NEWS   |   Pop/Rock / 17/06/2018

Nick Mason, solista controvoglia, racconta il box set “Unattended Luggage” e il tour con il repertorio dei primi Pink Floyd – INTERVISTA

Nick Mason, solista controvoglia, racconta il box set “Unattended Luggage” e il tour con il repertorio dei primi Pink Floyd – INTERVISTA

Quest’uomo è di una modestia disarmante. Nick Mason è il batterista di una delle rock band di maggiore successo della storia (Pink Floyd, presente?), ma dalle sue parole non traspare alcuna nota di compiacimento. Anzi, riconosce i limiti delle sue creazioni e afferma la necessità di imparare, anche dopo avere venduto decine di milioni di dischi. A fine agosto pubblicherà il box set “Unattended luggage” che contiene tre suoi album rari e introvabili risalenti agli anni ’80. Il 20 settembre si esibirà a Milano con i Saucerful of Secrets, band con la quale rifà il repertorio dei primissimi Pink Floyd. Ci ha concesso un quarto d’ora del suo tempo, a patto di non subissarlo di domande su Roger Waters e David Gilmour. Lo abbiamo sfruttato così.

Questo sì che sono dischi difficili da trovare. Il titolo li definisce “Unattended luggage”, bagagli incustoditi. Destano sospetto e meritano un’ispezione?
Questa è una buona interpretazione del titolo [ride]. No, è che li abbiamo recuperati dall’ufficio degli oggetti smarriti. Sono dischi perduti e vale in particolar modo per “Fictitious sports”. Uscì più o meno quando pubblicammo “The wall” [in realtà il disco dei Pink Floyd è del 1979, l’album con Carla Bley del 1981, nda]. La casa discografica era inevitabilmente concentrata sulla promozione dell’album doppio e del suo singolo numero 1 in classifica e non di un disco dai meravigliosi arrangiamenti jazz.

Più che un album solista, “Fictitious sports” era un disco collettivo, no?
Lo definirei una collaborazione con Carla Bley e Michael Mantler, a cui ero arrivato tramite Robert Wyatt. Di certo non è un album solista di Nick Mason, ma per niente. Uscì a mio nome per via del contratto che avevamo noi membri dei Pink Floyd. Ci autorizzava a pubblicare uno o due dischi solisti. Non mi considero un artista solista, non m’interessa far dischi a mio nome.

E insomma, farlo uscire a tuo nome era più conveniente dal punto di vista economico?
Esattamente. Possiamo tranquillamente considerarlo un album di Carla Bley con ospite Nick Mason. Detto questo, sono affezionato a quell’album. Gli arrangiamenti di Carla suonano ancora freschi e brillanti.

Hai detto che non ti consideri un artista solista. Perché? Forse per mancanza d’ambizione?
Non saprei, forse ha a che fare col fatto d’essere un batterista. D’accordo, esistono batteristi che hanno avuto carriere soliste, i primi che mi vengono in mente sono Phil Collins e Don Henley, ma si tratta di casi rari. Sono uno a cui piace suonare in una band, con altre persone.

All’epoca sentivi il desiderio di fare qualcosa di diverso dai Pink Floyd, musicalmente parlando?
Dopo aver fatto parte di una sola band per tutta la vita pensavo che sarebbe stato divertente e interessante lavorare con qualcun altro, con nuove modalità. Sai, è importante per un artista imparare nuove tecniche e vedere come lavorano gli altri. È anche il motivo per cui ho prodotto vari dischi, tra cui “Rock bottom” di Robert Wyatt. Non importa che non ci abbia suonato. Li ho fatti per imparare qualcosa.

“Fictitious sports” contiene una canzone che dice: “Quando provi qualcosa di nuovo la gente ti fischia”.
Tipico di Carla. Non le ha mai mandate a dire al pubblico.

E a te è mai capitato di venire fischiato?
Sì, nel 1967, quando girammo l’Inghilterra con i Pink Floyd. La gente ci odiava. Voleva sentire il soul, che andava forte in quel periodo. Sai chi aveva successo? Geno Washington & The Ram Jam Band, la più grande band d’Inghilterra, così grande che Jimi Hendrix e i Cream dovevano aprire per loro. Il pubblico voleva sentire “Knock on wood” o “Dock of the bay” ed ecco che arrivavamo noi e suonavano quelle strane cose psichedeliche. Ci tiravano addosso le cose [ride].

