Streaming musicale, il business miliardario per tutti tranne che per gli autori: il caso Spotify

Streaming musicale, il business miliardario per tutti tranne che per gli autori: il caso Spotify

Che il segmento dello streaming musicale sia, attualmente, quello trainante nel mercato musicale mondiale è tutto meno che una novità, e i rapporti IFPI degli ultimi due anni sono stati molti chiari nel fotografare una tendenza consolidata sulla quale l'industria musicale pare contare molto, per continuare a crescere dopo la lunga crisi attraversata tra fine anni Novanta e primi anni Duemila.

A dispetto delle cifre da capogiro e delle pacche sulle spalle che - più o meno metaforicamente - gli addetti ai lavori continuano a scambiarsi quando si parla di trend dei servizi musicali online, un'inchiesta di Tim Ingham per MBW mostra quanto gli unici a non beneficiare di questo boom industriale e finanziario siano proprio quelli sul quale questo boom è fiorito, cioè gli autori delle canzoni.

Le società di edizioni legate alle major - Universal Music Publishing, Warner/Chappell e Sony/ATV - che di fatto amministrano i cataloghi più importanti disponibili sulla piazza, dal 2008 a oggi non hanno ricevuto quote azionarie nell'ambito degli accordi di licenza discussi tra Spotify e le etichette ad esse collegate: in tutti e tre i casi, la società guidata da Daniel Ek ha offerto proprie obbligazioni a Universal Music Group, Warner Music Group e Sony Music, che si occupano della stampa e della promozione dei prodotti discografici, ma non alle società di edizione ad essere collegate.

Le tre major, negli anni, sono riuscite ad accumulare - insieme a Merlin, il network che dal 2008 consorzia le principali realtà indipendenti internazionali - circa il 18% del capitale di Spotify: capitale che, con la quotazione sul mercato della piattaforma svedese, i grandi gruppi discografici si stanno preparando a realizzare, per mezzo della vendita delle azioni ad essi intestati, per "dividere gli utili con gli artisti e le etichette consociate", come dichiarato più volte dai dirigenti delle major. Di questa operazione, che complessivamente frutterà qualcosa come due miliardi e seicento milioni di dollari, beneficerà buona parte della filiera discografica tranne che gli autori, che di questa stessa filiera rappresentano - paradossalmente - le radici.

Perché il concetto non resti astratto, Ingham ha elencato i nomi di alcune "vittime" di questa operazione: Ed Sheeran, per esempio, co-autore di "Shape Of You", che su Spotify ha fatto segnare più di un miliardo e 700 milioni di passaggi, dalla cessione delle quote azionarie da parte della sua etichetta non ricaverà in soldo, in qualità di autore. Lo stesso discorso vale per Drake, Luis Fonsi e Post Malone, che con le loro tre hit più note - rispettivamente "One Dance", "Despacito" e "Rockstar" - hanno complessivamente fatto segnare oltre tre miliardi di passaggi. Il problema, tuttavia, non è tanto di Sheeran, Drake, Fonsi e Malone, che in ogni caso godranno della cessione delle quote da parte delle loro label come artisti/interpreti, ma dei coautori delle hit citate poco fa - tra gli altri, Steve Mac, Johnny McDaid, Shaun Frank and Jason Boyd, che dalla colossale operazione sui mercati da oltre due miliardi e mezzo di dollari non beneficeranno affatto.

Difficile giudicare - si domanda Ingham - se questa sproporzione sia dovuta più alla miopia di una delle parti negozianti (Spotify, che ha considerato gli autori come anello marginale della filiera) o degli autori stessi, colti alla sprovvista - insieme ai propri rappresentanti industriali - dal boom dello streaming. Paradossalmente, tuttavia, mentre Sony Music realizzava metà della quota azionaria di Spotify in suo possesso, incamerando la bellezza di 750 milioni di dollari, la stessa major ne spendeva due miliardi e 300 milioni per accrescere di un ulteriore 60% la propria partecipazione in EMI Music Publishing, società di edizioni che amministra un catalogo valutato poco meno di 5 miliardi di dollari. Un autentico tesoro costruito, mattone dopo mattone, da quegli stessi autori lasciati ai margini nelle trattative tra major e Spotify...

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