Addio a Mario De Luigi: il ricordo di Alfredo Marziano

Addio a Mario De Luigi: il ricordo di Alfredo Marziano

Abbiamo chiesto a Alfredo Marziano, a lungo collaboratore di Rockol e prima a lungo collaboratore di "Musica & DIschi", un suo ricordo di Mario De Luigi, scomparso ieri e qui ricordato da Claudio Buja.

 

Ho lavorato a ‘Musica e Dischi’, fianco a fianco con Mario De Luigi, per tredici anni. E oggi che, a bruciapelo, mi è arrivata la notizia della sua scomparsa tramite una telefonata di una amica ed ex collega, mi tornano in mente soprattutto l’inizio e la fine di quel lungo, fondamentale percorso esistenziale e professionale.
Ricordo il primo colloquio, in quel suo ufficio in via De Amicis che pareva un museo. I mobili antichi, il grammofono a tromba, la collezione di rari 78 e 33 giri esposti in vetrina. Un ambiente che trasudava storia e cultura. Elegante, demodé e d’altri tempi come lui, che pure allora aveva solo 44 anni (e che subito mi chiese di dargli del tu). E rammento il giorno in cui, con la voce rotta dall’emozione, gli dissi che avevo deciso di andarmene per avventurarmi nella carriera di giornalista free lance. Restò quasi impassibile, sfoggiando un aplomb che tradiva le sue origini piemontesi (era nato a Ivrea, a poca distanza da dove sono nato io: questo me lo faceva sentire più vicino). Poco dopo, però, venne da me, per dirmi quanto aveva apprezzato quegli anni trascorsi insieme. Non me lo aspettavo, perché Mario non era tipo da esternare i suoi sentimenti. Mi fece un piacere enorme sentirglielo dire anche se non servì a farmi cambiare idea (ero stufo della routine, e anche di Milano).
Avevamo vissuto e testimoniato, nella redazione del giornale storico di settore che mensilmente raccontava quel che accadeva nell’industria discografica, gli anni d’oro del boom conseguente all’introduzione sul mercato del compact disc, e poi l’inizio del declino inesorabile del mercato. Lavorando con impegno e serenità, anche se - come in tutti gli ambienti di lavoro – i momenti di crisi non mancavano. Gli si imputava (e a volte lo facevamo anche noi, colleghi di redazione e collaboratori) un conservatorismo che lo rendeva spesso refrattario alle novità, il suo incaponirsi su battaglie che sembravano perse in partenza. Si ironizzava benevolmente sulla sua parsimonia, e sulla sua estrema riservatezza (quei viaggi in macchina a Cannes e ritorno per il Midem, la mostra mercato internazionale della musica, con i lunghi silenzi interrotti da qualche sua irresistibile freddura in puro stile British…). Ma poi tutti correvano a leggere il mensile dalla prima riga all’ultima, a cominciare dai quei suoi editoriali ironici e divertenti che spesso coglievano nel segno.
Anche quando era sferzante De Luigi restava un signore, una persona equilibrata e disposta anche ad ascoltare: in tredici anni non l’ho mai sentito alzare la voce, non l’ho mai visto fare giochi sporchi o tramare alle spalle di qualcuno. Non che non fosse permaloso, o che non se le legasse al dito: restano celebri, per noi che le abbiamo vissute dal di dentro, certe sue scaramucce con alcuni “operatori del settore” (un suo copyright) che proprio non gli andavano a genio; e i bisticci con l’associazione di categoria che a un certo punto aveva osato mettere in dubbio la validità e la fondatezza delle “sue” classifiche di vendita, vanto e fiore all’occhiello, per decenni, della testata fondata da suo padre agli albori degli anni Quaranta sotto l’egida del prestigioso Billboard americano.
Era difficile entrare in confidenza con lui, ma era ancora più difficile litigarci sul serio perché l’onestà, la misura, lo stile e la  correttezza dell’uomo erano fuori discussione. E’ stato lui a darmi l’opportunità di entrare nel mondo che sognavo da ragazzo. A insegnarmi a scrivere di musica (lui lo sapeva fare come pochi). A trasmettermi i primi rudimenti e qualche finezza del mestiere. A presentarmi a un sacco di gente (quanta ne conosceva e ne aveva conosciuta, in quell’ambiente che aveva bazzicato fin dall’adolescenza: ammiravo e invidiavo quell’enorme patrimonio di informazioni e aneddoti che distillava con moderazione). Senza di lui, e senza la sua decisione di darmi fiducia, chissà che cosa avrei fatto nella vita. Sicuramente mi sarei divertito molto di meno.
Porca miseria, Mario, avrei voluto dirti anch’io che quegli anni erano stati belli e importanti, invece di reagire con un sorrisino imbarazzato. Ma solo dopo, ecco la verità, ho capito quanto belli e importanti siano stati.
Ti saluto con affetto, e con molta tristezza nel cuore.
Grazie di tutto.


Alfredo Marziano

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