Letteralmente?
Letteralmente. Tiravano monetine. Una sera Roger venne colpito da un penny. Scese dal palco per cercare d’acchiappare il tizio che l’aveva lanciato. Fortunatamente non lo trovò [ride].

A Londra era diverso, immagino.
A Londra andava bene. Avevamo il nostro pubblico e il nostro locale, l’Ufo Club in Tottenham Court Road.

Dopo “Fictitious sports”, nel 1985 uscì “Profiles”. A quel punto facevi coppia con Rick Fenn, gestivate assieme la società Bamboo Music, producevate musiche per colonne sonore e spot pubblicitari. Com’è che un membro Pink Floyd dopo “The wall” si mette a fare musiche per la pubblicità?
Perché è un ottimo esercizio. Devi mettere assieme musiche giuste in un breve lasso di tempo. È come tornare a scuola. All’epoca i Pink Floyd erano una band dormiente, erano fermi. Oramai facevo più corse con le macchine che musica. Qualunque possibilità di fare qualcosa era benaccetta. E poi mi dava modo di lavorare con un musicista che mi piaceva, un bravissimo chitarrista, pieno di idee, gran lavoratore. La gente disapprova i musicisti che lavorano nelle pubblicità, ma sono grato per quel che ho fatto con Rick.

A proposito di auto, all’epoca girasti il documentario “Life could be a dream”. È collegato a “Profiles”, vero?
Sì, per la colonna sonora del documentario avevamo abbozzato molte idee musicali che abbiamo poi sviluppato per “Profiles”.

L’album era per lo più strumentale. Una delle eccezioni era “Lie for a lie” cantata da Maggie Reilly e David Gilmour. Ricordo il video…
È stato allora che abbiamo conosciuto Donald Cammell, per il quale poi abbiamo fatto la colonna sonora di “White of the eye”.

Credi che “Lie for a lie” abbia in qualche aperto la strada a quel che accadde poi, alla rinascita dei Pink Floyd?
Non credo. Se ha avuto un ruolo, non è stato determinante. Semplicemente, proposi la cosa a David, lui disse di sì, venne e registrò due take. Però forse è vero che la canzone fu d’aiuto nel tenere aperti i rapporti in un periodo in cui sembrava che la band avesse cessato l’attività.

Lasciami dire che il suono di batteria di “Profiles” è scandalosamente anni ’80…
È quasi imbarazzante. Quasi [ride]. All’epoca pensavo fosse importante imparare a usare la drum machine. Riascolto quel suono e penso: ma cosa ci passava per la testa?

La colonna sonora di “White of the eye” del 1987 esce ora per la prima volta su CD all’interno del cofanetto. Venne pubblicato in vinile all’epoca?
Non che io ricordi, ma ammetto che la mia memoria sta diventando sempre più confusa [ride]. Comunque, sono quasi certo che esca ora per la prima volta in assoluto.

Due anni dopo, tu e Rick faceste un’altra colonna sonora, per il film “Tank malling”. Perché non l’hai inclusa nel box set?
Perché non era… insomma… in tutta onestà, non era granché [ride]. Non sono cose che uno dovrebbe dire a un giornalista, ma era un film piuttosto cheap fatto con grande entusiasmo.

In settembre verrai in Italia con i Saucerful of Secrets. Ho ascoltato un vostro concerto su YouTube. Mi pare che suoniate quel repertorio mettendoci un pizzico di senso dell’umorismo e senza paranoie da cover band che vogliono replicare ogni suono d’epoca. È così?
Hai riassunto perfettamente lo spirito del progetto.

Pensi che i Pink Floyd a un certo punto abbiano smarrito quel tipo di leggerezza?
Era un elemento sempre presente, specialmente quando le canzoni le scriveva Syd e non Roger. Ma c’è sempre stato un lato umoristico nella musica dei Pink Floyd, persino ai tempi di “The wall”.

Una delle cose interessanti del tour è che riporta in locali di media capienza la musica dei Pink Floyd, che ormai siamo abituati a pensare nei palasport o negli stadi.
Trovo sia estremamente importante suonare nei posti giusti. Non ho neanche lontanamente l’intenzione di portare il concerto nelle arene. Questa musica ha bisogno di… no, forse non ha bisogno, ma mi piacerebbe portarla nei luoghi simili a quelli cui venne suonata ai tempi come la Roundhouse a Londra o l’Olympia di Parigi.

E che dicono Roger e David?
Approvano.

(Claudio Todesco)

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