Roxy Music, parla Phil Manzanera: la ristampa dell’album di debutto, il glam, David Bowie – INTERVISTA

Roxy Music, parla Phil Manzanera: la ristampa dell’album di debutto, il glam, David Bowie – INTERVISTA

Nel settembre 1971, il Melody Maker ospitò un piccolo annuncio. Una band chiamata Roxy cercava “il perfetto chitarrista per un gruppo avant-rock”. L’avrebbero trovato in Phil Manzanera. Era un ragazzo un po’ più grande di loro, privo del gusto per l’arte e la moda di Bryan Ferry, dal background musicale diverso da quello di Brian Eno. Ne avrebbe accompagnato la crescita fin dall’album d’esordio “Roxy Music”, quello con la modella Kari-Ann Muller in copertina. Il disco è stato da poco ristampato anche in versione deluxe con demo e outtake, BBC Sessions, un magnifico libretto di 136 pagine, un DVD contenente fra le altre cose un nuovo mix di Steven Wilson. E proprio Manzanera racconta, qui, chi erano e cosa rappresentavano i Roxy Music nel 1972.

In quell’annuncio i Roxy si dicevano alla ricerca di un chitarrista originale, creativo, flessibile, melodico, veloce, lento, elegante, arguto, spaventoso, equilibrato e complicato. Molto esigenti.
Neanche lo vidi, quell’annuncio. Fu il mio amico bassista Bill MacCormick, che poi è finito a suonare nei Matching Mole, a dirmi che i Roxy cercavano il chitarrista perfetto. Li conoscevo, avevo letto del loro demo sul Melody Maker.

Hai fatto l’audizione, ma non ti hanno preso…
È l’unica decisione sbagliata della loro carriera [ride]. Comunque, continuai a incontrarli in giro, a frequentarli, finché non mi presero.

Che tipi erano?
Pensai: questo ragazzi sono diversi, sono speciali. Avevano qualche anno più di me. Avevano conti correnti bancari, avevano automobili, avevano lavori, avevano preso a prestito dei soldi per comprare un impianto di amplificazione. Io avevo 20 anni e volevo far parte di un gruppo di persone del genere. In più, sembravo un hippie reduce dagli anni ’60 e loro invece erano cool. Andai da mia madre e le dissi: questi tizi avranno successo.

Mi pare che anche i Roxy, così come altre grandi band, siano nati dall’incontro di personalità differenti, spesso di segno contrastante. È così?
È proprio così. Io ero cresciuto fra Cuba, Venezuela, Colombia, non avevo frequentato una scuola d’arte, ero un chitarrista dallo stile primitivo. E invece Bryan Ferry aveva studiato belle arti con l’artista pop Richard Hamilton, Eno aveva frequentato un college rinomato, Andy aveva studiato teoria musicale. È l’incontro fra diversità che ha fatto grandi i Roxy Music. È come un collage ed è una cosa voluta, perché l’idea di Bryan era proprio quella del collage che aveva preso da Hamilton.

“Roxy Music” è un disco decisamente originale, anche strano se vuoi. Cerco di immaginare quanto doveva suonare strambo nel 1972…
È strano ancora oggi. Se una band lo portasse a una casa discografica, quelli gli direbbero: ma che musica è? È una miscela di varie cose ed è il motivo per il quale in tanti lo ignorarono. Non lo capivano. Alla Island ci arrivammo solo perché i nostri manager avevano degli amici lì e in ogni caso lo pubblicarono solo dopo i pareri positivi di Richard Williams del Melody Maker [oggi autore delle dettagliatissime note di copertina del box set] e di John Peel. Se piace a loro, pensarono, allora ci sarà del buono.

Fra le tante cose, nel disco c’era anche un gusto retro anni ’50. In quell’epoca di musica psichedelica e di “viaggi” non era una cosa proprio alla moda, immagino…
In un certo senso, si trattava di un ritorno alla musica che si faceva nell’era pre-droghe, nell’epoca pre-psichedelica. Era una reazione a tutte quelle band invischiate con l’eroina che s’erano messe a fare musica in bianco e nero, deprimente. Improvvisamente, ecco gente come noi e come Bowie – che lui chiamava high glam per distinguerci dal low glam dozzinale – e la musica torna ad essere uno spasso. Era un ritorno al vecchio show business, in un certo senso. I primi Roxy non erano seriosi, c’era dello humour. Si faceva musica interessante, ma in modo divertente.

