NEWS   |   Italia   |   08/03/2018

Negrita, il nuovo album 'Desert Yacht Club': 'Sull'orlo del baratro ci siamo salvati viaggiando' - INTERVISTA

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Non è un caso che Pau e soci citino "Achtung Baby" come uno dei loro (tanti) dischi di riferimento: quello del 1991 non solo è stato uno degli album più belli e coraggiosi mai pubblicati dagli U2 - "La prima volta che lo ascoltai mi dissi: cos'è questa roba?", ammette Drigo: "Poi è diventato uno dei miei dischi preferiti" - ma ha anche segnato la rinascita di Bono e soci dopo un periodo di profondissima crisi che aveva portato il quartetto irlandese sull'orlo dello scioglimento. Fatte le debite proporzioni, "Desert Yacht Club", il nuovo album dei Negrita in uscita domani, venerdì 9 marzo, ha una storia molta simile.

"Eravamo un gruppo sull'orlo del baratro", ammette Pau, che insieme ai suoi compagni di band ha incontrato la stampa oggi, giovedì 8 marzo, a Milano: "Non era una faccenda artistica, però. Viviamo in provincia, ci frequentiamo praticamente tutti i giorni, a prescindere dalla musica. E dopo tanti anni di convivenza sono affiorati dei problemi di tipo umano, più che professionale. Era il 2012, o giù di lì. Portarsi dietro problemi per così tanti anni logora, e noi eravamo arrivati alla frutta. Così ci siamo presi cinque mesi liberi: letteralmente, ognuno si è fatto i cazzi suoi. Io, personalmente, ho messo la mia famiglia nel camper e ho girato tutta l'Europa, dal Mare del Nord alla Costa Azzurra".

La scintilla in grado di riattizzare il fuoco, però, doveva ancora venire. "Nel 2016 HitWeek - il festival itinerante di musica italiana all'estero organizzato da Francesco Del Maro, ndr - ci ha portato in giro per tutto il mondo, da Londra a Tokyo, fino a New York, Chicago, Boston, Miami e Los Angeles. E' stata la nostra catarsi". I Negrita riscoprono così il gusto di macinare chilometri - "Non come fanno la Pausini o Ramazzotti, però: noi lo facciamo con le chitarre in spalle, in furgone" - e di stare insieme. Prima di lasciare L.A. la band aretina si concede una vacanza "di lavoro", noleggia un van e inizia a girare il sud-ovest degli States. Il vagabondare li conduce fino nel cuore del deserto del Mojave, a Joshua Tree, "a due passi dal Rancho de la Luna" [il leggendario quartier generale dei Queens of the Stone Age, ndr], fino - appunto - al Desert Yacht Club, sorta di villaggio-installazione dell'artista napoletano Alessandro Giuliano, dove il gruppo ha ritrovato sé stesso.

"Questa esperienza ci ha insegnato che gli studi non sono necessari per fare i dischi", spiegano loro: "Ci bastava il tavolo della cucina dell'appartamento dove soggiornavamo, un laptop e i nostri cellulari o tablet. Ognuno ha i suoi ritmi, quindi i lavori procedevano 24 ore su 24. Gli strumenti li abbiamo presi da Guitar Center [una delle maggiori catene di strumenti musicali attive negli USA, ndr], sfruttando la loro policy, che prevede il diritti di recesso incondizionato entro due mesi dall'acquisto. Noi le compravamo, le usavamo, e poi le restituivamo, e loro ci ridavano i soldi. In pratica per le chitarre del nostro nuovo album avremmo speso sì e no 50 euro".

Il deserto californiano non è esattamente uno scenario nuovo, per i Negrita. Quello che è cambiato, rispetto al passato, riguarda la musica che ronza nelle orecchie del gruppo. "Una mattina mi sono svegliato, e guardandomi allo specchio ho pensato: 'Cazzo, sono un vecchio'", scherza Pau, "L'universo musicale è cambiato molto, negli ultimi anni: come successo nella politica, dopo un grande stress si è rigenerato. La nostra generazione ha subìto molto da quella precedente, in termini di influenza. Oggi il cambio generazionale è stato impressionante. Quindi ci siamo detti: cosa facciamo? Ci arrendiamo e ci auto-confiniamo vintage oppure tiriamo fuori le palle? Abbiamo scelto la seconda opzione".

