Concerto del Primo Maggio 2018 a Roma, se piazza San Giovanni guarda al Coachella: il commento di Rockol

Concerto del Primo Maggio 2018 a Roma, se piazza San Giovanni guarda al Coachella: il commento di Rockol

Non sappiamo se sia farina del suo sacco o di quello degli autori, ma quel "Concerto del Primo Maggio come il Coachella" detto da Lodo Guenzi in apertura dice molto, anzi moltissimo, del concertone emancipato dagli stereotipi di piazza San Giovanni cantati da Elio e le Storie Tese: il richiamo al festival californiano nato come risposta insofferente al mainstream e diventato mainstream (e che mainstream!) alla velocità della luce dà con una precisione chirurgica le coordinate della svolta impressa da Massimo Bonelli al raduno capitolino, la cui mutazione, iniziata lo scorso anno, nel 2018 può dirsi compiuta.

A questo punto non è più questione di line-up, almeno, non più in senso stretto. Vedere Appino abbracciare Wrongonyou nel backstage è più di una nota di colore buona per i lanci social: è indice di uno spirito nuovo, che nei festival minori o di nicchia c'è sempre stato, ma che in diretta nazionale non c'era mai arrivato. E di questo, a Bonelli, occorre rendere merito.

Sulla formazione schierata in piazza San Giovanni si può discutere delle ore, certo. Del bilanciamento tra generi, molto meno: perché chi conosce il Coachella e frequenta i grandi festival europei sa benissimo che scandalizzarsi per il pareggio tra consolle e batterie sui palchi non è solo stupido, ma inutile. Vedere Rihanna o Beyoncé palco a palco con XX, Chvrches, The Weekned, Alt-J, Foo Fighters e Perfume Genius è ordinaria amministrazione, e se la cosa non piace è sufficiente o andare a prendersi una birra quando suona qualcuno non conforme ai propri gusti o starsene dirittamente a casa a rimpiangere i vecchi tempi, che non è cosa affatto disonorevole, ma al massimo ragionevole.

Nato il nuovo Primo Maggio di Roma, le cosiderazioni da fare ci paiono essenzialmente due. La prima: la musica attuale diventa poco attuale sempre più rapidamente, e questo presuppone una grande attenzione, da parte della direzione artistica, non solo ai trend di Spotify e simili, perché la musica attuale diviene tale quando aggrega, e per scoprirlo non ci sono big data che tengano. Per quest'anno la missione è riuscita, quindi complimenti. Attenzione, però, a che la distribuzione dei pesi interni al cast e altri fattori che quest'anno si sono rivelati vincenti non si cristallizzino in un format. Perché alla musica attuale, i format, non sono applicabili.

La seconda: il Coachella in sé e festival dall'appeal simile, se presi come modelli, possono essere rischiosi per diverse ragioni. Innanzitutto perché per essere attuati in maniera credibile richiedono budget siderali, che di questi tempi non sono facili da mettere insieme. Poi perché il Coachella sarà anche sinonimo di coolness, ma anche - per altri versi - di idiozia esponenziale. Quindi se l'idea è quella di avere un cast in grado di abbracciare potenzialmente dai Black Sabbath ai Migos - o i loro equivalenti nazionali -, per carità, benissimo. Ma di gran parte del resto - per quanto ci riguarda - possiamo farne tranquillamente a meno.

Per il resto, la prova del nove arriverà il prossimo anno, quando ricorrerà il trentesimo anniversario del concertone: se un'eventuale iniezione di fondi verrà impiegata coraggiosamente per continuare il percorso di rottura inaugurato nel 2018 allora potremo avere la certezza di una reale, concreta e soprattutto salutare inversione di rotta, che ci porti verso quelle manifestazioni dal vivo che - fino a oggi - siamo sempre stati costretti a guardare da lontano.

(dp)

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