Capo Plaza, il primo album '20': 'Regalare emozioni è più importante di soldi e successo' - INTERVISTA

Capo Plaza, il primo album '20': 'Regalare emozioni è più importante di soldi e successo' - INTERVISTA

L'ascesa non è solo in termini di popolarità o numerici - nelle classifiche - ma anche reale, concreta e, per così dire, geografica: Capo Plaza presto si trasferità dalla sua Salerno a Milano. La sua carriera è decollata - suggellata da "20", il disco di debutto uscito in questi giorni - e il rapper di Salerno sarà costretto a lasciare le strada che l'hanno visto nascere e crescere per prenderne altre. Ma lui, che abbiamo raggiunto telefonicamente tra le tante tappe del tour promozionale che lo sta portando in giro per tutta Italia, ha le idee molto chiare su come gestire la popolarità che lo sta investendo. Innanzitutto tenendo sempre bene a mente quali siano le sue radici, che l'hanno portato dov'è adesso. E restando sempre con gli occhi bene aperti...

 

E' stato difficile restare concentrato sulle canzoni del nuovo album mentre registravi "20", con tutti gli impegni che hai avuto dal vivo?

"'20' è stato registrato tra Milano e Salerno, in un periodo dove coi concerti ero un po' meno impegnato. Tutto è stato fatto di getto. In studio, se volevamo fare un determinato pezzo con un determinato stile, lo registravamo senza pensarci troppo, perché se penso troppo alle cose da fare finisce che non le faccio, quindi lascio che tutto venga da sé".

Vivi ancora a Salerno?

"Sì, vivo ancora a Salerno, anche se penso che tra pochissimo mi trasferirò a Milano per lavoro".

Ti peserà lasciare la tua città?

"Mi peserà molto trasferirmi, perché sono molto legato alla mia città. A Salerno conosco tutto e tutti, lì c'è la mia famiglia. Poi è la città più bella del mondo: la amo, perché ci sono nato e cresciuto. Ho dovuto prendere questa decisione, ma mi farà male lasciarla, sicuramente".

Questa scelta si rifletterà sulla tua musica?

"Io ricordo bene le mie origini. Sono una persona vera e reale. Trasferirmi a Milano non cambierà la mia visione del mondo e la mia scrittura: vedo questo trasferimento più come un'opportunità per crescere ancora di più, senza dimenticare le mie radici, che sono a Salerno".

In canzoni come "Come me" si percepisce un certo senso di rivalsa: quali sono le critiche che ti hanno dato più fastidio? E quali quelle che ti sono servite maggiormente come sprone?

"Di cose che mi abbiano dato particolamente fastidio non ce ne sono, perché delle critiche me ne sono sempre fregato. So da dove vengo, so chi sono: se qualcuno dice che compro le views [su Youtube] o copio le canzoni [la polemica scoppiò su "Non cambierò mai" e le presunte somiglianze con "Oh my dis side" di Travis Scott e Quavo, ndr] me ne sbatto il cazzo, perché so che questo successo l'ho sudato, e mi sono rotto il culo per raggiungerlo. Una cosa che mi ha sprontato ad essere sempre più forte è stata vedere la risposta del pubblico, soprattutto ai concerti. Dalle quaranta persone degli inizi siamo passati a platee da duemila unità, e questo mi ha fatto riflettere e crescere molto".

Sembra quasi che i fan siamo parte della tu squadra...

"Loro sono parte del progetto, di tutto quello che faccio. Senza di loro non sarei dove sono. Ce ne sono moltissimi giovani, altri più che maggiorenni, ma tutto quello che fanno - e che faccio - lo considero parte del progetto Capo Plaza".

Di fan ne starai incontrando parecchi durante i firmacopie che stai facendo in questo periodo in tutta Italia...

"Gli instore per me sono una cosa del tutto nuova, che mi sta regalando bellissime emozioni. Vedere dei ragazzi che piangono e ti chiedono un semplice abbraccio è una cosa che ti cambia la giornata. E' una cosa enorme. Vengo da un quartiere piuttosto problematico e so cosa significa regalare emozioni a ragazzi, magari anche disabili, che vanno a un instore per provare un'emozione. Non sono i soldi o le classifiche: è questa la cosa che mi fa più piacere".

La tua famiglia, alla quale sei molto legato, come sta vivendo il tuo successo?

