Chris Jagger: il fratello Mick, l’appropriazione del blues, i Rolling Stones – INTERVISTA

Chris Jagger: il fratello Mick, l’appropriazione del blues, i Rolling Stones – INTERVISTA

Per prima cosa vuol vedere il sito di Rockol. “Come si chiama di preciso?”, chiede e se avessimo gli occhi chiusi lo scambieremmo per suo fratello Mick. Invece lui è Chris Jagger e oltre ad essere condannato a rispondere a vita a domande sul fratello-molto-più-famoso-di-lui, è anche un musicista dalla lunga e travagliata storia, fine conoscitore del blues, amante dello zydeco. Ora esce anche in Italia su CD l’antologia con un inedito “All the best”, con allegato il documentario “I got the blues in Austin”, e Jagger gira il paese suonando in trio con un bassista e un violinista: il 14 marzo a Milano, il 15 a Cordenons (PN), il 16 a Firenze, il 17 a Padova, il 18 a Bolzano.

Hai inciso due dischi negli anni ’70 e poi nulla per una ventina d’anni.
C’era il punk ed ero trovo vecchio per quella roba: avevo 25 anni [ride]. In quel periodo t’arrestavano se non suonavi punk. Erano dei cazzo di fascisti: se non eri uno di loro, ti odiavano. Odiavano i Rolling Stones e siccome mi associavano a loro, beh, odiavano pure me. Mi misi a fare teatro. Ma sono convinto che se avessi avuto cinque anni di meno sarei stato anch’io un bel punk rivoluzionario.

Il regime punk, però, finì nel giro di pochi anni…
Poi, però, sono arrivati i new romantic, ragazzini con strani tagli di capelli e suoni computerizzati. Dlin dlin dlin… Cazzo, persino Lemmy dei Motörhead se ne stava rintanato in un pub di Notting Hill Gate a bere e ficcare monete nelle slot machine in attesa che finisse il new romantic. Se non facevi quella roba nessuno ti metteva sotto contratto.

E tu alla fine, quando sei tornato negli anni ’90, ti sei messo a suonare zydeco. Com’è che un inglese s’innamora della musica della Louisiana?
Ero stanco del rock chitarristico, di tutto quel noioso sdeng sdeng sdeng, e mi piaceva quel che facevano a Londra i Balham Alligators, che suonavano cajun. E mi ricordavo di Clifton Chenier che sostanzialmente suonava il blues con l’accordion. Mi dissi: se devo fare un disco dopo 19 anni, voglio usare questo linguaggio e non per scimmiottare gli americani, ma per raccontare storie mie. E poi, visto chi è mio fratello, l’ultima cosa che volevo era fare musica che somigliasse a quei cazzo di Rolling Stones. Sarebbe stato un suicidio. Aveva bisogno di una mia nicchia.

In origine, però, sei stato folgorato dal blues, proprio come tuo fratello Mick e come tanti ragazzi inglesi negli anni ’60. Che cosa vi affascinava del blues?
Piaceva perché era non era commerciale. Perché era scritto da illetterati. Perché era cantato in inglese – ok, in una forma di inglese diversa dalla nostra, ma era pur sempre inglese. E potevi ballare su quel ritmo shuffle anche se facevi pena a muoverti.

Quei giovani inglesi hanno preso questo patrimonio e ci hanno fatto un sacco di soldi…
Loro ci hanno fatto dei soldi, io molto meno [ride].

Oggi verrebbe considerata un’operazione di appropriazione culturale, no?
Da una parte, sì, qualcuno ha preso la musica degli afroamericani e ci ha fatto più soldi di quanti loro ne hanno mai fatti. Ma va dato credito ai Rolling Stones di avere, diversamente da altri colleghi, reso omaggio ai musicisti da cui hanno preso qualcosa. E loro l’hanno apprezzato. Gente come Chuck Berry ha fatto un bel po’ di grana grazie ai Rolling Stones. Di base, sì, i musicisti afroamericani sono stati derubati, ma tutti vengono derubati, no? Anche i Rolling Stones e i Beatles all’inizio. Li vedevi in giro con quei vestiti e quelle auto pazzesche e non immaginavi che avevano firmato contratti assurdi per cui non stavano guadagnando una sterlina… In ogni caso, fu Alexis Korner a dimostrare che potevi prendere quella musica e farla tua. Fino a quel momento la gente ti guardava male e ti chiedeva: perché mai vuoi cantare la musica dei neri d’America? E non lo potevi fare se eri un borghesuccio. Dovevi adottare quello stile di vita, la musica non bastava.

Non era imitazione? Penso al finto accento di Mick, ad esempio. Non fingeva di essere qualcun altro?
Fingere non è il verbo giusto. Quello adatto è interpretare. Credo sia stato Chris Barber a dire che non è che non puoi suonare Bach se non sei tedesco. E i bluesman afroamericani lo capivano e apprezzavano il fatto che tu amassi sinceramente la loro musica. Solo, volevano assicurarsi della tua sincerità. Ti guardavano dritto negli occhi e capivano se ce l’avevi o no quella cosa, quella magia voodoo che non t’insegnano a scuola. Essendo il fratello di Mick, quei bluesman mi consideravano anche loro fratello.

Questo sì che è un vantaggio dell’essere il fratello del cantante degli Stones. Lo svantaggio?
A parte qualche ossessionato, i fan degli Stones sono piuttosto beneducati e col tempo hanno imparato a conoscere e apprezzare la mia musica. Forse la cosa più dura da mandare giù sono gli atteggiamenti dei giornalisti che non hanno alcun rispetto. Ma sono andato avanti e loro hanno imparato a prendermi sul serio.

Era chiaro fin dall’inizio che Mick sarebbe stato un musicista di successo? Aveva insomma la “magia” di cui parli?
Beh, sì, ma in verità c’erano tante ottime band. I Rolling Stones erano nel posto giusto al momento giusto.

Non avevano qualcosa di più rispetto ad altre band?
Sì, la perseveranza. Gli altri gruppi si disfacevano, Mick e Keith non hanno mai lasciato gli Stones. E poi avevano un seguito fedele e una buona stampa. Hai presente: lascereste uscire vostra figlia con un Rolling Stone? [Ride] Una stronzata, ma anche una bella mossa pubblicitaria.

A proposito di blues e di Stones, che ne pensi di “Blue & lonesome”?
Hanno inciso delle canzoni, tipo “Just your fool”, che avevo anch’io in repertorio. Grazie tante, ora non le posso più suonare, sennò la gente pensa: guarda lì il fratello di Mick Jagger che fa una cover dei Rolling Stones.

(Claudio Todesco)

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