Fabrizio De André, “Principe libero” arriva in TV: il parere di Walter Pistarini, massimo esperto sul cantautore genovese

Fabrizio De André, “Principe libero” arriva in TV: il parere di Walter Pistarini, massimo esperto sul cantautore genovese

Sarà trasmesso questa sera (13 febbraio) e domani sera, su Rai Uno, il film in due puntate su Fabrizio De André “Principe libero”. Abbiamo chiesto un parere sul film a Walter Pistarini, quello che consideriamo il massimo esperto italiano sull’argomento De André, webmaster di http://www.viadelcampo.com/ e autore di svariati volumi dedicati al cantautore genovese (il più recente è questo, ma ce ne sono anche altri).
Ecco quello che ha scritto per Rockol Walter Pistarini, che ringraziamo per il suo contributo.

 

Fabrizio De André – Principe libero

Regia di Luca Facchini, con Luca Marinelli (Fabrizio De André), Elena Radonicich (Puny), Valentina Bellè (Dori), Gianluca Gobbi (Paolo Villaggio), Ennio Fantastichini (Giuseppe De André, il padre), Davide Iacopini (Mauro De André, il fratello), Matteo Martari (Luigi Tenco).
Sarà trasmesso su Rai1 in due puntate il 13 e 14 febbraio.

Da appassionato di Fabrizio De André non ho potuto mancare all’appuntamento con “Principe libero”, adattamento cinematografico della vita di De André. Prima del film non avevo voluto vedere il trailer di cui gli amici non mi parlavano un granché bene, soprattutto per l’inflessione romana del protagonista.
Le poco più di tre ore - le due puntate che saranno trasmesse in TV – sono state proiettate senza soluzione di continuità. Al cinema sono andato con moglie e amici “deandreani”, per un confronto a caldo. Ho anche chiesto commenti ad amici appassionati di Milano (grazie Marcello).
Il film ci è piaciuto: nonostante sia nato come fiction televisiva non si percepiva nessuna concessione al piccolo schermo. Buoni l’ambientazione, la fotografia, la recitazione. Gli ambienti in cui si muove De André (Genova e la Sardegna soprattutto) sono curati e decisamente credibili. Manca totalmente Revignano d’Asti (dove nacque l’amore del cantautore per la campagna). Gli interni delle case sono in un realistico stile anni ’70.
Luca Marinelli è riuscito nel non facile compito di rappresentare un De André assolutamente credibile nei movimenti e nel modo di porsi. Anche le canzoni che ha cantato sono ben curate e cantate bene, senza la ricerca di un’imitazione che sarebbe fallita miseramente. L’inflessione romanesca personalmente non l’ho avvertita, anche se qualche “belìn” intercalato credo ci sarebbe stato bene. Chiedere un accento genovese forse è troppo, ma Fabrizio diceva che “belìn” per un genovese è un fluidificatore della lingua…
Molto brava è Valentina Bellè nell’impersonare Dori Ghezzi: anche se è diversa fisicamente, a parte il caschetto biondo. Si intuisce chiaramente che il contributo della vera Dori è stato molto efficace, sia su Marinelli sia su Bellé. Notevole anche Gianluca Gobbi nel presentare un Paolo Villaggio alle prime armi ma già animale da palcoscenico. Elena Radonicich, nei panni della prima moglie (Puny o Punny che dir si voglia), è parsa bene in parte, rendendo l’idea di un rapporto nato già difficile e destinato a non durare - anche se nel film mi pare duri davvero tanto. Fantastichini (il padre) è riuscito a rendere bene l’evoluzione di un rapporto dapprima piuttosto ruvido e complesso e via via migliorato, anche se il Giuseppe De André giovane è un po’ troppo uguale a quello anziano. Il personaggio del figlio Cristiano è solo abbozzato, ed è molto lontano da come era nella realtà. Il finale del film è un po’ della serie “vogliamoci bene”: ha una sua efficacia indubbia, ma avrei chiuso con l’emozionante e coinvolgente funerale. Pregevole, invece, il racconto del sequestro.
Tutto bene, quindi?
Non proprio. Il film, sicuramente per scelta narrativa, si focalizza sul Fabrizio De André uomo, e molto poco sull’artista. Viene dato molto spazio ai rapporti famigliari, al rapimento, e poco al cantautore. Viene raccontato che ha avuto successo, ma non si capisce perché: sembra quasi che gli sia piovuto dal cielo. C’è qualche risicato accenno al suo amore per la poesia, ma manca, ad esempio, la sua ricerca spasmodica per la parola giusta nei testi, che fosse una parola corretta, non banale e per di più facilmente comprensibile. De André era anche molto meticoloso in studio di registrazione, per essere certo che il prodotto finito fosse come lui lo voleva. Questa volontà di ricerca della perfezione (sempre irraggiungibile, d’accordo, ma ricercata continuamente) nel film manca completamente.
E poi, sempre sotto il profilo artistico, si è stati un po’ troppo leggeri: la Karim sembra che sia l’unica casa discografica di Fabrizio, perdipiù gestita da furboni (che c’erano, indubbiamente, ma era nata con gente preparata). Un accenno almeno a Tony Casetta ci sarebbe dovuto essere: è stato il secondo discografico di De André, e aveva una fede incrollabile sulle sue capacità che lo portò da “Volume 1” a “Rimini”. E’ vero che il testo di “La città vecchia” venne modificato (“specie di troia” divenne “pubblica moglie”) ma esistono anche 45 giri con la prima versione, quindi ci fu una prima produzione... insomma, quell’episodio andò in modo leggermente diverso.
“La canzone di Marinella”, secondo quello che raccontò più volte lo stesso De André, era stata ispirata da un fatto accaduto nell’astigiano: che bisogno c’era di farlo accadere ad Arenzano, in Liguria?
L’amicizia con Luigi Tenco è ben rappresentata, ma “Preghiera in gennaio” nasce anche dall’emozione che Fabrizio provò quando si precipitò a Sanremo durante la notte della morte di Tenco e vide il suo amico morto con la testa fasciata. Avrei speso anche un’immagine per il funerale di Luigi, a cui Fabrizio partecipò con pochissimi “colleghi”.
E le collaborazioni? Capisco che mettere in scena tutti i collaboratori di De André era tecnicamente impossibile, ma così si è perso un altro aspetto fondamentale del suo essere artista: lui ricercava e selezionava le collaborazioni sia sui suoi dischi ma anche su dischi altrui (“Questi posti davanti al mare” con Ivano Fossati e Francesco De Gregori, “La fiera della Maddalena” con Max Manfredi, “Davvero davvero” con Mauro Pagani, “Cose che dimentico” con Cristiano e Carlo Facchini eccetera). Si vedono solo, e per pochissimo, un giovane Massimo Bubola, e per un po’ di più Riccardo Mannerini (presenza che abbiamo molto apprezzato), ma che dire di Piovani, Reverberi, De Gregori, Pagani, Fossati? Il film non riesce a far capire l’importanza di questo tipo di rapporti.
Non si parla dei Tempi duri (l’unico gruppo prodotto da Fabrizio De André, che coinvolgeva il figlio Cristiano), né della casa discografica che crearono lui e Dori, la FaDo, che produsse anche Bubola e la stessa Dori.
La colonna sonora è molto bella e adatta alle scene, ma forse la si poteva scegliere più legata al periodo che veniva raccontato.
“Principe libero” racconta molto dell’uomo Fabrizio, quasi certamente grazie anche al contributo di Dori Ghezzi, ma dice poco della genialità che ha reso Fabrizio De André una figura fondamentale nella storia della musica d’autore italiana.

Walter Pistarini

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