NEWS   |   Pop/Rock / 22/02/2005

Tornano i Doves: 'Nella nostra musica c'è Manchester che cambia'

Tornano i Doves: 'Nella nostra musica c'è Manchester che cambia'
Competono con Scissor Sisters, Franz Ferdinand e le altre nuove leve del rock internazionale, i Doves da Manchester, ma hanno già i loro 30 anni e passa sulle spalle, parte dei quali trascorsi a far ballare i concittadini sulle locali piste da ballo (allora, erano gli anni ’90, facevano dance “alternativa” alla Chemical Brothers e si facevano chiamare Sub Sub). Tornano in questi giorni sul mercato con il terzo album del nuovo corso, “Some cities”, forti di una reputazione in continua crescita soprattutto in Inghilterra. Jimi Goodwin, cantante e bassista di un trio che include anche i gemelli Jez e Andy Williams, ricorda ancora la sorpresa nel leggere l’entusiasta recensione dell’NME che magnificava, ormai cinque anni fa, le doti del loro primo disco “Lost souls”. “Ci avevamo lavorato un sacco di tempo, sapevamo di aver fatto un ottimo album e dentro di noi eravamo molto soddisfatti del risultato. Però ci aspettavamo anche che qualcuno storcesse il naso, per il nostro presunto salto da ‘dance band’ a ‘guitar band’: c’è chi ha tirato in ballo lo stereotipo dell’abitante di Manchester barbuto e depresso, ma in genere le recensioni sono state molto positive. Vivere in prima persona la scena house dell’89 fu una gran cosa, e credo che l’atteggiamento di allora sia rimasto anche se oggi non suoniamo più i quattro quarti da dancefloor. Non vedo un passaggio brusco, piuttosto una normale progressione. E poi i cambiamenti sono sempre salutari, a un certo punto la dance music non ci ispirava più, eravamo diventati lenti nel comporre. Quando abbiamo ripreso in mano le chitarre ci siamo accorti che eravamo in grado di scrivere quaranta canzoni in due ore!”.
Graduali trasformazioni sono rintracciabili anche nel percorso, ancora breve, dei Doves. “Questo nuovo album a noi sembra un’evoluzione del precedente, in termini di creatività, come lo era stato il secondo rispetto al primo. Come per ‘The last broadcast’, abbiamo deciso di andare a scriverlo e registrarlo fuori città, in campagna, anche se a Manchester abbiamo un nostro studio. Ci piace isolarci per un po’, quando dobbiamo fare un disco nuovo, cucinarci i pasti da soli, sederci in soggiorno e suonare senza distrazioni per due settimane, vedere che succede e poi tornare casa. Uno stile un po’ prog rock, mi rendo conto: ma funziona, nessuno che ti telefona o che bussa alla porta. Il grosso delle registrazioni stavolta lo abbiamo fatto a Liverpool, al Parr Street Studio. Ci veniva comodo perché si trova nel Nord dell’Inghilterra, ci siamo fermati lì cinque settimane, e poi altre tre dopo una pausa. Siamo anche stati in Snowdonia e in Scozia, in una vecchia scuola convertita in studio di registrazione che si trova nel villaggio di Fort Augustus, vicino a Loch Ness. E questa è stata probabilmente la prima volta che ci siamo ritrovati tutti e tre nella stessa stanza a sviluppare le canzoni da zero, uno sforzo ancora più collaborativo del solito”. Per la prima volta, anche, i Doves si sono affidati dall’inizio alla fine alle cure di un produttore esterno, Ben Hillier. “Steve Osborne aveva dato una mano in un paio di pezzi del primo disco, per il secondo ci siamo fatti aiutare nel mixaggio da Max Hayes (Primal Scream, Paul Weller), stavolta volevamo un parere esterno sul come avrebbero dovuto suonare le canzoni. Ben è anche un percussionista e nel disco si sente la sua attenzione per le ritmiche, basso e batteria sono sempre in primo piano nel missaggio. Ne è venuto fuori un album molto tirato, che parte in quarta con i primi quattro pezzi prima di arrivare ad un momento di pausa con ‘The storm’. ‘Snowdon’ si sviluppa come una colonna sonora, c’è una specie di tensione claustrofobica che si accumula, esplode e poi si attenua, tra cambi improvvisi di atmosfera, picchi e cadute”. Proprio in ‘The storm’ affiorano sonorità trip hop, ricordi dei Portishead. “Io direi piuttosto David Axelrod e le colonne sonore degli anni ’60 e ’70, con quel tipico groove funky che si ritrovava in film come ‘Barbarella’ o anche in molte pellicole italiane d’epoca. Ho degli amici che collezionano vecchie soundtrack in vinile e avevo sentito parecchie di quelle cose”.
