Basta slogan: i Ministri raccontano il nuovo album “Fidatevi” – VIDEOINTERVISTA

Basta slogan: i Ministri raccontano il nuovo album “Fidatevi” – VIDEOINTERVISTA

In un momento storico in cui c’è un eccesso di parole urlate e dette male, è bene rinunciare a slogan retorici, a concetti facili, alla demagogia. Così i Ministri raccontano il nuovo album “Fidatevi” in cui cercano di capire come fare rock a metà strada fra i 30 e i 40 anni d’età. Ne parliamo con il cantante e bassista Davide “Divi” Autelitano, il chitarrista Federico Dragogna e il batterista Michele Esposito.

“Fidatevi” è il primo album dopo il decennale. La cosa ha influito, in qualche modo?
Divi: Abbiamo fatto un tour fitto e faticoso, in cui abbiamo indossati i vestiti del primo disco e non a caso un po’ di sonorità di quell’album qui le ritrovi. Poi però è emerso questo tema della fiducia, della prospettiva, della necessità di attaccarsi a una qualche certezza.
Michele: Perché il tono del disco alla fine lo dettano le canzoni.

Ecco, il tono. Questo è un disco che da una parte racconta storie molto personali, dall’altra mette in gioco temi collettivi, quasi generazionali. Forse non a caso in alcune canzoni sono citati i genitori…
Federico: E c’è un’altra canzone, che non abbiamo messo, che parla proprio di quello, dei genitori.
Divi: La nostra è l’età del passaggio di testimone. Questo è un disco che parla del fatto di non sentirsi più giovani. Quando smetti di guardare solo il futuro e cominci a sentire il peso del passato, allora cominci a farti delle domande.
Federico: Dentro ci sono anche esperienze privatissime. A volte le canzoni sono un modo per parlare fra noi tre. Magari passi un momento di merda, come abbiamo avuto in questi ultimi due anni ognuno per ragioni completamente diverse, e una canzone ti dà modo di aprirti.
Divi: È da un po’ di tempo che coviamo del malessere per le canzoni con dentro gli slogan. Sono una forzatura. E in un momento come questo in cui c’è un eccesso di parole dette male, non ci piace l’idea di colpire chi ci ascolta con un concetto urlato. Si può leggere tra le righe un messaggio collettivo, ma senza retorica e demagogia.


Questo è un disco di quesiti irrisolti…
Federico: Sì, è un disco di domande che ci stavamo ponendo. A volte il punto è porsi la domanda giusta. Come in “Due desideri su tre”: i miei desideri, i miei bisogni sono davvero miei? Non vorrei prendere Cartesio come reference, ma l’importante è il dubbio, non la risposta.

A proposito di “Due desideri su tre”, parlate di incantesimo della vostra generazione…
Federico: La nostra generazione è quella stretta fra quel che ci avevano promesso come garantito e la realtà.
Divi: Siamo cresciuti nel benessere, è difficile ora pensare che oltre a non avere una pensione non avremo neanche un lavoro.
Federico: Noi Ministri a 25 anni abbiamo detto in famiglia: noi andiamo a fare i musicisti, ci proviamo. La nostra esperienza di testardaggine, di scelta quasi bohémien è diventata l’esperienza anche di chi aveva scelto di studiare Legge e Architettura e si ritrova a 35 anni con lo stage da 800 euro a Milano. La nostra storia è diventata la storia di tutti.

Sono temi che si traducono in canzoni cupe, non in slogan cantabili.
Divi: Ci sono altre realtà musicali che hanno la voglia di farlo e secondo me lo stanno facendo male. È dannoso urlare quando chi ha la voce più grossa sta già urlando male e più forte di te. E non mi riferisco al rock. Mi riferisco ai valori su cui si sta formando una generazione più giovane della nostra. Esiste musica per ragazzi di 10 anni che parla di droga e armi. Per me è un po’ borderline. Non voglio urlare degli slogan per pareggiare i conti. Voglio fare musica. Se volevo le barricate, facevo altro.
Federico: Per entrare bene nel disco, devi sorpassare questo piccolo step, la mancanza di slogan.
Michele: È una cosa voluta: se vuoi entrare in questa bottega, qui funziona così. Anche noi in passato abbiamo urlato slogan come “Il mio voto non vale niente, tanto vale provarci comunque”. Questa volta non vogliamo attirare l’attenzione così.
Divi: Sono passati degli anni, siamo cambiati.

L’album è piuttosto vario musicalmente. Si va da pezzi cupi a ritornelli pop come quello di “Tienimi che ci perdiamo” a canzoni alla Foo Fighters…
Divi: Posso dire la mia? Così la dico anche a loro due, ché mi interessa confrontarmi… Secondo me la cosa che emerge è che ogni canzone ha dentro un arrangiamento nascosto. La fortuna è che dopo tanti anni di musica abbiamo un bagaglio di conoscenza, abbiamo reference musicali che non c’entrano con i Ministri, ma che comunque usiamo, perché ce lo chiedono le canzoni.
Federico: Tra i nomi citati potrei aggiungere Richard Ashcroft, Manic Street Preachers, Nine Inch Nails, Editors, Deftones. E poi siamo cresciuti con album che avevano tante anime diverse. Sennò ci rompiamo le palle. E ci serve anche per mediare fra noi tre che ascoltiamo cose diverse.
Divi: Ma non è un compromesso, non ci siamo dovuti scornare per trovare arrangiamenti che mettessero d’accordo tutti.

Il vostro concerto è pieno di pose rock’n’roll stereotipate. C’è dell’ironia?
Divi: Sicuramente c’è del grottesco. Quando sei sul palco ti trasfiguri. Magari pensi di essere un figo di Dio, ma da fuori sembri grottesco. Mi chiedi se sono ironico? Magari mi sto prendendo troppo sul serio…
Federico: Semplicemente non riusciremo a farlo in un altro modo. Mettici sul palco con gli strumenti accesi e ci viene da fare quella roba lì. Forse è identificazione nel sogno che avevamo da piccoli quando ascoltavamo il rock.

Questa cosa però non emerge dal disco…
Divi: Va portato sul palco e integrato al passato.
Federico: Forse questa volta cambierà qualcosa.
Divi: Di sicuro sentiamo l’esigenza di completare quello che abbiamo fatto in passato con canzoni che hanno colori e tempi diversi, che ci rispecchiano di più.
Perché “Fidatevi”?
Federico: È un invito. Dopo aver finito il disco ci siamo accorti di quante volte abbiamo tirato in ballo la fiducia. È una provocazione, una richiesta a chi ci ascolta di fidarsi di noi. Ed è stato un caso, col nome che ci ritroviamo, promuovere un disco intitolato “Fidatevi” in campagna elettorale. Più che un titolo, è un destino.

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