Pink Floyd, Their Mortal Remains in Italia vista con gli occhi del fan: 'a' mostra' di Roma

Pink Floyd, Their Mortal Remains in Italia vista con gli occhi del fan: 'a' mostra' di Roma

A Londra, tranne il Papa, c'è tutto. A Roma, tranne tutto, c'è il Papa (Pino Caruso). Dal 19 gennaio a Roma c’è la mostra The Pink Floyd Exhibition che è approdata al Macro di Via Nizza dopo aver lasciato il V&A. La versione nostrana dell’evento è come la variante di "Echoes" all’interno dell’omonima compilation del 2001: a un orecchio poco allenato sembra normale, in realtà mancano sette minuti e un secondo rispetto a quella originale che occupa tutta la facciata B di "Meddle" (e così per alcuni altri pezzi celebri dell’antologia a doppio cd o quadruplo vinile).
Sebbene Fatman troneggi nella hall occupando il posto che fu del mixer Emi TG12345 MK IV, basta prendere le cuffie ed entrare per capire che l’esperienza non sarà la stessa (anche perché alle volte gracchiano e sovente “saltano” la riproduzione come un vecchio giradischi che si incanta). Nella prima sala non c’è più la replica del furgone Bedford e, nonostante Aubrey Po Powell abbia lodato le altezze di cui il Macro dispone rispetto al V&A, le repliche delle bici di Barrett non penzolano dal soffitto… Ci può stare, a Roma se contentamo da una vita…
La parte dedicata alla fine degli anni ’60 e ai primi ’70 è tutta concentrata lungo un corridoio di discreta larghezza che finisce dritto nel 1973 con "The Dark Side of The Moon" (e qui vengo redarguito per una foto con flash; a Londra ne avrò fatte circa 150…). Ma fa niente, a Roma semo pazienti.
La mancanza di qualche vetrina, di tutte le cabine del telefono rosse ricolme di poster e volantini vari e di parecchie delle repliche delle chitarre e dei bassi di David Gilmour e Roger Waters, fa risaltare ancora di più la dark room all’interno della quale è possibile ammirare il prisma rotante in versione 3D.
Cronologicamente l’obbligatorio passaggio al 1975 guida il visitatore nella quiet room dedicata a "Wish You Were Here", disco dedicato all’assenza… Già… ‘Andò sta tutta la robba che ho visto a Londra? Fa niente a Roma se arrangiamo da sempre…
Il colpo di grazia arriva nella “grande” sala dedicata al trittico del distacco: "Animals", "The Wall" e "The Final Cut". Non provate a girare intorno alla Battersea Power Station, non è una mastodontica riproduzione ma solo una grossa stampa; sbatterete contro un muro con un anticipo di due anni sulla storia della band.
La sala è comunque gradevole da visitare, lo spazio dedicato ad "Animals" è rimodulato in lunghezza e vi porta fino a "The Final Cut quindi", obtorto collo, bisogna ritornare indietro e godersi la parte dedicata a "The Wall" e finalmente guardare in aria per osservare qualche bel gonfiabile old school.
Uscendo da qui manca (e va bene che sia così!) il “corridoio di rottura” fra l’era Waters e quella Gilmour e, di conseguenza, si entra direttamente nell’ambiente dedicato all’album del 1987. Il downsizing anche qui è evidente, ma almeno lo schermo circolare che manda "Learning To Fly" in loop continuo troneggia ancora sui letti occupati dai manichini vestiti con le famosissime giacche dalle lampadine a bulbo.
Ovviamente il tutto si chiude con la sala dedicata a "The Division Bell" e con l’ ”uscita” attraverso "The Endless River". Vale la pena soffermarsi per capire quanto ancora si sia sbiadito l’autografo di Richard Wright sul bulbo oculare di "Pulse" in questi ultimi 10 mesi da quando la mostra ha aperto i battenti a Londra e infilarsi tra la doppia coppia di metal heads per le foto di rito prima della “performing room”.
Qui tutto un mondo di aspettative collassa in pochi metri quadri e in uno schermo su cui viene proiettato lo stesso filmato del V&A: "Arnold Layne" e "Comfortably Numb (Live Aid 2005)". Considerando quello che ho visto e sentito a Londra, posso tranquillamente considerare quest’ultima esperienza audiovisiva come la versione mp3 di quella allestita a Cromwell Road; manca la proiezione su tutte e quattro le pareti, mancano i decibel, manca la gente ad assistere allo spettacolo, manca la possibilità di scattare foto (e qui mi prendo la seconda tirata d’orecchi).
Al di là di tutto, quel che più manca a questa mostra è il pubblico che entra a fiumi e fa la fila all’ingresso; ho visitato l’esposizione in un lunedì di pioggia post elettorale ma, a un minuto dell’apertura dei cancelli, ero solo con la mia compagna Silvia e tale sono rimasto per i primi trenta minuti di visita. Successivamente si è aggiunta una coppia di turisti che, verosimilmente, ha ripiegato sul Macro per via del maltempo e, poco dopo, una troupe che ha effettuato delle riprese per qualche televisione locale.
Gli addetti, più volte interpellati, mi hanno spiegato che nel weekend “non ci si gira” ma che durante la settimana non si arriva a duecento ingressi nell’arco dell’intera giornata; questo spiega perché alle 10:30 eravamo quattro di cui solo due paganti (io e la mia compagna siamo stati ospiti dei Pink Floyd e di CPI in quanto “felici” ex possessori dei biglietti per l’anteprima, mai tenutasi, di Milano nel 2014).
Al di là dei facili paragoni in pejus con Londra, va detto che questa esperienza è stata comunque piacevole e positiva. La mostra va assolutamente visitata, specie se non avete passato quattro quinti della vostra vita a collezionare dischi e a rincorrere i Pink Floyd in giro per il mondo. Se è vero che tutte le strade portano a Roma, imboccatele e poi andate al Macro! C’è tempo fino al primo luglio.

Fabio Flecchia  

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