai aperto il tour europeo di Norah Jones… “Che posso dire? Con lei ci siamo conosciuti. E’ una ragazza deliziosa”. Non hai paura che la Jones rischi di diventare il tuo sponsor e tu venga ricondotto a lei da critica e pubblico? “No, posso solo ringraziarla di avermi fatto aprire i suoi concerti. Facciamo un tipo di musica differente e decisamente non penso ci possa essere stata – e ci possa essere – un’influenza reciproca tra i nostri tipi di musica”. Ascoltando la tua voce mi chiedo se hai mai studiato canto… “Assolutamente mai!”. So però che prima di cantare hai fatto l’insegnante… “Esatto, a Philadelphia, in una scuola elementare. E' stato durissimo… quando devi preoccuparti dei tuoi problemi e di quelli di una classe di 30 alunni”. Amos Lee prende ispirazione dai grandi del soul come Stevie Wonder e Bill Withers, e da leggende folk come John Prine e Dave Van Ronk, risalendo le redici della tradizione musicale americana con rinnovato spirito cantautorale. Il lato folk della sua musica si riflette nel rigoroso utilizzo della chitarra acustica e nell’intimismo delle performance live, mentre la vena soul emerge chiaramente nella poetica dei testi e in uno stile vocale caldo e avvolgente. “Il mio periodo musicale preferito è quello dei primi anni Settanta, dal ’70 al ’75, con dischi come ‘Still Bill’ di Bill Withers, ‘Harvest’ di Neil Young, il primo album di John Prine e ‘One man dog’ di James Taylor. Quando a 18 anni comprai la mia prima chitarra, suonavo le loro canzoni cercando di imitarli. Mi auguro di poter trasmettere lo stesso spirito che ho recepito ascoltando questi dischi”. Il singolo scelto per lanciare Amos Lee è “Arms of a woman”, una delicata ballata con arrangiamento d’archi e una melodia senza tempo. Come mai una canzone così tranquilla? “In effetti io non ho scelto nessun singolo in particolare. Per me l’album era un tutt’uno. E’ l’etichetta che chiaramente ha dovuto scegliere una canzone 'radiofonica'”. E tu non hai avuto niente da obiettare su questa scelta? “Non mi interessa più di tanto un singolo. A me interessa l'album nella sua totalità”. Di cosa parla “Soul suckers”? “In poche parole tratta di quelle persone che ti intontiscono e succhiano il midollo perché convinte di essere delle vere star. In questo caso è una mia amica, che mi avrebbe sfruttato senza scrupoli pur di diventare una star”. E “Bottom of the barrel”? “E’ il fondo del barile: quando ti capitano quei periodi in cui pensi che tutto ti vada di merda… Però speri inconsciamente che, prima o poi, risalirai dal fondo del barile. Si rifà a un grande classico di John Prine”. Qual è il significato dell’espressione “Keep it loose, keep it tight”? “In inglese è una specie di sottile sfumatura linguistica. E’ come parlare del lume di una candela: non farlo bruciare troppo ma non farlo nemmeno spegnere. Attento a non esagerare, in un senso o nell’altro”. Sei soddisfatto di questo tuo primo album? “Si, decisamente. E non cambierei niente”.

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