The Voice of Italy, una rassegna di casi umani. Ma le voci?

Parlavo oggi con un collega che di televisione ne capisce ben più di me, e gli dicevo che non mi spiego come sia possibile che “The Voice of Italy” abbia dodici – DODICI! – autori. Lui mi ha spiegato che sbaglio, che gli autori non sono solo quelli che scrivono i testi e la “sceneggiatura” delle puntate, ma che si sono occupati anche delle selezioni dei concorrenti.
Allora, dico io (ma non l’ho detto a lui), di autore ne sarebbe bastato uno, o una: un autore o un’autrice che abbia l’inclinazione per le storie strazianti. Nella puntata di stasera ho sentito raccontare di nonne, padri e fratelli morti, di genitori assenti, di famiglie povere che a volte non avevano da mangiare: una galleria di tristezze alla Charles Dickens che facevano tanto “C’è posta per te”. Capisco che i casi umani facciano audience e – presumibilmente – suscitino l’affezione del pubblico, ma qualcuno mi dovrebbe spiegare che bisogno c’è che i concorrenti cantino, se il criterio di selezione è il pietismo.
Della prima puntata avevo visto solo la prima mezz’ora, la scorsa settimana, insieme a mio figlio, e mi ero divertito a prevedere quale dei quattro coach avrebbero scelto i cantanti “promossi” (li ho indovinati tutti, e mio figlio era molto sorpreso). Ho letto quello che ne ha scritto Rockol e un po’ sapevo cosa aspettarmi: personaggi e storie. E li ho avuti.

    Parlavo oggi con un collega che di televisione ne capisce ben più di me, e gli dicevo che non mi spiego come sia possibile che “The Voice of Italy” abbia dodici – DODICI! – autori. Lui mi ha spiegato che sbaglio, che gli autori non sono solo quelli che scrivono i testi e la “sceneggiatura” delle puntate, ma che si sono occupati anche delle selezioni dei concorrenti.
    Allora, dico io (ma non l’ho detto a lui), di autore ne sarebbe bastato uno, o una: un autore o un’autrice che abbia l’inclinazione per le storie strazianti. Nella puntata di stasera ho sentito raccontare di nonne, padri e fratelli morti, di genitori assenti, di famiglie povere che a volte non avevano da mangiare: una galleria di tristezze alla Charles Dickens che facevano tanto “C’è posta per te”. Capisco che i casi umani facciano audience e – presumibilmente – suscitino l’affezione del pubblico, ma qualcuno mi dovrebbe spiegare che bisogno c’è che i concorrenti cantino, se il criterio di selezione è il pietismo.
    Della prima puntata avevo visto solo la prima mezz’ora, la scorsa settimana, insieme a mio figlio, e mi ero divertito a prevedere quale dei quattro coach avrebbero scelto i cantanti “promossi” (li ho indovinati tutti, e mio figlio era molto sorpreso). Ho letto quello che ne ha scritto Rockol e un po’ sapevo cosa aspettarmi: personaggi e storie. E li ho avuti.

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