Medimex 2018 a Taranto, il panel ‘La label del futuro’

Medimex 2018 a Taranto, il panel ‘La label del futuro’

Si è tenuto oggi, venerdì 8 giugno, nell'ambito dell'edizione 2018 di Medimex, il panel "La label del futuro": moderato dall'editore di Rockol Giampiero Di Carlo, l'incontro ha avuto per protagonisti Dino Stewart (Bmg), Dario Giovannini (Carosello Records), Lino Principe (Sony Music), Claudio Ferrante (ArtistFirst) ed Emiliano Colasanti (42 Records).

"I cambiamenti ai quali abbiamo assistito sono stati un abbattimento dei costi e un aumento del do it yourself, che ha causato una disintermediazione delle etichette discografiche e l'affermazione delle piattaforme digitali, che hanno posto delle nuove soglie di attenzione", ha chiarito Di Carlo nell'introduzione al panel.

Ecco una selezione degli interventi degli ospiti al panel:

Claudio Ferrante: "Se si parla di etichette, bisogna parlare di chi mette al centro la creatività, non la finanza. Oggi è il momento di investire su chi innova".

Lino Principe: "Clamorosamente, le major sono le entità più rivoluzionarie, oggi, nel mondo delle musica. Lo sono state perché sono state capaci di rivoluzionarsi per creare una catena di talenti, e di costruire know how per dare una concretezza al lavoro degli artisti che mettono sotto contratto. Bisogna porre al centro il consumatore, perché oggi è possibile ascoltare tutta la musica che si vuole, a differenza di 15 anni fa. Bisogna dare la canzone giusta al momento giusto alla persona giusta".

Emiliano Colasanti: "L'orizzonte dei 10 anni ormai è impossibile da considerare, per un'etichetta, perché ormai l'evoluzione del mercato discografico è troppo rapida. Per una indie il lavoro artigianale è ancora fondamentale, anche se il lavoro sui dati fatto dalle major è importante anche per noi. Le piattaforme dicono di voler mettere l'utente al centro, ma non è esattamente così. Quello della playlist è un meccanismo subdolo: la playlist non è scelta sulla base dei gusti di un singolo, ma sui dati che fa segnare".

Emiliano Colasanti: "Paradossalmente, oggi una indie, proprio perché lavora con budget più bassi e con bilanci che non dipendono dall'esterno, può permettersi di fare crescere un artista. Il primo disco di Cosmo in termini di vendite è stato un disastro, ma ha vinto il premio Tenco, e ne hanno parlato tutti".

Dino Stewart: "Il cast del lavoro delle major, oggi, arriva infatti dalle indie. Le grosse etichette hanno i budget per rilevare e sviluppare i progetti nati in ambito indipendente. Ma le piccole etichette riescono a stare in piedi anche grazie agli accordi stretti con le major sugli artisti di maggior successo".

Claudio Ferrante: "Il mercato italiano ha ancora una preponderanza di fisico. Oggi, vedo sempre di più un'attenzione verso il consumatore, con qualche eccezione di discografico che ancora lavora dell'artista in sé e non sulle prospettive di vendita".

Dino Stewart: "Da un certo punto di vista le etichette possono essere considerate una gavetta, ma noi, con BMG, spesso ci troviamo nella stessa situazione. La funzione di gavetta non serve solo a moltiplicare i numeri, ma a preparare un artista - anche psicologicamente - a fare il suo mestiere. (...). Io faccio soprattutto scouting di autori: gli artisti oggi li vogliono fare tutti. Gli autori no, perché spesso c'è una componente di ego che va al di là della voglia di fare musica".

Lino Principe: "Se Apple comprerà una major? No: troppe rotture di scatole. Essere una major vuol dire fare da balia a un artista, e Apple non credo voglia portarsi in casa un problema del genere. Vedo più l'evoluzione della major in uno scenario artistico-centrico e di attenzione del consumatore. Che solo una major è in grado di fare".

 

 

 

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