Spotify, meno tre settimane dal listino. Qualche numero e un commento

Spotify, meno tre settimane dal listino. Qualche numero e un commento

Alla vigilia della quotazione, le cifre che ballano intorno a Spotify raccontano di due realtà parallele, entrambe vere e, per ora, ancora in contraddizione.
La prima cifra da citare è: venticinque miliardi di dollari. E’ l’ammontare indicativo della valutazione attuale di Spotify in base al trading che avviene tra privati a due settimane dal suo approdo sul listino, come racconta The Information. Nella cui inchiesta esclusiva si cita anche il tasso di crescita del 35% negli USA e, grazie a report desunti dalle metriche e dalle ricevute sulle transazioni rese pubbliche da Second Measure e Slice, il paragone con Apple Music, che starebbe guadagnato terreno oltre oceano (due nuovi milioni di clienti paganti nell’ultimo mese) ma resterebbe ben distante a livello globale (38 milioni di clienti contro 71 di Spotify). E’ tuttavia corretto rimarcare come Spotify sia nata sette anni prima di Apple Music.
La seconda cifra è: 468 milioni di dollari, pari alla perdita operativa dell’ultimo esercizio, maturata su un fatturato di 4,1 miliardi di dollari. La perdita, si spiega, dipende dal margine operativo lordo che, a confronto con altre due realtà comparabili per ragioni diverse (Pandora e Netflix), è troppo basso: Spotify margina il 22% (in buona crescita rispetto al 16% dell’anno prima) mentre le altre due aziende sono assestate intorno al 34%. 
Quali sono le due realtà parallele di cui si diceva? In buona sostanza, Spotify corre come un treno ma la sua spesa per acquisizione di clienti continua ad estendere la perdita sia in valori assoluti che percentuali. Non sorprende, relativamente a questo aspetto, che il “churn rate” di Spotify sia sceso (cioè migliorato) dal 6% al 5,1%: offerte migliori per allettare nuovi clienti hanno il pregio di un basso tasso di mortalità degli abbonamenti.
Una crescita esponenziale pare opporsi ad una struttura dei costi incapace di garantire redditività. E’, questo, il grande tema dello streaming, almeno per i cosiddetti "pure players" (Google, Apple e Amazon giocano infatti un’altra partita, in cui le loro piattaforme di intrattenimento potrebbero continuare a essere loss leader per decenni senza per questo cessare di apportare benefici sinergici alle aziende). 
E, pure essendo la quotazione (non una IPO ma una quotazione “diretta”) prevista per la prima settimana di aprile, fervono gli scambi di azioni Spotify su piattaforme private. Allora ecco la terza e la quarta cifra: 125 dollari e 9% - il valore corrente di un’azione e la percentuale di titoli che è già passata di mano prima della quotazione, al netto della transazione che ha visto tempo addietro Tencent acquisire il 7,5% di Spotify. Cosa indicano? Non molto, se non una suggestione parecchio interessante: è lecito immaginare che in quel 9% ci siano molti impiegati e dirigenti Spotify che abbiamo già portato a casa “qualcosa” dal loro paniere di stock options (con il placet aziendale, si intende). Questo è da un lato coerente con le recenti “fughe” di figure chiave che altrimenti male si spiegherebbero alla vigilia di una quotazione e di una ghiotta occasione di monetizzazione, dall’altro suggerisce che Spotify (avendo già scontato le vendite) potrebbe essere al riparo dal rischio di una caduta del titolo dopo la quotazione causata da vendite in blocco (già avvenute).
Un commento? La buona sorte del futuro di Spotify equivale al bene dell’industria, considerando il peso ed il ruolo dello streaming nel presente e quello atteso nei prossimi anni. Ma se con il ricavato del flottante Spotify dovesse agire per correggere il suo difetto strutturale (costi fissi troppo elevati e margini troppo ridotti per passare dal rosso al nero) avrebbe l’obbligo di ridurre gli oneri diretti alla discografia (la vedo male) e/o di diversificare la natura dei propri ricavi. Due piccioni con una fava si prenderebbero se Spotify facesse campagna acquisti: firmando artisti, oltre a mettersi in casa un asset (catalogo, diritti), per i top seller inizierebbe immediatamente a moltiplicare la percentuale di profitto, perché i fee sarebbero dovuti…a sé stessa. Assomiglia a Netflix, lo so: distribuzione e studios quelli, distribuzione e label questi?
(gdc)

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