Robyn Hitchcock, surrealista pop: 'Riciclo la realtà per renderla accettabile'

Robyn Hitchcock, surrealista pop: 'Riciclo la realtà per renderla accettabile'
E’ storia dell’anno scorso, ormai, anche se il disco è uscito solo ora in Italia: un incontro casuale con la coppia più (neo)tradizionalista della musica americana odierna, Gillian Welch e David Rawlings, ha spinto Robyn Hitchcock a sfornare un piccolo capolavoro di arte acustica, quello “Spooked” che sembra già essere entrato di diritto nella galleria più pregiata del suo personale “museo” (è lui che lo chiama così, sul suo sito Internet). Sembrerebbero quasi due pianeti distanti e in improbabile rotta di collisione, il suo e quello dei due ragazzi degli USA. Ma lui, ciuffo candido, camicia floreale e chitarra a portata di mano, non è d’accordo. “Siamo distanti solo in apparenza. David e Gillian hanno quindici anni meno di me, è vero, ma sono appassionati di musica rock e le nostre collezioni di dischi si assomigliano molto. Quando li ho visti suonare dal vivo a Londra ho potuto appurare che entrambi abbiamo in repertorio versioni acustiche di pezzi di Jimi Hendrix, ‘Manic depression’ nel loro caso e ‘The wind cries Mary’ nel mio. Poi, incontrandoli, sono venuto a sapere che quando andavano al college ascoltavano la mia musica e venivano ai miei concerti. Un altro punto in comune è l’amore per Bob Dylan, passione condivisa con altri amici musicisti come Grant Lee Phillips e Jon Brion. Appena entrati in studio, Gillian, David ed io abbiamo inciso sette o otto pezzi di Dylan. Avevamo cominciato con ‘Candy says’ dal terzo disco dei Velvet Underground e abbiamo proseguito con Hendrix, T. Rex, Talking Heads e la Band, un altro dei loro gruppi preferiti. Hai presente la copertina del secondo album, quella in cui Robbie Robertson e gli altri sembrano vecchi pionieri del tardo Ottocento? Quando sono andato a sentirli allo Shepherd’s Bush Empire mi hanno fatto un effetto simile: Gillian con un bel vestitino rosa e David in abito scuro, come un predicatore o come Robert Mitchum in ‘La morte corre sul fiume’. Ero troppo giovane per Dylan, Donovan, Joan Baez o la Incredible String Band, negli anni ’60, e non avevo mai visto nessuno, prima di loro, suonare dal vivo una chitarra acustica senza pick up. E’ stato come tornare indietro di trent’anni, le chitarre non microfonate riproducono delle armoniche meravigliose”.
Di quella full immersion nel catalogo dylaniano, a cui Robyn aveva già dedicato un intero doppio Cd di cover due anni fa, in “Spooked” è rimasta soltanto “Trying to get to heaven before they close the door”, titolo pescato dal “Time out of mind” di otto anni fa. “E’ sopravvissuta”, spiega Robyn, “perché noi tutti, Gillian in particolare, ci tenevamo: eravamo soddisfatti dell’esecuzione e dell’originalità dell’arrangiamento. Alcune delle canzoni che abbiamo registrato sembravano provenire direttamente dai ‘Basement tapes’, tastiere di Garth Hudson a parte, con David che imitava alla perfezione il suono di chitarra di Robertson. ‘Tears of rage’, per esempio, è venuta benissimo ma non era poi così diversa dalla versione originale. Se ascolti ‘Tryin’ to get to heaven’ così come la fa Dylan, invece, ti accorgi che lui la canta molto più velocemente, con il fare scocciato di un vecchio scorbutico che si sta togliendo le mosche dalla faccia, mentre io la interpreto con un tono di voce più triste e molto inglese. E’ un’interpretazione, appunto, non una copia, e credo di aver prestato più attenzione alla melodia della canzone di quanto non faccia lui.. Gillian suona le note basse, io e David facciamo picking con l’acustica e la sua esecuzione di questo pezzo è stata assolutamente sublime. Non c’è ritmo, ma un suono pizzicato come quello di un clavicembalo”. E come hanno preso, i due ragazzi “All american”, i tipici scherzi inglesi sparsi nel disco, tipo “Welcome to Earth?”. “Da americani, appunto, si sono divertiti. Un po’ come succede con i Monty Python, bravissimi nell’impacchettare la britannicità per i mercati esteri. Io ho cercato di fare qualcosa del genere”. Nel disco abbondano come sempre i ritratti di figure umane bizzarre, un po’ disturbate e devianti. “Television”, dichiarazione d’amore che un uomo fa alla sua televisione, è un caso esemplare. “Ma non intendevo affatto essere sprezzante”, spiega Hitchcock. “La televisione è una droga potente e paralizzante come tante altre. Cercavo un’immagine che rappresentasse qualcosa capace di mettere in ginocchio le persone, di renderle schiave. Provo comprensione per i personaggi di tutte le canzoni contenute in ‘Spooked’, credo di capirne le motivazioni perché in fondo hanno tutti a che fare con il mio modo di essere. A tanto può arrivare l’ego senza fine dell’artista…”. Tutti i titoli della raccolta, poi, sono ravvivati dalla sua consueta, fervida immaginazione, popolati da spiritelli maligni, animali antropomorfi e natura animata. Un universo parallelo che vive nella sua testa? “Non direi, quello è il mondo in cui viviamo. Non è affatto distante, è qui vicino a noi. Una delle funzioni dell’artista consiste nel riciclare l’esistente per riproporlo al pubblico, un po’ come fanno le vespe che mangiano pezzettini di legno e li metabolizzano per costruirsi il nido. Nel riciclare la vita, gli artisti cercano in qualche modo di restituirne la pura essenza: e, curiosamente, nel ricreare il mondo secondo la propria visione si finisce per arricchire la propria esistenza, e a volte quella altrui. Rispetto ad altri artisti il mio mondo è forse un po’ confuso, scombussolato, surrealista: ma lo scopo è simile. Le persone si riflettono le une nelle altre, si imitano e si influenzano a vicenda. Tutti assorbiamo dall’ambiente circostante. Se mangi, respiri e ascolti merda ne produci altrettanta, questo è il problema con la produzione di massa. L’unica speranza è che qualcuno ne tiri fuori qualcosa di più puro e migliore: compito dell’artista è cercare di trasformare la sofferenza in qualcosa di più nobile”.