"Del successo se ne sono resi conto da poco. Adesso che l'hanno capito, lo stanno vivendo in modo molto tranquillo. La mia famiglia è molto discreta, non ha piacere che si sappia molto in giro, ma è contenta. E sapere che sia soddisfatta di quello che sto facendo, per me, significa avere una marcia in più".

Parallelamente alla tua carriera musicale, hai legato il tuo nome e la tua immagine alla Nike: perché questa scelta? E' funzionale alla tua attività di rapper o è un progetto più artistico/commerciale?

"Sono un appassionato di moda, in particolare di streetwear: collaborare con Nike per me è stato un onore. Non è stata una semplice mossa commerciale, ma una scelta mia per avvicinarmi a quel mondo, che da sempre mi ha interessato. Io mi reputo un membro della famiglia Nike, Nike mi reputa un membro della sua famiglia...".

Parlando di famiglie: tu hai descritto il team col quale lavori come una vera e propria famiglia: quanto è stato importante, per te, lavorare in una realtà del genere, che ti permetta un controllo totale sul prodotto finale che offri al pubblico?

"E' una cosa fondamentale per tutti gli artisti, credo che chiunque debba fare così. Indipendentemente dalle etichette o qualsiasi altra cosa, avere intorno una squadra composa da amici che ti permetta di portare avanti i tuoi ideali, ricordarti di chi è stato al tuo fianco quando non avevi nulla, sono cose che mi fanno pensare alle persone con le quali lavoro non come a un team ma a una vera e propria famiglia. In Italia, purtroppo, ci sono artisti che si dimenticano da dove vengono, mentre per me farlo è fondamentale. Senza nulla togliere alle case discografiche, credo sia giusto che ogni artista abbia il pieno controllo della propria attività".

Anche se è una cosa che impegna, perché l'artista che fa solo l'artista pensa solo a cantare e alle canzoni, mentre così facendo la mole di lavoro aumenta...

"E' vero, però l'artista deve pensare al proprio bene, quindi è giusto che si tuteli, e che al suo fianco abbia delle persone che possa considerare dei fratelli. Questo, più che altro, è un consiglio che do. Per andare avanti è necessario che i collaboratori siano innanzitutto amici: è giusto interfacciarsi anche con persone dell'ambiente ma chi ti sta al fianco deve essere una persona fidata. Perché altrimenti ti mangiano...".

Mi fa pensare che tu sia per certi versi diffidente, nei confronti dell'ambiente discografico-musicale...

"No, no. Non parlo delle etichette. Noi e Sto [Records, l'etichetta di Ghali che ha pubblicato "20", ndr] stiamo con gli occhi bene aperti, 24 ore su 24, perché sappiamo bene cosa abbiamo intorno. Dobbiamo restare vigili, perché è un mondo infame, come ho avuto modo di accorgermi più volte".

C'è qualcosa che ti preoccupa più di altro?

"No. Mi preoccupa semplicemente la cattiveria che c'è in questo ambiente. Purtroppo il più delle volte si pensa solo a vendere, a fare un torto alla concorrenza e cose del genere. E' un po' un ambiente del cazzo. Bisogna essere più furbi e svegli di determinate persone...".

Deve essere anche brutto, per un artista, vivere una situazione del genere: penso alle collaborazioni, più che altro. Non pare semplice farne, in un contesto del genere...

"Non è che non ne faccia. Semplicemente, faccio quello che mi sento di fare. Teniamo sempre gli occhi aperti per cercare di fare il meglio per me, per Sto e per tutti. Ma indipedentemente dall'etichetta e dal mio team io faccio sempre quello che voglio. E se faccio una cosa, la faccio non perché sia condizionato da qualcuno ma perché la voglio fare io, al cento per cento".

Arrivato a questo punto, come pensi di alzare artisticamente l'asticella? Qual è l'obbiettivo di Capo Plaza, una volta raggiunto questo status?

Sicuramente quello di migliorare ancora: non so dire cosa farò tra un anno o due, non ho ancora le idee abbastanza chiare, ma posso dire che quando farò il prossimo passo sarà qualcosa di più grosso di quanto fatto finora. Spaccheremo il culo il triplo: in caso contrario, di Capo Plaza non uscità un cazzo. E dal vivo sarò un animale da palco. Sarà una cosa molto genuina, vera e carica. Perché dobbiamo dare una carica, a questi ragazzi, e i primi a dover essere carichi dobbiamo essere noi".

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