Roger Waters, il concerto del 16 maggio a Vienna visto con gli occhi del fan: la recensione della serata

Roger Waters, il concerto del 16 maggio a Vienna visto con gli occhi del fan: la recensione della serata

Credo che ormai sia ora di ammetterlo: sono watersiano. Ci ho impiegato sei lustri, migliaia di chilometri e un concerto a Vienna…

Ricordo che nel 1987 rimasi molto male nel leggere un’intervista dove Roger dichiarava: “Scordatevi quei tre, i Pink Floyd sono io!”. Quell’affermazione fu detonante nella mia testa e ancor più nel mio cuore perché, anche se divisi, avevo sempre considerato i Fab Five una cosa sola (e tendevo sempre a farli diventare sei aggiungendo anche Bob “Rado” Klose oltre all’intramontabile Barrett).

Dopo aver visto l’"Us & Them live" il 16 maggio tutto è diventato chiaro, Roger è i Pink Floyd. Il concerto è qualcosa di sensazionale, ti toglie il fiato, ti fa riflettere e ti fa venire una voglia matta di rivederlo a Roma il prossimo luglio (oppure a Lucca). Cito queste due località solamente perché saranno outdoor e riproporranno l’allestimento scenografico del Desert Trip. Ma a Roger importa poco, se ne frega dei limiti dello spazio chiuso e tra poco capirete perché…

Sia chiaro, se dopo 50 anni che lo ascoltate ancora non avete capito che la sua musica è indissolubilmente legata alla politica seguite il suo consiglio: andate a vedere Katy Perry (vorrei rendere noto che non ho nulla contro la giunonica cantante e le sue allegre serate live).

Roger Waters cita se stesso e se lo può permettere; quasi a fine serata nessuno sentirà la mancanza di Nick Mason, David Gilmour e Richard Wright. Ma veniamo al live, i sofismi lasciamoli stare.

Il concerto è cominciato puntualissimo alle 20 (sì, avete letto bene, le 8 di sera) con la Stadthalle gremita all’inverosimile e incredibilmente riempitasi negli ultimi 15 minuti prima dell’inizio; sono entrati tutti insieme: ordinati e silenziosi. Io avevo trascinato lì la mia Silvia un’ora prima dell’apertura dei cancelli…

Da ridere a ripensare che c’era un tizio fuori che vendeva il giornale locale con la maglietta di David Gilmour indosso e "Anisina" ("The Endless River", Pink Floyd, 2014) sparata a tutto volume da un bellissimo speaker portatile. Decontestualizzato!

Ma ritorniamo all’ora zero. Dopo 10 minuti passati a guardare la proiezione di una ragazza che di spalle fissa a sua volta il mare, le Lucius fanno capire a tutti che il concerto sta per partire e che partirà forte.

"The Dark Side of The Moon", "Wish You Were Here", "Animals", "The Wall" (qui elencate in rigoroso ordine di uscita) sono le colonne portanti di queste tre ore di musica rock, dura, pura, datata solo sulla carta. Il pezzo più giovane ha 40 anni eppure suona fresco, pulito, rabbioso. Non sto neanche a dirvi la qualità dell’audio e la perfezione della quadrifonia, sarebbe tempo perso; bisogna provarlo di persona.

I due momenti emotivamente più forti, almeno per me, si possono vivere durante "One Of These Days" e "Déjà Vu" (sul passaggio “The sun goes down and I’m still missing you” ho avuto un mancamento, anche se non intendo rivelarne il motivo, penso che sia abbastanza chiaro) mentre, con mia somma sorpresa, "Picture That" dal vivo rende meno che in studio (sia chiaro, resta sempre bellissima).

Il primo set si conclude alle 21:30 e inizia lo spettacolo nello spettacolo con le proiezioni “Resist” a tutto palco (Roger nell’annunciare il break ha chiaramente detto che ci avrebbe lasciato qualcosa su cui riflettere).

Vi risparmio la parte politica, nel caso Katy Perry resta a disposizione.

Ad un certo punto la citazione della "Fattoria degli Animali" ci ricorda che alcuni animali sono più uguali di altri come i maiali o i cani… Pertanto, con una naturalezza disarmante, Roger fa calare dall’alto la Battersea Power Station che occupa tutta la sala (un vero prodigio di ingegneria con proiettori e schermi sia curvi che lineari) e riporta tutti al 1977.

Sembra ieri anzi, è ieri! Cosa volete che siano 41 anni per Dogs e Pigs? Niente, perché suonano rabbiose e attuali come non mai (non mi dilungo e non esprimo opinioni sugli attacchi a Trump, sono stati versati fiumi di inchiostro in proposito).

L’esibizione va avanti sontuosamente e, dopo aver portato il Prisma fisicamente sul palco (i laser fanno miracoli al giorno d’oggi) il buon caro vecchio Roger parte con un monologo crudo e diretto. Anche su questo argomento è stato già detto di tutto e su Rockol si parla di musica, pertanto passo.

Ad ogni modo Katy Perry resta una valida alternativa.

Prima del gran finale e subito dopo il sermone Roger ci presenta la sua band e qui, per la gioia mia e di buona parte dei floydiani presenti, paga il tributo a David Gilmour mentre elogia il suo chitarrista hippy Jonathan Wilson…

Qui mi rendo conto che non sono Watersiano, ma semplicemente un floydiano che ha imparato ad apprezzare i figli d’arte che ha creato il pazzo diamante… E adesso mi mancano tutti…

Syd, David, Richard, Nick e anche Roger fanno parte dell’universo floydiano che, sebbene, arrivi al mare attraverso un delta vasto e complicatissimo, sgorga da una sola prolifica fonte che, inevitabilmente, segna il percorso artistico di tutti i Fab Five (or Six) e le vite di chi, come me, ha metà del sangue diluito con la loro musica.

Quando ormai tutto è compiuto, Roger ci saluta con "Mother" e "Comfortably Numb" e poi si commuove; non quanto me, ma si commuove!

Non mi resta che aspettare pazientemente il 14 luglio e ingannare l’attesa ascoltando Katy Perry perché, a questo punto, mi è venuta voglia di capire meglio l’affermazione di Roger…

Fabio FLOYD Flecchia

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