Ry Cooder racconta “The prodigal son”, il gospel dell’uomo moderno – INTERVISTA

Ry Cooder racconta “The prodigal son”, il gospel dell’uomo moderno – INTERVISTA

Il dialogo di Ry Cooder con i morti è un monito ai vivi. Nel nuovo album “The prodigal son”, fuori l’11 maggio, il chitarrista americano recupera antiche canzoni di matrice gospel-blues (e ne aggiunge alcune nuove) non per raccontare il passato, ma per cantare della società americana, di gentrificazione, avidità, immigrazione, redenzione, morte. In attesa del tour nordamericano, il primo da nove anni a questa parte, Cooder ha risposto alle nostre domande.

Perché un disco influenzato dal gospel oggi, nel 2018?
Domanda difficile, non ho una risposta. Ti direi che la musica è uno stato d’animo, che è un’emozione, che a volte ti viene di cantare di politica e volte di storie personali. O forse c’entra il fatto d’essere andato in tour con Ricky Skaggs nel 2015 e aver suonato vecchie canzoni imparate da ragazzo. È stato allora che mio figlio Joachim m’ha detto: perché non suoni un altro po’ di questa roba?

“Straight Street” dei Pilgrim Travelers è un gran modo per avviare l’album. È come se ci dicessi: questo disco canterà la rettitudine dell’uomo e la resistenza alle lusinghe del demonio. Demonio che nel 2018 assume forme che i Pilgrim Travelers neanche potevano immaginare…
Per la gente di colore, il gospel era un linguaggio in codice. Aveva un significato non scritto. È un tipo di scrittura che risale ai tempi della schiavitù, quando si cantava di andare in paradiso e in realtà s’intendeva scappare dalle piantagioni. “Straight Street” parla quel linguaggio, anche se ho dovuto cambiarla un po’ perché i tempi dei Pilgrim Travelers sono oramai remoti. È il lavoro che abbiamo fatto in tutto l’album: abbiamo cercato di trovare nuove idee per vecchie canzoni.

Pensi sia questo il tuo contributo alla musica delle radici, negli ultimi anni? Prendere un patrimonio che si pensava oramai irrilevante e usarlo per dire cose importanti sul nostro tempo?
Sì, è proprio così.

Conoscendo il concept “Chávez Ravine”, non mi stupisce che tu abbia scritto una canzone sulla “Gentrification”…
Il business immobiliare è una macchinazione per distruggere i vecchi stili di vita. È un fenomeno particolarmente evidente a Los Angeles che è cresciuta secondo le ragioni dello sviluppo immobiliare agevolato dal governo locale, un’intera città nata sulla compravendita di terreni e sull’idea di far soldi. Non c’è più niente, ci sono solo centri commerciali.

Da almeno 25 anni sembri particolarmente sensibile al tema della sparizione del passato.
È naturale, perché tutto ciò che amo è svanito: luoghi, alberi, quartieri, stili di vita, è tutto scomparso. Vale anche per la musica. Nella mia vita ho assistito impotente alla sparizione di dischi, negozi, radio. Col risultato che oggi sono svanite le peculiarità musicali locali a favore di un suono standardizzato che serve a vendere profumi e scarpe. Ho 71 anni, so che non posso far nulla per fermare questo processo, ma almeno posso suonare la musica che amo.

Cantare “Everybody ought to treat a stranger right” nel 2018 significa parlare delle politiche di immigrazione americane?
Le politiche che mirano a colpire i lavoratori immigrati non sono niente di nuovo nella storia degli Stati Uniti. Prendi i migranti, li metti a far lavori che non vuoi più fare, li incolpi di averti rubato lo stipendio, li deporti, li fai tornare e via con un nuovo ciclo. Succede da centinaia d’anni, ma forse abbiamo toccato il fondo. Non so quanto vecchia sia quella canzone, probabilmente risale al XIX secolo o forse l’ha scritta Blind Willie Johnson, nessuno lo sa. Di sicuro è giunto il momento di tornare a cantarla.

Interpretare il gospel significa inevitabilmente anche cantare di morte, cosa che fai in quest’album. Ci pensi spesso alla morte?
Sì, ci penso, ma devi capire che fare un disco non è un’attività che ha a che fare col pensiero. Cerchi buone canzoni, ti siedi, le suoni. Tutto qui. Solo in un secondo momento cominci a ragionare su quel che hai fatto. Nella prima fase pensi solo a ottenere buone performance e un bel sound. Ecco, il sound: non so come abbia fatto il fonico Martin Pradler, ma il disco suona davvero bene.

L’album è suonato quasi interamente da due persone, tu e tuo figlio Joachim, eppure è estremamente dinamico. Forse è per via del tuo modo di creare backup e groove che stanno da qualche parte tra funk e blues, come in “Shrinking man”…
Quel che senti in quella canzone è un mandolino elettrico, con qualche sovraincisione di chitarra. L’abbiamo suonata e cantata praticamente dal vivo.

In “Nobody’s fault but mine” c’è un suono strano e inquietante che sta a metà strada fra un ottone e una tastiera: che cos’è?
È il campionamento di una tromba trovato da Joachim. Lo ha inserito in un software che tramite uno strano algoritmo produce un’armonizzazione. È come una pulsazione su cui ho poi cantato e suonato la chitarra in una sola take, un metodo che ho usato in molti altri pezzi del disco.

La gran cosa di quest’album è che, pur affrontando un repertorio a volte meditabondo e impegnativo, è pieno di verve.
È merito di Joachim che ha un modo di suonare quasi umoristico. Sai, fare blues può essere deprimente a volte. Con lui invece è sempre divertente. Riesce a mantenere alto lo spirito, credo sia la cosa migliore del suo stile.

Hai suonato repertorio hawaiano e del Mali, sei stato a Cuba e hai fatto Tex-Mex. E naturalmente ti sei misurato con le musiche afroamericane. Mi piacerebbe perciò sapere che ne pensi del dibattito sull’appropriazione culturale.
Fortunatamente nessuno possiede la musica. Per esperienza so che puoi fare le cose bene oppure male. Farle male significa arrivare in un luogo, appropriarsi della cultura locale e andarsene. Farle bene significa rendere merito alle persone che per prime hanno suonato quella musica, rispettarle, includerle nel progetto. Se nessuno mi ha mai detto “Non farlo, sta’ alla larga dalla nostra musica” è perché mi sono sempre assicurato che la fonte fosse rispettata. Di questi tempi tutti cercano di essere politicamente corretti e la cosa sta sfuggendo di mano. Spiace pensare che si possa instaurare una sorta di apartheid musicale dove la gente segna il proprio territorio e non dà accesso ad altri musicisti. L’apartheid è sempre una pessima idea e di sicuro non funziona con la musica. Che cosa accadrebbe se i tedeschi pensassero di possedere Bach, gli italiani Puccini e così via? Non ci sarebbe più musica. Non ci sarebbe più niente. Ci sarebbe il silenzio.

(Claudio Todesco)

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.