Antony (pupillo di Lou Reed) presenta il suo secondo album, 'I am a bird now'

Antony (pupillo di Lou Reed) presenta il suo secondo album, 'I am a bird now'
Alcuni lo ricorderanno per la struggente rilettura di “Perfect day” nel concept “The raven” di Lou Reed. Si chiama Antony, inglese trapiantato a New York, aspetto androgino, voce blues e vellutata, che ricorda quella di Boy George e Klaus Nomi. Pubblica in questi giorni il suo secondo album, “I am a bird now”, realizzato con un trio d’archi, pianoforte, basso e batteria (il lavoro è accreditato alla formazione Antony & the Johnsons), con la partecipazione di Lou Reed (in “Fistful of love”), Boy George (in “You are my sister”) e Rufus Wainwright. “Questo nuovo album mi ha preso molto più tempo rispetto all’esordio. Sia per la stesura dei brani che per la registrazione. Perché volevo fosse più personale e al passo coi tempi, in grado di coinvolgere maggiormente l’ascoltatore. Infatti il mio primo album era stato concepito con una certa ‘grandeur’, un po’ in stile opera lirica”. L’impostazione vocale ricorda pratiche canore medievali, con un timbro elegante, dal carattere fanciullesco e dal fascino primordiale, con un vibrato naturale, essendo l’artista un autodidatta. “Al college mi era capitato di cantare in qualche tipica occasione scolastica, ma niente di più. Da bambino, come capita spesso in Inghilterra, vieni coinvolto in qualche coro. Ma non ho mai studiato veramente. Ricordo infatti che ogni tanto la voce mi ‘crollava’”. Nato in Inghilterra, ma trasferitosi prima in California e poi a New York. Come mai? “Sono andato a New York per studiare, ma non solo, anche per andarmene dalla California. Perché - come dicono gli americani - se non ti trovi bene in qualche posto, New York è come ‘l’ultima spiaggia’ dove approdare con tutte le tue speranze. Poi New York è un vivaio di grandi artisti e io volevo cercare di entrare a far parte di questo entourage”. Quali sono stati i tuoi inizi artistici nella Grande Mela? “Il primo posto dove mi sono esibito è stato il Pyramid, un club piuttosto strano, frequentato da punk e drag queen. Avevo raggruppato una specie di compagnia di quindici elementi e tenevamo un grosso spettacolo alle due di notte del lunedì. Le esibizioni andavano dallo stralunato alla simulazione di una certa violenza. Erano delle esibizioni un po’ incasinate ma di grande effetto. Poi alla fine dello show cantavo un sacco di canzoni. Ecco com’è stato il mio debutto a New York”. Il titolo dell’album, “I am a bird now”, non si riferisce ad una nascita vera e propria, bensì a una trasformazione: l’aspirazione ad una libertà personale. Libertà che Antony ha raggiunto proprio grazie a Lou Reed, il primo ad averlo incoraggiato nella carriera musicale. “Mi fu chiesto di cantare nel suo disco ‘The raven’. Fui subito avvisato che, se non avesse gradito la mia partecipazione canora, mi avrebbe fatto accompagnare immediatamente fuori dallo studio… Invece il mio contributo gli piacque. Siamo diventati amici e mi ha fatto un po’ da maestro. E poi ‘Perfect day’ è una canzone stupenda, una delle più belle del ventesimo secolo. Ormai è un classico e mi sono sentito onorato di poterla cantare”. Mentre l’incontro con Boy George è stato la realizzazione di un sogno. “E’ sempre stato il mio idolo e forse il cantante che più mi ha spronato a intraprendere questa carriera: il riflesso di come avrei voluto essere io nel mondo. Ho ascoltato molto i suoi dischi. Poi l’ho conosciuto a Londra durante il suo musical ‘Taboo’, che in seguito è arrivato anche a New York e nel quale ho avuto modo di collaborare. Così ci siamo conosciuti meglio”. Altri artisti che stimi? “I miei cantanti preferiti sono Otis Redding, Elizabeth Frazer dei Cocteau Twins, e Jimmy Scott. E sono un grande ammiratore anche di Diamanda Galas”. Il suo stile moderatamente glam e la scelta di mostrarsi come personaggio androgino, ci invoglia a chiedergli se secondo lui il pubblico gay abbia un approccio diverso alla musica, forse a causa di una sensibilità più spiccata? “Guarda, non parlerei di approccio particolare solo da parte di omosessuali, ma anche di travestiti, transgender, uomini e donne. Penso che la varietà ‘demografica’ umana sia così vasta per cui molte persone possono raccogliersi intorno a un tavolo e discutere i loro punti di vista personali. Tra l’altro in Inghilterra è normale – proprio per l’esperienza nei cori scolatici – che un ragazzo si metta a cantare. Quando mi sono trasferito in America, invece, ho notato che il canto per un ragazzo aveva una certa connotazione femminile, tanto che alcuni se ne potevano vergognare. Tanto più se un ragazzo possiede una voce acuta che sconfina nel registro femminile, come la mia. Quindi direi che nella cultura – e non solo nello showbiz - l’espressione e i sentimenti dei gay possono sensibilizzare anche il cosiddetto mondo degli etero”.
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