Tash Sultana, la dichiarazione di indipendenza di “Flow state”: ‘Io sono la musica che creo’ – INTERVISTA

Tash Sultana, la dichiarazione di indipendenza di “Flow state”: ‘Io sono la musica che creo’ – INTERVISTA

Il bisogno di suonare di continuo. La musica come stato di trance. L’idea che non ci sia altro modo di far canzoni se non suonando tutti gli strumenti. Il duro lavoro. Lei si chiama Tash Sultana, ha 23 anni, è cresciuta a Melbourne cantando e suonando la chitarra. Ha un EP intitolato “Notion” alle spalle e il primo album per una major, “Flow state”, in uscita a fine agosto. Di lei dicono: è il segreto meglio custodito della musica australiana, una chitarrista fantasiosa, una forza della natura, una busker diventata un caso "virale". “Faccio la mia cosa”, dice quando le si chiede se ha modelli di ruolo, “creo la mia narrazione”.

L’indipendenza è uno dei capisaldi dell’esperienza musicale di questa ragazza che a 3 anni d’età già strimpellava una chitarra regalatale dal nonno. A 17 – questo lo ha confessato durante un TedX all’università di Melbourne – ha attraversato un brutto periodo. Prendeva droghe, “di tutto tranne l’eroina”, è stata vittima di uno stato di psicosi durato nove mesi. “A un certo punto non sapevo manco più se ero viva o se la mia esistenza era una bugia, se ero morta o in stato d’incoscienza”. La musica e soprattutto la terapia l’hanno aiutata a uscirne. Dopo aver visto dal vivo John Butler, ha deciso che era quello che voleva fare anche lei. “Anzi, che era quello che sentivo il bisogno di fare”.

Non esistono impieghi normali per gente come Tash e così lei s’è mantenuta suonando per le strade di Melbourne. La prima svolta è arrivata quando ha filmato una session casalinga con una GoPro regalatale dalla madre per Natale. La canzone s’intitolava “Jungle”. A quel punto i suoi video su YouTube sono diventati piccoli casi, i media ne hanno parlato, Sultana ha cominciato a girare il mondo suonando, pubblicando musica su Bandcamp. L’anno scorso si è parlato di lei quando ha postato su Instagram una foto in bianco e nero accompagnata da un lungo messaggio in cui ammetteva d’essersi sentita svuotata e senza forze dopo due anni di tour ininterrotto, routine necessaria per chi vuole campare di musica. “Mi sono dovuta fermare. Avevo finito l’energia, l’anima era esausta, avevo paura dai pensieri cupi che mi prendevano”. Però “la luce è a portata di mano se t’impegni”.

Il suo primo vero album uscirà il 31 agosto e s’intitolerà “Flow state” come lo stato di coscienza sperimentato da chi è immerso in un’attività totalizzante. “L’ho preso dal titolo d’un libro, non chiedermi l’autore. Indica lo stato in cui ti trovi quando fai qualcosa che ami profondamente. Presente quando corri e non pensi a nient’altro? In quel momento, diventi quel che fai. Ecco, quando faccio musica mi trovo in quello stato. Quando compongo e faccio jam, divento la musica che creo”. Il disco è stato prodotto con una metodologia non dissimile a quella usata per l’EP, eppure ha un suono più ricco e arrangiamenti più curati. È marcata l’impronta soul e rhythm & blues, ma lei preferisce sottolinearne la varietà. “Perché sono cresciuta ascoltando di tutto, la musica soul, sì, ma anche il jazz o gli strumentali orchestrali o il modo in cui Bob Marley suonava la chitarra ritmica. E ovviamente Hendrix e Santana. Non mi puoi incasellare in un solo genere”.

Cantautrice e performer autarchica, Tash Sultana ama fare tutto da sé. Ora che è stata messa sotto contratto dalla Sony, è stata affiancata da altri autori? “Naaa, ho composto e prodotto l’album da sola, col mio fonico che schiacciava play. Ho suonato una dozzina di strumenti. Lo faccio perché più faccio e più miglioro. E perché mi dà modo di tradurre istantaneamente i suoni che sento in testa. Imparare nuovi strumenti non è una passeggiata, ci vogliono dedizione e parecchio tempo. Ora ad esempio sto combattendo con la tromba”. Il carattere di musicista di Sultana viene fuori nelle code strumentali o negli assoli che sembrano aprire nuovi scenari in canzoni a volte tiepide, a cavallo fra pop, soul e folk. “L’EP metteva assieme alcuni singoli. Ora ho avuto per la prima volta la possibilità di comporre con calma e sedermi a risentire le registrazioni, per migliorarle”. Nei testi c’è traccia del periodo della dipendenza? “No, è roba passata, non prendo più quella roba, ho smesso anche di bere”.

La pubblicazione dell’album è stata annunciata dall’uscita del singolo “Salvation”, un’affermazione d’indipendenza che potrebbe essere scambiata per una canzone d’amore. Lei la mette giù così: “Dico che non ho bisogno di qualcun altro per essere salvata”. Non ha bisogno di nessuno nemmeno sul palco, dove si presenta regolarmente da sola. Passa sette mesi all’anno a suonare in giro per il mondo, un’esperienza che a volte può essere stancante, “ma non sono certo una tipa che può lavorare in ufficio, dietro a una scrivania”. Tash Sultana tornerà a suonare in Italia il 29 settembre, al Fabrique di Milano. Come sempre, sarà sola. Userà una loop machine che le permette di creare e stratificare i suoni in tempo reale. “C’è che mi piace mantenere il controllo”.

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