Led Zeppelin, 48 anni fa l'inferno al Vigorelli di Milano: Riccardo Bertoncelli (che c'era) racconta

Led Zeppelin, 48 anni fa l'inferno al Vigorelli di Milano: Riccardo Bertoncelli (che c'era) racconta

Una delle pagine più buie nella storia della musica dal vivo internazionale avrebbe potuto essere scritta 48 anni fa a Milano, quando al Velodromo Vigorelli salirono per la prima e ultima volta su un palco italiano i Led Zeppelin: per miracolo sul terreno non caddero vittime, ma l'eco delle cronache del tempo - con la guerriglia urbana tra forze dell'ordine, autoriduttori e gli esponenti di diversi movimenti giovanili e politici a far calare bruscamente il sipario sull'esibizione di una delle più grandi rock band di sempre - ha attraversato i decenni e le generazioni, consegnando agli annali gli atti di una serata infernale che nessun appasionato di musica, in nessun caso, si augura di vivere.

Riccardo Bertoncelli, il maggiore storico italiano del rock, a quasi mezzo secolo dai potenzialmente tragici fatti che avrebbero cambiato per sempre l'industria della musica dal vivo in Italia ha accettato di farci rivivere in soggettiva, attraverso i suoi occhi di allora diciannovenne appassionato accalcato insieme a tutti gli altri sul prato del velodromo milanese, quella drammatica sera del 5 luglio 1971. Facendoci scoprire che il problema non furono tanto i giovani pronti a sfondare i cancelli del Vigorelli, o ancora la portata rivoluzionaria della proposta musicale di Robert Plant e compagni, ma di un insieme di pericolose circostanze figlie di due genitori molto ben indentificabili: stupidità e caso. Con netta prevalenza della prima...

 

In che veste era presente, quella sera, al Velodromo Vigorelli?

Avevo diciannove anni, e non scrivevo ancora per nessuno. Avevo la mia fanzine, che in quel periodo si chiamava Pop Messenger Service, e che facevo con Paolo Carù. Ricordo che quella sera vidi il concerto con Paolo.

 

Quindi, pur avendo la vostra fanzine, non eravate accreditati come stampa?

Assolutamente no. Allora non esisteva nemmeno il termine "fanzine". Ero l'unico che faceva cose del genere: nessuno mi conosceva, eccenzion fatta per i nostri 200/300 abbonati.

 

Lei e Carù avete assistito anche alle esibizioni degli artisti del Cantagiro, o solo a quella dei Led Zeppelin, la sera del 5 luglio 1971?

Ricordo solo di essere stato in questa calca tremenda, sul prato del Vigorelli. Arrivammo prima dell'inizio di tutto, verso le sette di sera, ma ho dei ricordi molto vaghi su chi si esibì prima. Ricordo solo un Gianni Morandi cacciato a forza dal palco, perché il pubblico voleva i Led Zeppelin: quella di farli suonare dopo gli artisti del Cantagiro è stata un'idea assurda partorita dall'organizzatore, che non conosceva il pubblico. Non c'era nessuno, in platea, disposto ad accettare la varietà di musiche proposte dal cartellone della serata...

 

Gianni Morandi, lo scorso ottobre, raccontò al Corriere della Sera di essere stato cacciato dal palco da un fitto lancio di pomodori...

Su Gianni Morandi posso raccontare di più. Quella sera presentò una canzone, "Al bar si muore", che non era proprio una canzonetta. Tentò quindi di metterla sul piano politico: salì sul palco e disse qualcosa come "Buonasera, compagni", e fu preso a pomodorate. Al pubblico non fregava niente dei compagni o del PCI...

 

La componente politica, quindi, era meno presente di quanto tramandato dalle cronache? Il pubblico sfondò i cancelli per vedere i Led Zeppelin più che per affermare una posizione politica?

Non giudichiamo con il senno del poi... Allora la polemica riguardava la musica che costava troppo. I biglietti costavano circa 1500 lire, meno di un euro, ma qualcuno lo considerava eccessivo: la musica, nell'idea di chi sfondava i cancelli e di chi magari orchestrava i disordini, doveva essere gratis. Gli organizzatori, per loro, erano dei padroni che tenevano in ostaggio i poveri musicisti che non vedevano l'ora di suonare gratis per il pubblico. Non era proprio così. Anche se, alla fine, è vero che i soldi arrivavano agli impresari e ai manager più che agli artisti.

 

Si ricorda l'esibizione dei Led Zeppelin? Fu davvero molto valida, come sostengono molti, o fu effettivamente inficiata dai lacrimogeni sparati dalle forze dell'ordine?

Durò pochissimo, circa venti minuti, perché fu interrotta quasi subito. Qualche anno fa ho trovato delle foto del loro live set: c'era una transenna dell'impianto luci carica di ragazzi che ci si erano abbarbicati sopra, una cosa che oggi non verrebbe permessa nemmeno nel peggiore degli eventi dal vivo. Ricordo che iniziarono con "Black Dog", poi suonarono "Dazed and Confused", senza però tirarla in lungo, e a seguire "Since I've Been Loving You": a quel punto si sentirono distintamente dei boati provenire da fuori il palazzetto. Era la polizia che sparava i fumogeni, sia fuori che dentro il Vigorelli. A ripensarci adesso, quella sera fu criminale: che non ci sia stato un morto è un caso fortunato. Ma veramente un caso...

Fu criminale la gestione della situazione?

Criminale fu la polizia, e lo dice uno che oggi come oggi non ha niente contro la polizia, ma che preferisce dire pane al pane. Fu assolutamente criminale. Perché in quel periodo era così: molto spesso i ragazzi venivano manganellati in quanto ragazzi, e non solo ai concerti. Io ho fatto tante manifestazioni senza mai essere violento e le ho sempre prese.

