Zibba racconta “Le cose” e la sua idea di canzone d’autore nel 2018 – INTERVISTA

Zibba racconta “Le cose” e la sua idea di canzone d’autore nel 2018 – INTERVISTA

Zibba aveva smesso di scrivere canzoni. Dopo aver pubblicato nel 2015 l’album “Muoviti svelto”, era vittima del classico blocco dello scrittore. “E non ne capivo il motivo”. Una sera, camminando sulla passeggiata di Varazze, dove Sergio Vallarino è nato quarant’anni fa, si è fermato in una bancarella di libri a prezzo tagliato. Ha preso in mano un volumetto intitolato “La creatività”. Costava un euro, l’ha comprato. Una volta arrivato a casa, si è immerso nella vasca da bagno e ha cominciato a sfogliarlo. Non è andato oltre la prima frase in cui si è imbattuto, secondo la quale cambiare metodo creativo aiuta stimolare la creatività. Era esattamente quel che gli serviva. Il risultato di questo cambiamento è l’album “Le cose” in cui Zibba per la prima volta fa il produttore di sé.

“Le cose” non è il disco un cantautore tradizionale…
Il cambiamento è nato dalla voglia di diventare produttore. Ho sempre arrangiato le mie canzoni con vari collaboratori, ma questa volta ho voluto utilizzare il 100% delle possibilità che la musica offre nel 2018 a un cantautore che non fa un solo genere musicale. La sfida più grande non è stata mettere un po’ elettronica a cazzo di cane sulle canzoni…
Quale è stata, allora?
Scrivere le canzoni partendo dai beat al computer e non dalla chitarra. Ma nel disco c’è di tutto, come “Un unico piccolo istante” in cui canto su un mp3 di archi che mi ha inviato Giorgio Mirto e che ho voluto lasciare così com’era. Un’altra cosa strana è che ho cominciato a lavorare al disco dicendo ai miei collaboratori che avrei cantato tutto io, ma alla fine sono arrivati vari duetti e tutti in modo speciale. In alcuni casi, la presenza degli ospiti mi ha spinto a riarrangiare le canzoni.
In “Quando stiamo bene” canti “Ricorda che la città ha i suoi rischi e non si vendono i dischi”.
È un monito per me stesso, come tante altre frasi contenute nel disco. Significa che fare questo lavoro non ti dà alcuna certezza, nemmeno quando hai successo.
Visto che non si vendono dischi, la tua attività di autore per altri diventa importante tanto quanto quella di cantante, economicamente parlando?
Sì, è importante in quel senso, ma è anche un bel gioco. Non c’è una gara per piazzare un pezzo nel disco di un altro. È sempre una magia quando riesco a mettere qualcosa di me nel disco di un altro.
Com’è nato “Sesto piano”, il pezzo con Marco Masini?
È venuto fuori in un camp organizzato dall’editore Warner Chappell.
Come funzionano questi camp?
Tutti i maggiori editori organizzano una volta all’anno un camp in cui autori e artisti stanno assieme per alcuni gironi, o anche una o due settimane Si sta in un bel posto, si mangia bene e si dorme in stanze adibite anche a studio. Ci si mette lì e si crea in massima libertà, senza vincoli. È un momento d’aggregazione fra persone che fanno questo lavoro e sanno che dà lì ne usciranno con qualche idea. Ad esempio, “Quando stiamo bene” è un beat che mi ha dato Mace a un camp.
L’ispirazione non è una luce divina che scende dall’alto, la scrittura è anche artigianato…
Certo. Senza entrare nel merito della polemica che c’è stata, la canzone di Ermal Meta e Fabrizio Moro che ha vinto a Sanremo mette insieme idee di vari autori, un ritornello già scritto e nuove strofe, e ne fa una nuova canzone. Non c’è niente di strano.
In un pezzo dici “Possiamo essere quello che vuoi”. Esprime un certo ottimismo…
Come diceva Fellini, sono sempre autobiografico, anche quando scrivo di una sogliola. Quella è una frase che dico non solo alla persona che amo, ma a chiunque mi circondi. Non mi piace quando le persone si danno un’etichetta, credo che uno possa essere quello he vuole. È il mio modo malinconico di essere ottimista.
E da dove ti viene questa malinconia?
Sembrerò scemo e romantico, ma quando succede una cosa che non funziona, la esorcizzo scrivendoci su una canzone. La fotografo. E così di quella cosa, di quell’esperienza che non mi è piaciuta avrò una fotografia che mi sono scelto io, non un brutto ricordo. Le canzoni sono cose dove metto cose, ricordi, messaggi. E in fondo, mi rendo conto che anche le canzoni che ho scritto vent’anni fa parlano la mia lingua di oggi. Solo solo più sereno e sicuro di me.
Tre anni fa parlavi del sentimento di inadeguatezza che provavi…
Questi anni mi hanno cambiato. Ho metabolizzato quel sentimento e ci convivo in modo più sereno. Forse perché sto diventando un genitore sempre più adulto.
C’è qualcosa che sai oggi e che non sapevi quando hai iniziato?
Non avrei investito tanti soldi e tempo nel fare dischi. Spesso scegliere di mixare un disco in uno studio fighissimo è un vezzo costoso. Ancora oggi mi porto dietro questo fardello. Sono stato un po’ megalomane da giovane.
Ora parti in tour con una nuova band che comprende anche Dario Ciffo…
Nella prima data a Milano ci saranno Elodie, che non canterà solo il pezzo del disco, Diego Esposito e David Blank. A Roma ci saranno Erica Mou e altri.
Sei anche direttore artistico del Premio Bindi.
Ho due direzioni artistiche: quella del premio e quella dell’etichetta Platonica. Al Bindi ho la possibilità di inserire in un premio tradizionale un altro mondo più attuale di vedere la canzone d’autore, tant’è che l’anno scorso abbiamo invitato Izi. È stato molto figo vedere un ragazzo di vent’anni che fa trap piano e voce davanti a degli anziani che ascoltano cantautorato.
Consideri il rap musica d’autore?
Quando sento Ghali dire “Qua non ti ascoltan quando hai sete, ti stanno addosso quando bevi”, lancia un messaggio al suo pubblico di ragazzini esattamente come De André li lanciava alla sua generazione. A me le canzoni che parlano di soldi, mignotte e droga interessano meno, perché ho un’altra età. Ma altre canzoni… “Chic” di Izi è un capolavoro. Contiene frasi che descrivono il mondo con semplicità che sono da cantautore. Una frase che mi tatuerò è “Ogni rosa che vende ha vinto”. È una fotografia gigantesca. Quindi sì, persone come Willie Peyote, Izi, Frah Quintale o Ghali sta facendo bene alla musica italiana e al cantautorato.

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