Bombino racconta ‘Deran’: ‘È il disco del mio ritorno in Africa’

Bombino racconta ‘Deran’: ‘È il disco del mio ritorno in Africa’

Dopo aver registrato gli ultimi due album a Nashville e a Woodstock, Omara "Bombino" Moctar torna in Africa, la sua terra, per la sesta fatica discografica che porta la sua firma, “Deran”, uscita lo scorso 18 maggio. Lo studio eletto dal chitarrista tuareg, battezzato dalla critica musicale come “il Jimi Hendrix del deserto”, è quello marocchino del re Mohamed VI, a Casablanca, sebbene questa non sia stata la prima scelta del musicista: “La speranza originaria era di registralo in Niger” – ci spiega Bombino, che è nato nel villaggio tuareg nigerino di Tidene, a un’ottantina di chilometri da Agadez – “abbiamo provato a farlo ma là non c’era abbastanza in termini di materiali e strumentazione per registrare un album come questo, purtroppo. Così abbiamo iniziato a guardare ad altre opzioni che potessero essere sensate. Il Marocco è venuto fuori come idea abbastanza in fretta perché mi piace trascorrere il tempo là ed è facile da raggiungere dall’Europa, dal Niger e dagli Stati Uniti, che sono i tre luoghi dove i componenti della band vivono quando non siamo in tour”. Non si tratta solo di questo, però, perché il Marocco è anche un luogo che agli occhi del musicista presenta diverse affinità con il suo Paese: “C’è una forte connessione tra il Marocco e il Niger in termini di cultura, linguaggio e stile di vita. Dunque mi sentivo molto a mio agio là”, racconta. 

Proprio la cultura, il linguaggio e lo stile di vita citati da Bombino sono al centro della sua musica, che da sempre canta della popolazione tuareg, ma anche degli elementi naturali nei quali è immersa: il deserto, gli alberi, l’acqua, le montagne, il vento, il sole. Per scoprirlo non possiamo fare altro che fidarci delle spiegazioni di Bombino, visto che i testi delle sue canzoni sono in lingua berbera, il Tamasheq: “Canto del mio amore per la mia gente, per la nostra lingua Tamasheq, la nostra cultura, il mio desiderio di pace”. Lo stesso titolo del disco, “Deran”, significa “migliori auguri” e Bombino lo chiarisce così: “È come una benedizione, un pensiero positivo. Il titolo deriva da una canzone dell’album, “Deran Deran Alkheir”, che è la nostra interpretazione di una canzone tradizionale dei matrimoni tuareg. Mi piaceva, in generale, l’idea di trasmettere un buon augurio al mondo con quest’album. Questa è una parte importante di quello che voglio rappresentare come artista, un ambasciatore di pace e solidarietà per tutta l’umanità”. Musicalmente, l’album, prodotto dal manager di Bombino Eric Herman, stando alle parole del chitarrista è “la dimostrazione della maturità dei diversi stili musicali presenti negli album precedenti”. Spiega, infatti, il musicista, ripercorrendo i dischi che hanno scandito il suo percorso artistico: “Ci sono aspetti rock come ho iniziato a fare in “Nomad”. C’è il tuareggae che ho inaugurato con “Azel”. Ci sono anche canzoni delicate e acustiche come quelle di “Agadez”. Penso che questi tre momenti si siano sviluppati in uno stile più robusto nel corso degli anni, e questo album ne è la prova, spero”. All’interno di “Deran”, poi, si collocano anche due novità: il suono di alcune percussioni locali del Marocco – “per dare un po’ del sapore del luogo dove stavamo registrando” – e la voce di Illias, chitarra ritmica della band di Bombino, che si fa sentire in due canzoni del disco. Alcuni dei brani confluiti in “Deran” hanno preso forma negli ultimi due anni nel corso del tour, altri hanno richiesto anche più tempo. Poi ci sono canzoni che Bombino ha scritto più recentemente, come “Midiwan” e “Adouni Dagh”. Infine, canti tradizionali tuareg ai quali è stata data una nuova veste, come “Tenesse”, “Oulhin” e “Deran Deran Alkheir”.

Come a tutti gli spiriti liberi, anche a Bombino non piacciono le etichette. Il chitarrista e cantante guarda, dunque, con un pizzico di scetticismo alle espressioni “tuareg rock” e “tuareggae” quando ambiscono a definire la sua musica: “C’è il rock. C’è il blues. Ci sono i ritmi e le musiche tradizionali tuareg. È semplicemente quello che è, e ogni persona può decidere da sola come chiamarla”, chiosa il musicista. Interrogato circa le ispirazioni e i maestri che hanno forgiato il suo stile, Bombino non ha esitazioni: “Da quando ero molto giovane, i miei eroi della chitarra sono stati Ali Farka Toure, Jimi Hendrix, Mark Knopfler [Dire Straits] e Ibrahim [Ag Alhabib] dei Tinariwen. Questi sono i maestri che mi hanno insegnato come suonare, non direttamente ma semplicemente ascoltandoli, guardando i loro video e cercando di capire da solo come suonare nel modo in cui lo facevano loro. Negli anni il mio modo di suonare la chitarra si è evoluto come tutte le cose nella vita evolvono, ma queste sono e rimangono le mie fondamenta ancora oggi”. E per il “Jimi Hendrix del deserto” l’influenza non è necessariamente una questione di tecnica. Evocando la chitarra di “Foxy Lady”, Bombino, ad esempio, chiarisce che ciò che più lo ha ispirato del musicista di Seattle “erano la libertà e la gioia che esprimeva attraverso la sua chitarra”. È questo che Bombino ha sempre cercato di riprodurre anche nella sua musica, guardando al futuro senza troppi progetti. “Penso sia importante apprezzare questi momenti il più a lungo possibile”, dice in riferimento al lavoro appena completato l’artista, prima di concludere: “Sono molto fortunato, grazie a Dio”.

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