 

Questa gestione fu figlia del particolare clima del periodo o dell'impreparazione dei funzionari di polizia e degli organizzatori dell'evento?

Era tutto collegato. La gente non se lo ricorda, ma quindici giorni prima c'era stato al Vigorelli un altro concerto, al quale avevo assistito, quello dei Chicago, che aveva avuto gli stessi guai, con gli autoriduttori che cercavano di sfondare i cancelli e la polizia che aveva sparato lacrimogeni fuori e dentro il palazzetto.

 

Tutto prevedibilissimo, quindi...

Tutto prevedibilissimo. Solo che in occasione del concerto dei Led Zeppelin ci fu un accanimento a delinquere. Perché non solo la serata fu organizzata appena quindici giorni dopo, ma anche con una fascia di pubblico decisamente più ribelle. I Chicago in fondo potevano essere considerati un gruppo colto, raffinato, gli Zeppelin erano rocker puri. E tu chiami un frangia di rocker e gli metti prima il Cantagiro, quasi a prenderli per il culo? Fu una grave forma di impreparazione. L'impresariato rock, in Italia, nasce con gli anni Ottanta: quelle degli anni Settanta furono per certi versi delle prove, finite anche drammaticamente. Ho visto un concerto di Lou Reed al Palalido di Milano, quello famoso del 1976: dal secondo anello gli tirarono una pietra che, se l'avesse colpito, in qualsiasi parte del corpo, l'avrebbe fatto a pezzi. Questa era la situazione, in quegli anni. Si fa fatica a spiegarla oggi, sembrano delle esagerazioni...

 

L'accostamento spregiudicato tra Cantagiro e Led Zeppelin potrebbe far parte di un disegno di provocazione attuato ai danni di un certo tipo di pubblico?

Ma no! Guarda, sono l'anticomplottista per eccellenza. Come dico sempre, sono convinto che l'ottanta per cento delle cause delle disgrazie umane sia la stupidità, e il venti per cento il caso. Si possono anche invertire la parti, ma si torna sempre lì: stupidità e caso sono il motore di questo mondo. A leggere i giornali dell'epoca, si capisce che l'idea che il rock si dividesse in generi più o meno forti o di tendenza non esisteva: su testate come Giovani o Ciao 2001 tutto era mescolato. E il Cantagiro del 1971 era un mucchio selvaggio, infatti gli unici che riuscirono a esibirsi senza essere cacciati furono i New Trolls, che per quello che sono i miei ricordi vennero accettati. Tutti gli altri non c'entravano niente.

 

Pensando ai disordini che macchiarono la riedizione del 1999 del festival di Woodstock, crede che episodi del genere possano verificarsi anche oggi, magari anche in Italia?

Può darsi, ma oggi ai concerti i ragazzi ci vanno con i genitori. Azzardo: se al Vigorelli, quella sera del '71, ci fosse stato agli ingressi un censimento del pubblico, di persone sopra i quarant'anni ne avremmo trovate cinque in tutto il velodromo. Allora c'era uno stacco generazionale che poi si è ricomposto. C'era una difficoltà a parlarsi, valeva per i genitori nei confronti dei figli e per la polizia nei confronti dei giovani, che venivano guardati con sospetto. Poi allora i giovani erano capelloni, così diversi da poterli riconoscere subito, e lì nasceva il problema. Adesso non è più così. Oggi i disordini possono capitare per un fatto ben specifico: allora accadevano disordini perché quella generazione aveva i suoi riti, e le si impediva di celebrarli. E' chiaro che poi c'era un pretesto forte, lo riconosco io stesso: però chi sfondava per entrare poteva essere fermato senza ricorrere alla violenza indicriminata verso tutti. Quanto successo al Vigorelli fu molto grave. I Led Zeppelin hanno sempre ricordato quella serata come uno dei momenti di grande paura della loro carriera: si trovarono rinchiusi nella sala infermeria del palazzetto, temendo per la loro vita.

Quale fu il prezzo che l'Italia dei concerti pagò negli anni a seguire?

Mah, era un casino e diventò ancora più un casino. Venivano annunciati festival ipotetici ai quali dovevano suonare cinquanta nomi eccezionali, e poi se ne presentavano tre. C'era veramente dilettantismo, e purtroppo sul carro del rock saltarono soprattutto i maneggioni e chi ci capiva poco. Mettete insieme il dilettantismo di chi organizzava con queste frange giovanili estremamente inquiete che usavano i concerti rock per affermare la propria ribellione e identità ormonale, e avrete la ricetta per un disastro. Oggi è impensabile.

 

Come finì la vostra serata, il 5 luglio del 1971?

A un certo punto scappammo tutti. Già coi Chicago avevo fatto la cosa giusta, andando verso l'alto invece di andare verso il basso. Da un lato i fumi dei lacrimogeni sparati dalla polizia si addensavano verso il basso, dall'altro c'era la calca, e io avevo paura di finire travolto, anche se il mio corpicino di un metro e novanta mi avrebbe aiutato. Si uscì tutti da una porta non più grande di due metri per un metro e cinquanta: altro che Piazza San Carlo, a Torino, alla finale Champions dell'anno scorso. Usciti, tirammo un sospiro di sollievo: e poco distante dal Vigorelli trovammo un gelataio. Ma sì, passata la bufera prendiamoci un gelato. Riuscimmo giusto a pagare: ci trovammo, con il cono in mano, in mezzo alla camionette e alle jeep della Polizia che giravano a manganellare tutti quelli che trovavano. Quel gelato non credo di averlo finito.

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