I 70 anni di James Taylor, l’intervista di Rockol: “Non ho intenzione di smettere di suonare”

I 70 anni di James Taylor, l’intervista di Rockol: “Non ho intenzione di smettere di suonare”

Oggi, 12 marzo, James Taylor compie 70 anni. Ma a differenza di colleghi come Elton John, o Paul Simon, non ha intenzione di lasciare la musica. Nel 2018 sarà in tour con l’amica Bonnie Raitt e una “all star band” di 10 elementi guidata da Steve Gadd e Mike Landau: sarà di scena il 20 luglio in piazza Napoleone, a Lucca, per il Lucca Summer Festival, il 22 al Teatro Antico di Pompei e il 23 alle Terme di Caracalla, a Roma.  E, come rivela in anteprima a Rockol, sta lavorando ad un nuovo disco: una raccolta di standard del canzoniere americano, rivisitati per voce e chitarra, con il suo inconfondibile stile.

James Taylor è passato recentemente a Sanremo, e Rockol ha fatto una lunga chiacchierata con lui - l’unica concessa ad una testata italiana al di là della conferenza stampa al Teatro Ariston. Pacato, gentilissimo, riflessivo: James Taylor ha 55 anni di carriera alle spalle. E il 2018 segna un altro anniversario, oltre alla cifra tonda della sua età: i 50 anni di pubblicazione del suo primo disco, e di quel famoso provino con i Beatles che lo rese il primo artista sotto contratto con la Apple Records. Non ha intenzione di autocelebrarsi, però: vuole solo suonare.
Dal prossimo tour, agli amici come Joni Mitchell - che per lui è semplicemente “Joni” - ecco l’intervista ad una leggenda della canzone americana.

(Gianni Sibilla)

 

Questa estate sarai in Italia con Bonnie Raitt e con la sua All Star band. Che tipo di spettacolo sarà?
Quando arriveremo in Italia, sarà alla fine di un lungo tour, tre mesi negli Stati Uniti. Non ho mai portato una band così grande in Italia: fiati, Steve Gadd alla batteria, Mike Landau alla chitarra… Una grande opportunità di suonare in posti magnifici.

Hai suonato dovunque. Posti come Pompei, Lucca, Caracalla sono una motivazione importante, a questo punto della tua carriera?
L’Italia ha una cultura musicale importante, il pubblico ha gusti sofisticati e dà soddisfazione. Ma l’altra cosa è che i posti dove suonare sono incredibili. Ho suonato in Piazza San Marco, in Piazza del Popolo a Roma. Ho già suonato a Lucca, ho suonato a Spilimbergo, Trento, Perugia. Ciò che sta intorno è importante. Noi e il pubblico viviamo la stessa esperienza.

In che modo un musicista percepisce il luogo, la sua energia, quando tiene un concerto?
I posti in cui suoni fanno la differenza, sì, nel feeling dello show. Hai il senso della vita del posto, soprattutto in Italia. Hai la sensazione di come la gente vive. Capisci che gli Italiani hanno le giuste priorità e sanno come vivere. E’ difficile generalizzare, ma è una sensazione netta che abbiamo, qua: sapersi godere la vita è una lezione che impariamo ogni volta che veniamo qui in Italia..

Gran parte della tua carriera di musicista ha a che fare con le collaborazioni. Suonare con altre persone è una fonte di ispirazione per la tua musica?
La musica è sempre collaborazione, non viene creata nel vuoto. Quando la suoni, hai di fronte un pubblico, E' condivisione tra i musicisti sul palco. E’ una conversazione. 
Avere avuto la possibilità di lavorare con Bonnie Raitt, Stevie Wonder, Paul McCartney, o Elton John, o Sting, o Joni, o Michael Brecker  o Steve Gadd, Mike Landau e la mia band… La musica è un’esperienza condivisa. 

Quanta competizione c’è quando due artisti collaborano? Può diventare una sorta di sfida reciproca?
Può succedere. Vedi le band in battaglia, ogni tanto, o le chitarre che si sfidano. Ma per me no, è una cooperazione e un supporto reciproco.

Prima citavi Paul McCartney. Cosa ti ricordi di quel famoso provino di 50 anni fa per la Apple Records dei Beatles?
Il tempo passa e rende sempre più chiaro che quello fu un momento davvero unico. Incontrare Paul McCartney e George Harrison, suonare la mia musica per loro, venire apprezzati e firmare un contratto per la loro etichetta…
Suonavo musica professionalmente da 5 anni e avevo passato un anno a New York cercando di farmi conoscere. La mia carriera musicale, fino a quel momento, era una delusione. Quando volai in Inghilterra ero incerto, pensavo di smettere. Ma avevo amici che mi incitavano a continuare.
Ero un grande fan dei Beatles, che nel 1968 erano al massimo della loro gloria, e ci erano arrivati passo dopo passo. Essere il primo artista messo sotto contratto dalla loro etichetta mi fece capire che ce la stavo facendo. 
Una possibilità di registrare musica: ai quei tempi avere un contratto discografico era la cosa essenziale. Era quello che stavo cercando. Quando ci ripenso, capisco che il mio mondo cambiò da un giorno all’altro. Mi trasformai da un ragazzo di belle speranze in qualcuno che aveva una possibilità concreta. Fu un giorno memorabile.

Nel contesto attuale è normale fare tour celebrativi di anniversari o dischi. Non ci hai mai pensato?
Ne parlavo con Carole King, che l’hanno scorso lo ha fatto ad Hyde Park, suonando “Tapestry” per intero. So che artisti suonano dischi interi e credo sia una grande idea, perché il pubblico vive i dischi come qualcosa di unico, ben preciso e identificabile. Ma per me è una questione di bilanciare le hit con materiale più recente e con cose che il pubblico non ci ha sentito fare. Non ho mai provato a farlo, ma credo sia un’idea interessante: potrei farlo con “Sweet Baby James” o “Gorilla”. Ci penserò.

Il tuo amico Paul Simon ha deciso di fare un ultimo tour di addio, dopo una lunga carriera. Tu hai spiegato che non hai intenzione di smettere. Cosa ti spinge a continuare a salire su un palco?
Fa impressione pensare di avere iniziato a suonare 50 anni fa e di continuare a evolversi con la musica, lavorare sul proprio repertorio, avere un pubblico che vedi periodicamente. Immagino che ad un certo punto finirà, ma per quello che mi riguarda credo ci vorranno ancora diversi anni.

Inciderai in un altro disco? 
Sto lavorando ad un disco di standard della canzone americana, canzoni con cui sono cresciuto. In questa fase ci sto lavorando voce e chitarra. E’ un modo semplice di farle, ma le ho arrangiate tutte io. 

Suoni e scrivi ancora molto, quando sei a casa? Qual è la tua routine?
Credo che lavorare così tanto sulla chitarra abbia migliorato molto il mio modo di suonare. Sono canzoni complesse, che richiedono impegno. La chitarra è una grossa parte della mia vita musicale, così come il riarrangiare le canzoni, come ho fatto con “La donna è mobile” a Sanremo. 
Spero di fare uscire presto questo disco, forse il prossimo autunno. Ho anche qualche idea per canzoni originali, quindi magari farò anche un disco di inediti, o forse no. Vedremo.

Dall'archivio di Rockol - "Carolina in my mind" (Live @ Lucca Summer Festival)
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