Non trovi che nel disco ci siano anche delle ingenuità?
Oh certo, eravamo ispirati, ma in fondo non eravamo che dilettanti che avevano fretta di registrare perché pensavano che non avrebbero avuto un’altra chance per fare un disco. Avevamo belle idee: a volte le realizzavamo, ma in modo goffo e a volte le abbandonavamo perché non sapevamo come tradurle in musica. Ai tempi del secondo album, con centinaia di concerti alle spalle, eravamo diventati musicisti migliori, oltre ad avere un produttore famoso come Chris Thomas.

Le BBC Session incluse nel box set raccontano questa evoluzione, no?
Se sei un fan dei Roxy e hai il tempo per ascoltarle tutte [ride] ti rendi conto del miglioramento del gruppo. Lo stacco fra le prime session per John Peel, quando ancora non facevo parte della band, alle ultime è enorme in termini di sicurezza dei propri mezzi.

Com’è stato aprire per David Bowie e Alice Cooper dopo la pubblicazione dell’album, com’è stato essere buttati su un palco enorme?
È quel che accadde prima di Alice Cooper a Wembley. Avevamo sempre suonato in piccoli club con piccoli impianti. E, credimi, ci metti anni e anni e anni a capire come si fa a suonare in una grande arena. Con Bowie fu diverso, la prima volta fu in un piccolo pub. Anni dopo, ne parlai con David. Mi disse: Phil, se avessi un dollaro per ogni persona che mi ha detto di aver visto quel concerto, oggi sarei multimilionario. E io: David, ma tu sei multimilionario! [Ride] Comunque, ci saranno state 50 persone, ma vedere Bowie con gli Spiders from Mars fu un’esperienza incredibile. Poi ci porta con lui al Rainbow e fu una gran cosa.

Bryan Ferry ha detto che non vi sentivate accettati. È così?
No, non è una cosa che sentivo, forse perché i migliori giornalisti ci amavano e capivano quel che facevamo. E non solo in Inghilterra, ma anche in Italia, Germania, Francia, Stati Uniti. Quella forma di validazione mi bastava e non mi curavo di quel che pensavano di noi gli altri musicisti. E poi avevo una mia cultura musicale e perciò ero conscio delle nostre qualità.

Bryan Ferry è poi diventato un cantante completamente diverso da quello di “Roxy Music”. Nel debutto non somiglia al Bryan Ferry che verrà, somiglia al David Byrne che verrà.
Oh, sì. Quello è il giovane, limitato ed eccellente Bryan Ferry. Cominciò a cambiare dal terzo album. In quei primi anni, con i palchi che diventavano sempre più grandi, aveva l’esigenza di essere più rock’n’roll, più aggressivo, e noi come lui.

Hai detto che la produzione del box set è stata talmente complicata che è un miracolo il fatto che alla fine sia uscito.
Abbiamo cominciato a parlarne otto anni fa. Spero che il lavoro eventuali altri box set – penso al secondo album e ad “Avalon”, non ad altri dischi perché non abbiamo materiale a sufficienza – porti via meno tempo. Non possiamo metterci otto anni a box set, finisce che moriamo prima [ride].

Nel 2011 i Roxy Music con Brian Eno cercarono di registrare un nuovo album, che fu poi abbandonato. A che punto erano le canzoni? Verranno mai finite?
Registrammo con Chris Thomas una decina o forse una dozzina di canzoni. Erano prive di testi, per cui non le sentirete a meno che Bryan non decida di scriverli e cantarli. Effettivamente ogni tanto Andy chiede: ma perché non le finiamo?

Stai lavorando ad altri progetti extra Roxy Music al momento?
Voglio suonare. Voglio venire anche in Italia, ma ci vuole un promoter. Passi tu la parola?

(Claudio Todesco)

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