L’essenzialità acustica di “Spooked” rimanda a uno dei suoi vecchi capolavori, quell’“I often dream of trains” che Robyn pubblicò nel 1984. “Ma poi ne ho fatti altri, di dischi acustici. ‘Eye’ nel ’90, e ‘Luxor’ due anni fa, che aveva un suono molto spartano stile ‘Trains’. Forse non sono cambiato poi così tanto da allora, a parte il timbro di voce che è diventato più basso. A dire la verità quell’LP non lo sento da molto tempo, più album faccio e meno ne ascolto. Quando esce il tuo primo disco è come se ti nascesse un bambino, lo metti su da mattina a sera. Poi ti passa”. Non è un nostalgico, Hitchcock, e lo dimostra anche quando parla della recente reunion (2002) con i vecchi compagni dei Soft Boys. “E’ andato tutto bene, a parte il fatto che nessuno sapeva fino a quando avremmo dovuto andare avanti. Per i miei gusti è durata anche troppo. Ragionando egoisticamente, devo dire di essere soddisfatto della mia vita da Robyn Hitchcock negli ultimi venticinque anni. Un disco come ‘Underwater moonlight’, oggi, è giudicato un classico di culto, e le motivazioni per cui me ne sono andato allora dalla band non avevano a che fare con la musica. Semplicemente non volevo più essere in una band, col contorno di manager e di avvocati che ne consegue”. A proposito di culto: Robyn ne è il prototipo, nella musica pop. Come ci si trova in quei panni? “Qualunque nicchia può risultare soffocante, ma me la sono andata a cercare. Penso che la nostra fortuna sia in gran parte governata dal nostro io interiore. Fin da quando hai 15 o 20 anni c’è una voce dentro che ti dice vai in quella direzione, diventa così: ed è capitato anche me. Negli anni ’60, quando avevo 15 anni ed ero nel mio massimo splendore, capelli castani e collanine al collo, magro come un chiodo e desideroso di imparare le mie prime canzoni di Dylan alla chitarra, mi son detto: vai, e diventa un musicista di culto! Così erano tutti quelli che piacevano a me, Captain Beefheart, Syd Barrett, la Incredible String Band, Bob Dylan più di tutti gli altri. Nessuno si sognerebbe di chiamare figure di culto Michael Jackson o i 10cc… Quel che non avevo capito, ai tempi, è che i musicisti di questa categoria generalmente non fanno molti soldi e che i loro dischi non si trovano nei negozi. Però sapevo anche che attraggono irresistibilmente un certo numero di persone che per la massa risultano essere invisibili, quando non noiose”.
“Cult musician” Robyn lo è per antonomasia. Ma è anche pittore, poeta, e anche attore: dopo che Jonathan Demme (che su di lui aveva già diretto un film documentario) lo ha chiamato ad interpretare una piccola parte nella sua ultima pellicola, “The Manchurian candidate”. “Per il film Jonathan aveva bisogno di un po’ di inglesi cattivi: sai com’è, a Hollywood agli inglesi di solito tocca la parte del gay, dello zio o del farabutto, o magari una combinazione delle tre cose… Ho scoperto poi che non ero io il cattivo principale, ma una sorta di tirapiedi per il protagonista negativo della storia. E mi sono sorpreso nel vedere che alla fine il mio personaggio viene arrestato... non era scritto nella sceneggiatura! Comunque mi sono divertito, non è poi così diverso dal registrare un disco sovraincidendo le tracce in studio. Si girano le stesse scene quindici o venti volte e poi si sceglie quella che è venuta meglio. E quando tutti intorno a te recitano, ti viene naturale fare altrettanto, come quando da bambino fingi di essere un poliziotto, un soldato o un astronauta. La differenza principale è che qui ti danno pure da mangiare gratis”.
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