Grammy Awards 2018: (quasi) tutto come da copione, cose serie comprese. Il commento di Rockol

Grammy Awards 2018: (quasi) tutto come da copione, cose serie comprese. Il commento di Rockol

Musicalmente parlando, non ci si poteva aspettare molto altro dall'edizione 2018 dei Grammy Awards. Forse Kendrick Lamar, portato in palmo di mano dalla critica mondiale, avrebbe potuto sperare in qualcosa di più, ma probabilmente è meglio così: il rapper di Compton è (relativamente) giovane e intellingente, e saprà sicuramente farsene una ragione. Jay-Z, quando si è visto scippato anche dell'ultimo premio, ha sfoggiato un sorriso tirato che parlava da solo, ma del resto it's the hard-knock life, lo diceva anche lui, qualche anno fa.

Bruno Mars, il vero trionfatore della "music's biggest night" appena conclusa con sei premi conquistati su sei nomination, può felicitarsi di essere definitivamente entrato nel pantheon discografico a stelle e strisce, dove pure aveva già ampiamente diritto di residenza, da anni: anche qui, poche le novità.

Il dominio di rap, r'n'b e urban nelle categorie principali ci regalerà nei giorni a venire - sulla stampa di settore - profonde e allarmate dissertazioni su quanto il rock in tutte le sue declinazioni non sappia più intercettare lo spirito dei tempi diventando nella migliore delle ipotesi un prestigioso gadget da esibire durante le performance - si vedano le comparsate di U2 ed Elton John (con Miley Cyrus): dal canto nostro, ci sentiamo di rassicurarvi, ricordandovi che i Grammy alla fine sono solo i Grammy, non il destino dell'umanità scolpito nella pietra, e che solo lo scorso anno e nel 2012 a fare la parte del leone fu Adele, e due anni fa Beck e Sam Smith. Riguardo i generi, agli Oscar della musica, molto dipende dall'annata, e anche a voler sposare la teoria degli Avenged Sevenfold occorre tenere presente che è dagli inizi degli anni Duemila che allo Staples Center o al Madison Square Garden i gruppi con le chitarre elettriche non sanno ritagliarsi spazi importanti. E che, soprattutto, i Grammy non sono naturalmente votati al rock, ma al mainstream, e che quindi - volendo - li si può tranquillamente ignorare senza farsene un cruccio.

Lo show televisivo è stata la solita maratona martoriata dalla pubblicità, più godibile durante le performance - belle quelle di Lamar, in apertura, e di Chris Stapleton ed Emmylou Harris in omaggio a Tom Petty, verso la fine - che non durante le premiazioni, costituzionalmente meccaniche, o gli sketch, alcuni dei quali nella migliore delle ipotesi ordinari: la novità, quest'anno, è stata come per gli Emmy e i Golden Globes l'inevitabile ingresso di temi sociali importanti - la discriminazione nei confronti delle minoranze e degli immigrati e la lotta alla violenza di genere - nell'architettura dello show. Su questo versante, c'è chi è stato bravo a gestire la situazione - sempre Lamar, per esempio, che ha fatto quello che ha sempre fatto, cioè far parlare la sua musica e il suo show - e chi, seppure in assoluta buona fede, un po' più maldestro, come la pure volenterosa Camila Cabello, che presentando gli U2 prima regala un commovente discorso sul fatto che l'America sia un paese nato e fiorito sull'immigrazione, e pochi secondi dopo si rintana nel backstage concedendosi un videoselfie (per giunta "marchiato" dalla produzione) come questo. Non è questione di essere pedanti, moralisti e rompiscatole, ma di coerenza col messaggio che si vuole lanciare, se proprio si è determinati a farlo: già il format dei Grammy Awards fa sembrare tutto di plastica. Plastificare (seppure involontariamente) un'esecuzione o una premiazione ci può anche stare, pazienza, ma plastificare qualcosa che è molto più grande e importante dei Grammy stessi e dell'industria musicale tutta è un peccato. Nel caso della Cabello, di gioventù.

(dp)

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