NEWS   |   Recensioni concerti / 12/04/2018

Lana Del Rey, tanto amore e nessun divismo al Forum di Assago – RECENSIONE E SCALETTA

Lana Del Rey, tanto amore e nessun divismo al Forum di Assago – RECENSIONE E SCALETTA

Lana Del Rey sale sul palco accolta da un boato e intona uno dei versi più teneri della sua discografia: “E ancora mi puoi trovare, se lo chiedi con gentilezza, sotto i pini, con le margherite”. È l’immagine di una ragazza confusa e braccata dalla fama che trova rifugio in un luogo magnifico e incontaminato. È perfetta per dare il via al concerto che si è visto al Forum di Assago ieri sera. Una grande distanza separa la diva seducente e inquietante, proiezione bella e malata dell’immaginario pop americano raccontata dai media dalla cantante senza pretese e quasi dimessa che s’è vista sul palco, riconoscente per quel che le è accaduto, felice del successo che il pubblico italiano devoto e chiassoso le tributa, disposta a mettere un po’ di luce nella sua musica.

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Aperto da un’esibizione di Cat Power, che festeggia il ventesimo anniversario di “Moon pix”, lo spettacolo offre un’immersione nell’immaginario rétro e californiano di Lana Del Rey, in equilibrio fra la vecchia estetica del tormento e l’idea che la felicità è sì un sentimento fugace, ma in qualche modo te la devi cercare. Il grande schermo alle spalle dei musicisti trasmette immagini di spiagge e acque e frammenti dei videoclip, sul palco ci sono palme e sedie a sdraio, i due schermi laterali riprendono immagini dello show, in bianco e nero però. Lontana dalle influenze hip-hop di certe canzoni di “Lust for life”, la musica è eseguita da quattro musicisti che si dividono fra percussioni, pianoforte, tastiere, chitarra e basso. Il palco è animato da due ballerine, occasionalmente coriste. L’inizio però non è dei migliori. L’impianto fa le bizze ed è chiaro che Del Rey si aiuta con effetti e tracce vocali preregistrate. Non si comporta da diva, anzi. Si presenta indossando maglia e pantaloni attillati e non si cambia mai d’abito, un fatto raro nel pop d’oggigiorno. È pacata e casual. Non si offre come corpo, ma come voce.

Canta “Pretty when you cry” da stesa, ripresa dall’alto, si stende languida sul pianoforte per “White Mustang”, incassa l’affetto e i cori del pubblico per “Born to die” e “Blue jeans”. Qualcuno chiede “Salvatore” e lei l’accontenta intonandone il testo kitsch: “Cacciatore, limousines, ciao amore, soft ice cream”. Il suono è impastato e manca purtroppo nelle esecuzioni la forza drammatica delle incisioni in studio. C’è del pathos in “Young and beautiful” e quella frase, “Mi amerai ancora quando non sarò più giovane e bella?”, la domanda più banale e angosciosa che una donna innamorata può rivolgere al suo uomo, è sembrata una delle cose più sentite della serata, quasi un appello al pubblico, assieme a “Yayo”, che Del Rey ha cantato da sola, con una chitarra Flying V tenuta precauzionalmente bassa.

Privo di grandi trovate sceniche – al massimo la cantante e le coriste che ondeggiano su grandi altalene – il concerto finisce con “Ultraviolence”. Al posto di ritirarsi per qualche minuto nei camerini, Del Rey scende fra le prime file e per tutta la durata dell’intervallo prima dei bis firma autografi, scambia parole con i fan, scatta selfie. Per ultime arrivano “Summertime sadness” e “Off to the races”, con quel passaggio sull’uomo che “Mi ama con ogni battito del suo cuore di cocaina”, forse un invito a comprare il pendente a forma di cuore, con incise le iniziali LDR e un piccolo cucchiaino da cocaina in vendita al banchetto del merchandise a 35 euro. Perché oggi Lana Del Rey è l’una e l’altra cosa: si comporta da ragazza della porta accanto ed è accolta come una diva, canta di cattivi ragazzi e sogna spiagge incontaminate, mette assieme corruzione e innocenza. Le piace citare Walt Whitman: “Mi contraddico? Certo che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini”.

Fuori da uno studio di registrazione, dove ogni sfumatura può essere trasformata in un passaggio emotivamente forte e dove il modo di cantare elegante e decadente di Del Rey sprigiona tutto il suo fascino, il suo range limitato e il tono uniforme non rendono perfettamente giustizia alle canzoni. Ascoltare Lana Del Rey dal vivo è come vedere un equilibrista sul filo e chiedersi: ce la farà? Resterà lassù o cadrà rovinosamente? Lei sopperisce alle sue mancanze portando sul palco un immaginario costruito con accuratezza, dove il confine fra autenticità e finzione appare sfumato. Dimostra a una generazione bombardata di retorica sull’empowering che il pop può anche cantare debolezze e parabole calanti. E che non è vero quel che ti dicono: anche quella che descrivono come una diva ombrosa può venirti incontro con un sorriso stampato sulle labbra per scattare una foto assieme.

Un tempo, il personaggio di Lana del Rey sembrava vivere in un luogo oscuro, vittima assenziente di rapporti disfunzionali e droghe e cattivi pensieri che le permettevano di evocare le pose delle grandi dive e vittime illustri della storia pop americana. Oggi, con quel po’ di fiducia disseminata nei testi di “Lust for life” e con l’eco emotivo creato dall’affetto del pubblico, Lana del Rey sembra un’altra cantante. Anche gli inni alla dissoluzione e all’autoflagellazione provenienti dal passato suonano in modo differente. Accompagnati dai cori di migliaia di persone non sembrano più condanne. Sembrano esorcismi.

(Claudio Todesco)


SET LIST:

13 beaches
Cherry
Scarborough fair
Pretty
White mustang
Born to die
Blue jeans
Happy birthday / National anthem
Salvatore
Lust for life
Change / Black beauty / Young and beautiful
Ride
Video games
Yayo
Ultraviolence
Summertime sadness
Off to the races

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