“Always ascending”, la seconda vita dei Franz Ferdinand - INTERVISTA

“Always ascending”, la seconda vita dei Franz Ferdinand - INTERVISTA

Ascoltate “Always ascending” distrattamente e vi sembrerà un album pieno di sintetizzatori e parti ritmiche programmate. Riascoltatelo con attenzione e scoprirete che è il disco di una rock band che mette le mani sui soliti strumenti, il cui suono è stato però filtrato digitalmente. “Yeah!”, annuisce il cantante Alex Kapranos, sguardo acceso e tanta voglia di raccontare il quinto album dei Franz Ferdinand. “Chiamalo futurismo, se ti va. Eravamo in cerca di un nuovo sound che andasse oltre i suoni contemporanei”. In un certo senso, spiega il bassista Bob Hardy, il gruppo scozzese è stato costretto a reinventarsi. “Nick McCarthy era uscito dal gruppo, ci toccava cercare qualcosa di nuovo. Ora con noi suonano altri due musicisti [Dino Bardot e Julian Corrie]. È stato un po’ come fondare una nuova band”. Ed è stato un processo stimolante, aggiunge Kapranos: “Quando fai parte di una formazione per così tanto tempo finisci per seguire schemi e regole. Quel che ci è successo ci ha spinti a rimettere tutto in discussione. Non vogliamo essere un gruppo che rifà sempre lo stesso album. Ci piace David Bowie, che ogni volta si reinventava e non per rincorrere le mode”.

Quando s’è trattato di incidere “Always ascending”, i Franz Ferdinand hanno scelto d’avventurarsi nel mondo della musica digitale resistendo alla tentazione di affidarsi interamente ai computer. “Per scrivere” spiega Kapranos “abbiamo usato software come Ableton che aiutano a tirare fuori melodie a cui non avresti mai pensato improvvisando con uno strumento in mano, ma non ci siamo spinti oltre. Ci siamo dati due regole: 1) nel disco non ci sarebbero state parti programmate, tutto sarebbe stato suonato; 2) le esecuzioni non sarebbero state corrette in fase di post produzione usando Pro Tools, che è un po’ è il Photoshop della musica. Quello che sentite nel disco sono quattro musicisti che suonano in una stanza, dal vivo, con pochi strumenti aggiunti in un secondo momento, tipo un’altra chitarra o un secondo sintetizzatore. Ci interessava sperimentare, mantenendo però il carattere grezzo tipico di un gruppo rock, che è poi la nostra natura”.

Per cercare di restare rilevanti e dialogare con la contemporaneità, i Franz Ferdinand hanno alterato i suoni di bassi, batterie, chitarre e tastiere, attraverso software e plug-in. E così, ad esempio, Paul Thomson picchia su una batteria “triggerata” che gli dà modo di tirar fuori i suoni più disparati. “Prendi il Moog. Puoi utilizzarlo per replicare il sound classico di Stevie Wonder oppure per creare qualcosa di nuovo, come abbiamo tentato di fare nel nuovo singolo ‘Feel the love go’. Giochi con gli strumenti e i plug-in finché non senti qualcosa di eccitante. Nell’introduzione di ‘Huck and Jim’ ad esempio c’è una strana scansione. Siamo noi che giochiamo con l’interruttore di una drum machine che dà modo di swingare il ritmo. Abbiamo preso quel suono, l’abbiamo isolato dal contesto hip-hop in cui viene utilizzato, l’abbiamo fatto suonare al batterista e l’abbiamo trasformato in una nuova cosa. Ecco, questo è lo spirito del disco”.

Il nuovo approccio sonoro s’abbina al canto teatralizzato di Kapranos. Lui dice si sentirsi parte di una tradizione di cantanti che comprende David Bowie, Bryan Ferry, Scott Walker, Jacques Brel, Jacques Dutronc. “È un approccio meno rock’n’roll e meno macho, più europeo e più vulnerabile. Più teatrale, sì, perché nasce dalla coscienza che se sei un vocalist vuol dire che sei anche un performer”. L’influenza di David Bowie si estende anche ai testi. “Una delle cose che mi sono sempre piaciute di lui è che molte sue canzoni sono scritte da una prospettiva di alienazione. E in un certo senso molti pezzi di quest’album come ‘Finally’, ‘The Academy Award’ o ‘Slow don’t kill me slow’ hanno a che fare con l’alienazione, o meglio con la nostra risposta all’alienazione”. E così nel 2018 i Franz Ferdinand cantano d’amore e morte, alienazione digitale e scontro fra ottimismo e pessimismo, incidono un elogio ballabile alla pigrizia in un ritmo in 5/4 e nella title track s’ispirano alle figure impossibili di Escher e all’illusione acustica di accordi che sembrano salire all’infinito. “Gli accordi che non trovano mai una risoluzione sono una metafora del conflitto”, spiega Kapranos.

“Paper cages” è invece ispirata al “Cage piece”, performance artistica di Tehching Hsieh che fra il 1978 e il 1979 si fece chiudere per un anno in una gabbia privandosi della possibilità di parlare con altri esseri umani, leggere libri, ascoltare la radio o guardare la TV. “Un avvocato firmò dei sigilli di carta per verificare che la gabbia non sarebbe stata aperta”, spiega Hardy. “Per associazione, mi sono venute in mente le gabbie di carta che ci creiamo da soli, come relazioni insane o lavori insoddisfacenti. Potremmo facilmente evadere da quelle prigioni, in fondo sono di carta, eppure non lo facciamo”. Alla performance di Tehching Hsieh era sottesa anche una devozione totale all’arte che spesso i gruppi rock hanno quando muovono i primi passi e che perdono per strada. Si cresce, ci si sposa, si fanno figli, si matura, la musica diventa inevitabilmente meno importante. E i Frank Ferdinand, come sono messi dopo 15 anni assieme? “Nick ha lasciato la band proprio per dare la priorità alla famiglia, ai suoi due figli, e non alla vita da rock star. E va bene. Noi oggi, però, siamo più determinati e concentrati che mai”.

(Claudio Todesco)

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