Spotify, il fondatore agli investitori: 'Vogliamo rendere obsolete etichette e editori'. Il commento di Dario Giovannini (Carosello) e Dino Stewart (BMG)

Spotify, il fondatore agli investitori: 'Vogliamo rendere obsolete etichette e editori'. Il commento di Dario Giovannini (Carosello) e Dino Stewart (BMG)

"Il vecchio modello favoriva alcuni intermediari, ma oggi gli artisti possono produrre e pubblicare autonomamente la loro musica". Così il CEO di Spotify Daniel Ek in una lettera inviata ai possibili futuri investitori della piattaforma, che il prossimo 3 aprile debutterà a Wall Street. Il fondatore del popolare servizio di streaming ha lasciato intendere che uno dei prossimi obiettivi di Spotify sarà quello di rendere obsolete le etichette discografiche e gli editori (gli "intermediari"), mettendo direttamente in contatto gli artisti con i fan: una scelta che ha suscitato qualche polemica, tra gli addetti ai lavori.

Con la lettera Ek ha voluto rassicurare gli investitori sulle perdite accumulate negli ultimi anni da Spotify. Perché se è vero che in questi anni sono aumentati gli utenti della piattaforma, allo stesso tempo sono aumentate anche le spese. E alla voce "spese" troviamo, tra le altre cose, i diritti d'autore pagati agli autori delle canzoni che vengono ascoltate su Spotify: nel 2017 la piattaforma ha dichiarato di aver pagato diritti pari a oltre 9,7 miliardi. Come risolvere questa situazione? Proprio tagliando fuori le case discografiche e gli editori. Ma Spotify potrà mai fare a meno di accordi con etichette e editori? E la scelta di Daniel Ek renderà il modello di business di Spotify un modello vincente? Sono temi che avevamo già toccato in un recente editoriale e sui quali abbiamo ora invitato a riflettere due discografici italiani: Dario Giovannini di Carosello Records (etichetta che ha nel suo roster i Thegiornalisti, Levante e gli Skunk Anansie) e Dino Stewart, capo della filiale italiana di BMG (che ha nel suo roster Francesco Gabbani e Red Canzian per quanto riguarda l'Italia, e star del pop come Kylie Minogue, Boy George e Avril Lavigne a livello internazionale).

"Noto una grande contraddizione: Spotify, nella lettera che ha mandato ai potenziali investitori, dice che permetterà all'artista di 'saltare' le case discografiche e andare direttamente sulla piattaforma. Peccato che a noi Spotify abbia sempre detto: 'Noi siamo al vostro servizio e mai ci metteremo in concorrenza con voi'", dice Dario Giovannini, "Spotify si comporta come tutte le grandi start up: entra in un mercato senza chiudere accordi o chiedere autorizzazioni. E si rende indispensabile. Poi, una volta che si rende indispensabile, dice: 'Da adesso dettiamo noi le condizioni'. Ma hanno fatto i conti senza l'oste". Gli fa eco Dino Stewart: "Da una parte il signor Daniel Ek deve convincere gli investitori, ma questa mi sembra una decisione un po' drastica".

La scelta di Spotify di andare verso un modello di business in cui le etichette discografiche saranno considerate obsolete potrebbe sconvolgere non poco il sistema dell'industria discografica, connettendo direttamente il sistema creativo al sistema sociale (il pubblico), senza passare per il sistema manageriale (dunque le etichette) e il sottosistema distributivo: "Io ho paura che Spotify diventi come Netflix, che ha un catalogo di titoli vecchi e che produce poi altri titoli mettendoci il proprio marchio. Sarà una coincidenza, ma gli unici due artisti italiani che negli ultimi mesi hanno avuto più visibilità su Spotify sono stati Ghali e Coez, che non hanno alle loro spalle una casa discografica", fa notare il direttore generale di Carosello.

Il rischio è che con la scomparsa del sistema manageriale possa venir meno anche il concetto di selezione che porta le etichette a scegliere su cosa investire (e in che modo). Spotify, in tutto questo, si limiterebbe semplicemente a rendere disponibile sulla piattaforma il prodotto. E in questo modo ne diventerebbe sia distributore che proprietario: "Non credo che Daniel Ek abbia mai fatto il discografico, se pensa che fare il discografico, e quindi contribuire a lanciare le carriere degli artisti, consista solamente in questo", osserva Dino Stewart. Dario Giovannini la pensa allo stesso modo: "Il fondatore di Spotify è convinto che oggi chi fa una canzone nella sua cameretta e la mette su Spotify avrà successo. Questo può succedere, ma la carriera di un artista non si fa con una canzone: la carriera di un artista non è una gara, è una maratona. E dietro tutto questo c'è impegno, ci sono strategie, c'è molto lavoro".

Quanto scritto dal presidente di Spotify nella lettera agli investitori ci porta a riflettere su due questioni principali. La prima: Spotify potrà fare a meno di stringere accordi con etichette discografiche e società di edizioni? E la seconda: gli artisti potranno mai rinunciare al supporto di un'etichetta discografica? "Secondo me Spotify non potrà mai fare a meno di stringere accordi con etichette e editori", risponde il managing director della filiale italiana di BMG, "molti tendono a pensare che i 'vecchi intermediari' non servano più. Si sbagliano. Non basta fare una canzone per auto-definirsi artista. Bisognerà vedere come Spotify sarà in grado di fornire ad un artista il tipo di supporto che possono dare le etichette". Chiosa Dario Giovannini: "Qualora Spotify riuscisse davvero a rendere obsolete le case discografiche, poi in che modo gestirebbe gli artisti? Gli artisti investirebbero soldi loro? Oppure riceverebbero anticipi da Spotify? E come verrebbero dati questi anticipi? Se distribuisci le canzoni ma al tempo stesso ne sei proprietario, non potrai mai fornire un modello di business obiettivo. Oggi di Spotify non se ne può fare a meno, è un dato di fatto. È un sistema irrinunciabile, ma così come è strutturato non funziona, perché perde circa 400 milioni di dollari all'anno e al tempo stesso non garantisce gli incassi agli aventi diritto, che sono necessari per sopravvivere. Il modello di business va rivisto".

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