Cuffie, smartphone, walkman e mezzi pubblici: luoghi comuni e commenti banali

Cuffie, smartphone, walkman e mezzi pubblici: luoghi comuni e commenti banali

Un paio di giorni fa è uscito sul Corriere della Sera un pezzo intitolato: “Cuffiette, almeno un orecchio andrebbe lasciato aperto”. Il commentatore, Aldo Cazzullo, sostiene una tesi singolare: i “giovani” dovrebbero uscire dall’isolamento sui mezzi pubblici,  e dovrebbero usare una cuffia sola, per sentire i “rumori e la vita vera”, smettendo quindi di guardare gli smartphone e ascoltare musica. Il pezzo è uscito nella rubrica “Lo dico al Corriere” e lo potete leggere qui.

La tesi è bizzarra, per chiunque sia appassionato di musica (e  non solo). E si basa su alcuni dati fattuali non corretti. 
L’equivalenza cuffiette-smartphone è sbagliata. E' sbagliato pure che sono i “giovani” di oggi isolarsi usando la musica e smartphone.

Le cuffiette esistono dai tempi dei walkman analogici:  già negli anni ’80 i giovani venivano criticati pesantemente perché si isolavano con le cuffiette: l'ho vissuto in prima persona (ho 47 anni, negli anni '80 ero una ragazzino). Probabilmente è successo anche a Cazzullo, che ha 51 anni, qualcuno in più di me - ammesso che ascoltasse musica al tempo.

Pochi se lo ricordano, ma il primo walkman è del ’79, e aveva due prese jack - ovvero era pensato per un ascolto condiviso. Poi prevalse l’ascolto solitario. Fu una piccola grande rivoluzione: sganciare l’ascolto da un luogo fisico fisso - avvenne più o meno in contemporanea ai “boombox”/“Ghettoblaster", altra forma di ascolto mobile (ma collettivo).

L’idea di isolamento legata alle cuffie è vecchia, ed è stata molto dibattuta negli anni ’80 e  ’90: in Italia se ne è occupato il sociologo Alberto Abruzzese. All’estero c’è tutto un filone che ha analizzato sul campo i comportamenti di chi ascolta la musica mettendosi le cuffie: Michael Bull è lo studioso più noto, nel settore.  Ma al di là degli studi accademici - la questione ha fatto notizia già anni fa, quando si vedevano i primi ragazzini nelle metropolitane con le cuffie. C’era chi si lamentava non solo perché isolavano, ma perché tenevano il volume troppo alto, il suono usciva e dava fastidio ai vicini. Si pensava addirittura che favorissero la sordità: l’Unione Europea ha imposto ai produttori un tetto massimo al volume, con una normativa molto discussa (e facilmente aggirabile)

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(Una foto da "Il Tirreno", nei primi anni '80 - grazie a Ursula Galli, che l'ha postata su FB)


Le cuffie con il tempo sono diventate anche altro: uno strumento di marketing: gli auricolari bianchi dell’iPod sono state per lungo tempo il simbolo dell’oggetto, usate nelle pubblicità, fin dal primissimo spot nel 2001 e poi per lungo tempo a venire
Negli anni 2000 le cuffie sono diventate  uno status symbol: famosa è la frase di Jimmy Iovine, che fondò Beats assieme Dr. Dre basandosi sul motto “fuck sneakers let’s do speakers”, e iniziando a venderle a prezzi altissimi basandosi sull’idea che qualcuno volesse esibire il marchio come quello di un paio di scarpe, o di un capo di abbigliamento. Oggi siamo al paradosso che qualcuno è disposto a spendere più per le cuffie che per la musica in sé: il mercato è molto vivo (così come quello dei diffusori portatili, moderna versione del Ghetto Blaster - su Rockol abbiamo aperto una rubrica, “Sala prove”), e si spendono da poche decine di euro a centinaia di euro. La stessa Apple, solo qualche anno fa ha comprato Beats per 3 miliardi di dollari, e secondo diverse fonti sta per lanciare un modello di cuffie di lusso entro il 2018, dopo il successo delle AirPod.

Ieri, facendo lezione alla mia classe in Università (età media 21-22 anni) ho chiesto quanti usassero le cuffie: quasi tutti. Ho chiesto dove: a casa, ma soprattutto in giro, per spostarsi. Alla domanda:  “Perché le usate?”, le risposte erano: “per non sentire quelli che parlano”, “per non sentire i rumori”, “Perché mi annoio di meno quando sono in treno/metro”.

Non si tratta di un campione scientifico ed omogeneo. Ma, nel suo piccolo, dimostra che Cazzullo non sa di cosa parla.
Il motivo per cui piacciono le cuffiette - tanto ai “giovani” quanto a chi ha qualche anno in più - è esattamente quello che viene critica da quell’articolo. Piace scegliere e isolarsi la musica per non subire il rumore della città. E' una cosa che già rilevavano gli studi di anni fa, basati su campioni ben più complessi e larghi. 

Detto molto semplicemente: la musica è una sorta di colonna sonora delle nostre vite. Usiamo la musica per regolare il nostro umore; poterla ascoltare in ogni momento ci permette tagliare fuori i rumori della città (che, come sapete, possono essere fastidiosi, invadenti o anche violenti). Le cuffie ci permettono di scegliere i tempi di socializzazione: quando e come interagire con le persone. 
Ad ognuno di noi è capitato di trovare in treno un vicino molesto che vuole parlare a tutti i costi. Ti metti le cuffie, lo tagli fuori: anche il gesto in sé è un segnale forte. 

La lamentela per le cuffie non è una novità, ma le implicazioni individuali e sociali del fenomeno, sul perché si usano e su come cambiano il paesaggio urbano, sono un po' più complesse di quelle che il pezzo del Corriere sintetizza in poche righe. L'autore del pezzo fa finta di non capirle, preso dalla sua voglia di criticare gli effetti dannosi per la rete (Cazzullo ha appena scritto un libro “Metti giù quel cellulare”).

E' la prima volta, però, che qualcuni chiede di ascoltare la musica con una cuffia sola. Ma che senso ha? Torniamo al mono, già che ci siamo… 
Che senso ha chiedere di “lasciare un orecchio per i rumori della città, per la sorpresa di uno sconosciuto, per i suoni della vita vera”?. 
Forse l'autore del pezzo non è abituato ad andare sui mezzi pubblici tutti i giorni, a sentire qualcun altro che ti urla nelle orecchie. Forse semplicemente non gli piace la musica, forse non capisce che anche la musica fa parte della vita, per molte persone, sicuramente per i giovani. Le cuffie, come tutti gli oggetti vanno usate con giudizio e cognizione di causa, per carità. Un uso possibile e utile delle cuffie è quello di metterle a volume alto per non sentire discorsi paternalisti come quelli di chi dice che i rumori della città sono meglio della musica.

(Gianni Sibilla)

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