NEWS   |   Italia / 02/03/2018

Zen Circus, 'Il fuoco in una stanza': 'Il nostro pop 'da vecchi' a cavallo di due epoche' - INTERVISTA

Zen Circus, 'Il fuoco in una stanza': 'Il nostro pop 'da vecchi' a cavallo di due epoche' - INTERVISTA

Potrebbe capitarvi di leggere che "Il fuoco in una stanza", il nuovo album degli Zen Circus in uscita oggi, venerdì 2 marzo, sia stato concepito quasi contemporaneamente a "La terza guerra mondiale", il penultimo lavoro sulla lunga distanza consegnato al mercato dal trio pisano - ora quartetto, con l'aggiunta di Francesco Pellegrini a chitarra e cori - nel 2016. Non lasciatevi ingannare, e - soprattutto - non pensate male: "Le cose per la verità sono un po' più complesse", ci conferma Karim, il batterista della band guidata da Appino, "Per 'La terza guerra mondiale' avevamo preparato una quarantina di canzoni, e alla fine ne avevamo tenute una decina. Quelle finite nel nuovo disco, però, non sono 'ricicli' delle vecchie session. Quando ci siamo trovati per provare per il penultimo tour è successo qualcosa: da un po' di anni a questa parte viviamo tutti in città diverse, e ritrovarci a suonare nella stessa stanza, dopo tanto tempo, come ai vecchi tempi, ci ha fatti riscoprire il gusto per scrivere insieme".

Tutta roba nuova, quindi, e non solo dal punto di vista "archivistico": "Per la prima volta nei testi c'è una visione intima, ma attenzione: non è la solita dicotomia tra 'io' e 'tu'", spiega Karim, "C'è sempre il mondo intorno a lanciare quelle mine emozionali in grado di farti stare malissimo o benissimo. E' un disco molto vissuto, certo, e anche molto spontaneo. E soprattutto molto denso, dal punto di vista emotivo".

Densità che si riverbera, inevitabilmente, anche sul versante musicale: gli Zen Circus, per anni alfieri della presa diretta e del buona la prima, questa volta in studio ci sono stati diversi mesi. "Non a registrare, però: io, per esempio, le batterie le ho incise in poco più di quattro ore. Più che altro sono state la produzione e il missaggio a portare via tempo: da 'La terza guerra mondiale' in poi abbiamo imparato a sfruttare tutte le potenzialità che lo studio può offrire, e la nostra naturale curiosità ci ha portato a fare un disco diverso e più elaborato. Ora, non voglio dire che sarà sempre così: il prossimo disco potrà benissimo essere acustico e minimale. Però sentivamo che queste canzoni meritavano una veste diversa".

Già il predecessore di "Il fuoco in una stanza" era stato presentato dal gruppo come una personale esplorazione del pop, dovuta - anche e soprattutto -  alla raggiunta maturità anagrafica: "Bisogna chiarire cosa si intenda per 'pop': io ne faccio una questione di imprinting. Con l'età si finisce per tornare ad ascoltare le cose che si ascoltavano da bambini, e quindi - per l'età che abbiamo - la nostra visione pop non è quella contemporanea, ma da 'vecchi'. Io ascoltavo Battisti, Dalla, i cantautori degli anni Sessanta e Settanta: la visione pop degli Zen Circus è quella che guarda al soul e all'r'n'b italiano dell'epoca, che considera le orchestre non come un orpello melenso da sfoggiare sul palco del Festival di Sanremo, ma come a uno strumento che in mano a seri professionisti può davvero aggiungere qualcosa a una canzone. Però ci piacciono anche i Tame Impala e i Daft Punk, o i King Gizzard & the Lizard Wizard".

Con l'orchestra presente in cinque canzoni su tredici, "Il fuoco in una stanza" diventa un disco impegnativo dal portare in scena dal vivo. Soprattutto per una band che inizia ad avere un repertorio piuttosto importante, spalmato su ormai dieci album da studio. "Problemi da questo punto di vista non ne abbiamo avuti. Anzi: i pezzi nuovi, suonati in quattro, vengono quasi meglio di quelli vecchi, concepiti e registrati con l'organico essenziale della band. Le basi, che io considero la morte, musicalmente parlando, non ci servono, e non le useremo". E riguardo alle setlist? "Già negli ultimi tempi abbiamo alzato il minutaggio a dei nostri concerti, ma non ci vedrete mai imporre al pubblico live da tre ore, che per me non hanno senso a meno che non si disponga di un repertorio eccezionale - e sono in pochissimi, in tutto il mondo, ad averlo. Sulle canzoni da scegliere, non andremo a pescare troppo indietro: suonando dal vivo abbiamo capito come le canzoni più richieste siano quelle da 'Nati per subire' in poi. Di 'Figlio di puttana' [da 'Villa Inferno' del 2008, ndr] al nostro pubblico attuale non frega nulla".

Pubblico attuale? "Nella canzoni l'italiano lo usiamo come unica lingua dal 2011 [fino a 'Doctor Seduction' del 2004 gli Zen Circus cantavano solo in inglese, ndr], e, come spesso accade, il cambio della lingua è stato accompagnato da un avvicendamento nel pubblico. Non è il massimo, ma succede, o - almeno - succedeva. Adesso vedo che c'è molta più apertura, verso l'italiano. Che, tutto sommato, ha permesso a nuovi gruppi e cantanti di passare dagli Arci ai palazzetti in poco tempo".

Non c'è amarezza, però, in questa considerazione: "Il nostro percorso è bello perché è peculiare: oggi facciamo sold-out in locali da 3000 persone, siamo arrivati in radio e in televisione, e di questo siamo contenti, soprattutto perché ci siamo arrivati facendo sempre quello che volevamo noi, senza alcun condizionamento. La fama istantanea è un problema tanto quanto la gavetta infinita che è capitata a noi e ad altri gruppi della nostra generazione: è mancata una sana via di mezzo. Negli ultimi anni c'è stato anche un cambiamento del pubblico, che ha una cultura di base molto più risicata, e non per colpa sua: oggi sia ha il mondo a portata di clic ma non esiste una guida alla consultazione. So che dirlo è brutto, e che delle volte sembra di fare 'catechismo laico', ma spesso ci si accorge come siano proprio le basi musicali e culturali, a mancare. Sono tempi strani, del resto: oggi il divario tra gruppi celebri e gruppi sconosciuti non è mai stato così ampio. Una volta c'era il gruppo medio, che attirava in un locale cento o duecento persone: oggi si passa dalla band di nicchia da 50 persone al massimo a serata al nome che ne porta 3000. E i cachet si sono adeguati alla tendenza, cancellando la fascia media".

Non una bella situazione, quindi, rispetto alla fine degli anni Novanta, quando gli Zen si stavano affacciando sulla scena italiana: "Vedo gruppi che si preoccupano di avere delle belle foto da mettere su Instagram prima ancora di imparare a suonare bene, e che quando glielo fai notare ti rispondono che per imparare a suonare c'è sempre tempo. Vedo che tra i gruppi emergenti c'è una competizione malsana, fatta di mezze parole dette alle spalle, e non di gare a chi scrive la canzone più bella. Vedo le logiche del mondo major applicate anche su scala minima, dove lo stereotipo del big boss man col sigaro e la limousine viene adottato anche del gestore della più piccola delle etichette. Ma del resto siamo tra un'epoca e un'altra: se da un lato è bello sapere di vivere un periodo di cambiamente così importante, dall'altro - per certi versi - ne avrei volentieri anche fatto a meno".

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