I Toto festeggiano 40 anni di storia con un greatest hits, un box set e un tour – INTERVISTA

I Toto festeggiano 40 anni di storia con un greatest hits, un box set e un tour – INTERVISTA

I Toto compiono quarant’anni. Usciva nel 1978 il primo, omonimo album della band californiana, quello di “Hold the line” e “Georgy Porgy”. Il gruppo festeggia l’anniversario con l’antologia “40 trips around the sun”, dedicata al repertorio del primo periodo CBS/Sony e contenente tre inediti. Ma anche con un tour che toccherà l’Italia in marzo (il 10 al Forum di Assago e il 23 all’Unipol Arena di Bologna) e con un box set contenente i primi album rimasterizzati. Abbiamo parlato con il tastierista Steve Porcaro di questi quarant’anni al servizio del pubblico e di cosa sta accadendo alla musica suonata.


Uno degli inediti dell’antologia, “Spanish sea”, ha groove e arrangiamenti tipici dei Toto anni ’80…
La canzone è stata finita nel 2017, ma abbiamo usato registrazioni risalenti all’epoca di “Isolation”. È cosa rara: quando iniziamo a registrare una canzone solitamente la finiamo, non abbiamo molti inediti negli archivi.
E quindi nel pezzo sentiamo suonare i tuoi fratelli Jeff e Mike, un po’ come era accaduto in “Back to you”, nel tuo disco solista “Someday/Somehow”?
È da lì che è venuta l’idea. È stato emozionante. Avresti dovuto vedere i nostri sorrisi mentre suonavamo nuovamente con loro, anche se ovviamente non erano lì con noi.
Gli altri due inediti, “Alone” e “Struck by lightning”, sono nuovi?
Sì, sono stati scritti dopo l’ultimo album “Toto XIV”. Ci sono altre due canzoni nuove che verranno fuori più in là e usciranno anche altre tracce registrate all’epoca con Jeff e Mike. Abbiamo rimasterizzato personalmente, con un fonico, tutti gli album del contratto Sony e pubblicheremo un box set. Anzi, non ci siamo limitati a masterizzare i dischi, in alcuni casi abbiamo anche cambiato lievemente il mix. Sentirete l’effetto, gli album che ne beneficiano di più sono i primi.
Nel 1978 avevi 20 anni. Eri consapevole del potenziale dei Toto?
Oh sì. Guardavo David Paich e mio fratello Jeff e vedevo due treni lanciati a tutta velocità. La loro carriera di musicisti per altri artisti andava così bene che temevo non avrebbero avuto tempo da dedicare al gruppo.
Eppure nel 1978 non era scontato puntare su di voi. Andava forte la disco music, il rock era stato travolto dal punk, il nuovo stava altrove.
È vero, ma abbiamo tenuto duro. Non eravamo una band alla moda. Per noi contava solo la musica. Mettevamo tutto quel che avevamo nelle canzoni, nelle strutture, negli arrangiamenti. Ecco, se ho un rimpianto è quello di non aver curato maggiormente i testi. Forse perché nessuno di noi era un lettore forte. Ci ossessionava l’idea di essere musicisti efficienti.
Tu però eri diverso dagli altri, no? Un patito di sintetizzatori in una band di musicisti molto “tecnici”…
È così. Non fui invitato a far parte del gruppo perché suonavo benissimo. Avrebbero potuto facilmente trovare un tastierista migliore di me, li convinse la mia passione per i sintetizzatori che completava il talento di David Paich al piano.
Il primo album fu un gran successo, ma il secondo, “Hydra”, non andò altrettanto bene. Fu una delusione?
Eh sì. Hai vent’anni per ideare il primo album, vai in tour e infine arriva qualcuno che ti dice: bene, ora fai un altro disco di successo come quello, hai tempo tre mesi. In più, mettici che eravamo presuntuosi, pensavamo che qualunque cosa avremmo fatto avrebbe ottenuto successo. “Hydra” ci ha insegnato una lezione: non puoi fare un disco solo per te stesso, devi metterti al servizio del pubblico.
Il greatest hits si chiude con “Africa” e “Rosanna”, due hit del quarto album. Quella volta i pianeti si allinearono, per così dire…
È esattamente quel che accadde. Uno dei punti di forza dei Toto è sempre stato il rapporto paritario fra i suoi membri, il fatto che ci fossero più fonti creative e non un solo leader. Ai tempi di “Toto IV” ci concedemmo più tempo per lavorare anche da soli, è così che venne fuori il mio assolo per “Rosanna”. Ognuno aveva spazio e quindi era più felice e creativo. E anche il manager e la cosa discografica erano sulla stessa lunghezza d’onda. È una cosa che si sottovaluta, perché magari hai fatto un gran disco, ma indovina un po’? Il tuo manager ha litigato con l’etichetta e le cose non succedono. Quella volta fu tutto perfetto.
In seguito il gruppo ha cambiato più volte line-up e tu stesso l’hai lasciato per tornare nel 2010. Pensi che i Toto, un po’ come i Deep Purple, somiglino a una squadra di calcio, che può cambiare formazione restando sempre sé stessa?
Mmm, non credere che sia stato facile. Ogni defezione è stata dolorosa, ogni cambio un trauma. Ogni volta è stato come essere coinvolti in un incidente automobilistico. Per non parlare del fatto che i nuovi membri dovevano integrarsi al gruppo o dei paragoni fatti dalla gente.
Come sarà la scaletta del tour del quarantennale?
Sarà particolarmente variegata e interessante. Cercheremo di suonare una canzone da ogni album, o quasi. Sentirete pezzi che abbiamo fatto raramente in passato. I fan di lunga data apprezzeranno.
Ai tempi di “Toto XIV”, David Paich disse che quello avrebbe potuto essere il vostro ultimo album. Ce ne sarà un altro?
Difficile dirlo adesso, non c’è alcun piano concreto, ma credo sia possibile.
Pensi che la razza di musicisti a cui i Toto appartengono sia in via d’estinzione?
Un tempo quella del session man era una carriera che potevi portare avanti per una vita intera. Noi dei Toto avevamo impegnati ogni singolo giorno in una qualche sala d’incisione. Adesso nessuno ha voglia di studiare seriamente uno strumento, i ragazzi non riescono a concentrarsi tanto a lungo da imparare a farlo. È più facile capire il funzionamento di Ableton Live, Melodyne o Auto-Tune che passare ore e ore a imparare a suonare il pianoforte o la chitarra. Tanto i dischi li si fa coi computer, nessuno sente la necessità di incidere parti soliste oppure a suonare si chiamano gli amici, che vengono gratis.
Si respira un’aria da fine epoca?
Beh, sì. Là fuori c’è tanta musica mediocre. Per avere successo oggi non hai bisogno di essere un buon musicista, tanto c’è un team di autori e di produttori che lavora per te. È una follia, ma non odio la tecnologia e sono ottimista: credo che la gente cominci a sentire la mancanza del talento musicale. Sono curioso di vedere che cosa accadrà.

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