“Some cities”, fin dal titolo e in pezzi come il tambureggiante singolo “Black & white town”, suggerisce atmosfere urbane e scenari metropolitani. “In parte”, spiega Goodwin, “è il riflesso dei continui mutamenti di cui siamo testimoni nella nostra città, soprattutto negli ultimi dieci anni. Nel disco ricorre il tema del cambiamento, dell’intreccio tra ciò che di buono e di cattivo c’è nel passato e nel presente. ‘Black & white town’ è un pezzo in stile Northern Soul, musicalmente si potrebbe collocarlo nell’America del 1965, ma il testo è tipicamente inglese e si riferisce alla vita, fatta di noia e frustrazione, dei ragazzi che vivono nelle piccole città satellite intorno alla metropoli. Quando abiti in un posto come quello e hai 15, 16 anni, la grande città ti sembra un paese delle meraviglie. C’è tutta una tradizione del genere, in Inghilterra: mi vengono in mente canzoni come ‘Ghost town’ degli Specials, per esempio. E le influenze Sixties arrivano da lontano, mio padre ha una bella collezione di dischi d’epoca e i Kinks sono una delle band favorite da me come da Jez e Andy”.
Parliamo di questa Manchester mutante, allora, l’altra fonte di ispirazione principale di “Some cities”: “La città oggi sta vivendo un boom economico, ma mi chiedo quanto tempo passerà prima che arrivi una nuova recessione. Le bombe dell’Ira negli anni ’90 hanno sventrato edifici del centro che oggi vengono riconvertiti in grandi condomini, destinati a ospitare la folla di impiegati e business men attratta dalle nuove opportunità di lavoro: il centro di Manchester copre un’area piuttosto ridotta ma che oggi accoglie qualcosa come 26 mila persone. La classe lavoratrice viene spinta in periferia, c’è ancora un circuito vivace di club e luoghi dove suonare, un posto come il Night and Day da dodici anni offre spazio ogni sera alle band locali. Ma il centro è diventato un quartiere degli affari, i nuovi residenti si lamentano del rumore e insistono perché i locali chiudano presto o si trasferiscano altrove. Siamo in una città, accidenti, per forza ci deve essere un po’ di rumore!”. C’è qualcosa che accomuna vecchie e nuove band della scena, loro, i New Order, gli Smiths? “Apparentemente no, Manchester ha sempre prodotto musica dei generi più diversi, fa parte della nostra mentalità assorbire le culture più diverse. Ma devo dire che, arrivando da lì, riconosco subito il sapore di una band cittadina quando la ascolto: forse è il senso dello humour”. E il film “24 hour party people” di Michael Winterbottom, che descrive i tempi frenetici dell’Hacienda e dell’etichetta Factory? Ci si riconoscono, Goodwin e compagni? “Un film deve ovviamente rendere più romantica la realtà, introdurre qualche elemento di esagerazione, ma questo è molto divertente e si basa su ciò che è realmente accaduto. Quando abbiamo visto il nostro ex manager Rob Gretton (morto d’infarto nel ’99, a soli 46 anni) interpretato da Paddy Considine siamo rimasti di sasso. Era lui sputato!”.
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