Più che in "Reset", il loro album del 1999, i Negrita hanno lasciato entrare tutto nelle session di scrittura. "In 'Desert Yacht Club' c'è funky, reggae, country/folk, noise, elettronica", spiega Pau: "Ognuno di noi ha portato i suoi ascolti. Per esempio, io quando i Negrita sono fermi faccio il Dj: alle mie prime esperienze alla consolle proponevo scalette da rock club, poi, negli anni, mi sono aperto ad altro. Oggi spazio fino all'elettronica e al post-dub. E ho scoperto che una linea di synth di Skrillex può entrarmi dentro esattamente come un riff di Jimmy Page". E il rap? In "Desert Yacht Club", nel brano "Talkin' to You", c'è un featuring di Ensi. "Ci siamo conosciuti a un concerto dei Subsonica, lui è molto amico di Samuel: abbiamo scoperto che era perfetto per la candenza di 'Talkin' to You', così l'abbiamo coinvolto", raccontano i Negrita: "Per noi non è una novità: già in 'Cambio' [il loro primo singolo del 1994, ndr] qualcuno ci sentiva del rap. E non ci stupisce, perché noi musicalmente siamo figli degli anni Novanta, dell'esplosione di quello che allora chiamavano crossover: coi dischi di Urban Dance Squad e Red Hot Chili Peppers ci siamo cresciuti". Inevitabile la domanda sul fenomeno trap: "Come in tutti i generi, ci sono cose interessanti e c'è della merda", riflette Drigo, senza sbilanciarsi.

Del resto "il rock, se si vuole salvare, deve essere malleabile", lo incalza Pau, sciorinando gli ascolti eterodossi - almeno per una rock band - che hanno fatto da colonna sonora al vagabondaggio tra L.A., Joshua Tree, San Diego e la Death Valley: "I Twenty One Pilots sono stati capaci di interiorizzare lo spirito rock sfruttando ritmiche per lo più in levare e senza usare nemmeno una chitarra, e proprio per questo ci piacciono". Attenzione, però: quella dei Negrita non è la crisi di mezza età per cui si tenta di ingannare l'anagrafe. "Nel nostro disco c'è un pezzo, 'Non torneranno più', dove parliamo della nostra generazione alla nostra generazione, senza però essere patetici. A fargli da contraltare c'è un'altra canzone, 'La rivoluzione è avere 20 anni', dove ci rapportiamo a chi ha l'età dei nostri figli, che - pensiamo noi - sia l'età perfetta per fare una rivoluzione".

Si parla anche di futuro, a tavola coi Negrita. Del tour - "Ci stiamo pensando in questi giorni: la prima parte dello show sarà incentrata sul nuovo disco, la seconda sul repertorio" -, di un progetto cinematografico - "Che ci vedrà scrivere tre canzoni per un lungometraggio diretto dal nostro amico Alessio Pizzicanella, che avrà un cast di primissimo ordine: adesso, però, non possiamo dirvi di più" -, dell'essere artisti al tempo del Web - "Oggi, che tu sia un cantante o un'azienda, quello che conta è il numero delle views: giusto? Sbagliato? Non sappiamo. Sappiamo solo che è così" -, dell'opportunità di continuare a fare album - "Ogni tanto sarebbe bello uscire dalla gabbia della formula tradizionale del 'disco', ma in fin dei conti avere un album per le mani ci comunica quel senso di romanticismo che la nostra generazione si porta dietro. Ma in merito non abbiamo tabù: del resto, anche negli anni Cinquanta si ragionava per 45 giri, e quindi per brani, e non per album". Si parla di futuro, sì, ma non chiedete ai Negrita - pur rigenerati dopo la crisi che gli aveva fatto addirittura maturare propositi solisti, "ma se siamo qui evidentemente abbiamo anticorpi più forti delle crisi" - di immaginare un loro ritratto tra dieci o vent'anni. "Evito di farmi questa domanda", risponde Pau: "Preferisco ricordarmi com'ero a 25. O vivere alla giornata. Quello che vogliamo fare oggi è valorizzare la passione. Nel momento in cui smetteremo di rischiare, la passione sarà finita".

L'importante, quindi, è godersi il momento. "Non esagero quando dico che l'ultimo anno e mezzo è stato il periodo più felice della mia vita", prosegue il frontman, "Quando crei un buon clima attorno a te, tutto cresce meglio. Per noi il deserto è stata una terapia: dalla crisi non saremmo mai usciti se ci fossimo trasferiti in una grande metropoli. Il deserto ti obbliga a guardarti dentro e a fare i conti con te stesso. Non è facile, è vero. Ma se c'è una cosa che abbiamo imparato, in tutti questi anni, è che bisogna sempre passare attraverso un tunnel di schiaffi per uscirne, alla fine, vincitori".

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