Claudio Rocchi, testimone del suo tempo, in dieci canzoni (2 / 11)

“Vado in India” – (45 giri, 1972)

Vogliamo iniziare questo ricordo di Rocchi con qualcosa che non potrebbe essere più lontano di così da una classica “canzone”.

Ma Rocchi è questo, meglio chiarirlo subito. È qualcosa di unico, fuori dal “sistema” precostituito della discografia, e quindi ci è sembrato giusto partire così. Undici minuti, suddivisi nella facciata A e B del 45 giri pubblicato nel 1972, raccontano un brano molto “indiano”. “Vado in India” è, appunto, il suo titolo, e ovviamente i suoni a contorno non potevano essere che fortemente iconici rispetto ai sentieri dell’Oriente. Suoni misurati e brillanti, con campanellini, strumenti a corda, strumenti percussivi… E poi quella voce, suggestiva, che accompagna l’incedere, quasi salmodiante, della musica; una musica frastagliata, spezzettata, non uniforme. Il suono è quello etnico della World Musi.c ancora da venire ma, in quei giorni, saranno proprio Claudio Rocchi, gli Aktuala e un manipolo di musicisti sconosciuti a fare intravedere un mondo musicale incredibile e seducente. Il pianoforte entra nei suoni con delicatezza, mentre le liriche indirizzano l’ascoltatore su tematiche ambientaliste, il rispetto degli alberi, degli animali, della natura, ricordando che siamo tutti parte di una grande famiglia: quella del genere umano. “Quando giri il disco pensa a te stesso”, recita una voce tra le due facciate… Paradiso, inferno, parole lanciate verso il cielo ed immerse in ‘suoni di frontiera’ per raccontare di sé stesso, delle proprie scelte di vita, del proprio nuovo credo. “Se hai qualcosa da dire agli altri, dillo prima a te stesso…”, recita il testo, per cercare di fare comprendere quanto diverso deve essere l’approccio alla vita, alle relazioni con le altre persone. Voci cantanti e recitanti, in hindi, accompagnano le note di un sitar e della voce di Rocchi, che arriva al termine del brano ricordando come sia importante comprendere che ogni storia deve finire, che la morte attende tranquilla e ci aspetta.

Ma questo non deve spaventare, perché ciò che è ineluttabile non può fare paura. Ha un senso, una logica, chiude un cerchio. Dallo spavento incombente ci salvano, però, un sorriso, un suono, una canzone; la vita e la morte che si abbracciano e la parola ‘amore’ che rimane per sempre.

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