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NEWS   |   Pop/Rock / 24/01/2018

Amore e devozione: Joan as Police Woman racconta il nuovo album “Damned Devotion” – INTERVISTA

Amore e devozione: Joan as Police Woman racconta il nuovo album “Damned Devotion” – INTERVISTA

È possibile vivere in modo intenso, con profonda devozione verso l’amore e l’esistenza stessa, senza farsi del male? È giusto abbandonarsi alle proprie passioni sapendo d’essere destinati alla sofferenza? E dov’è il confine che separa la devozione dall’ossessione? Sono le domande che Joan as Police Woman si pone nel nuovo album “Damned devotion”, il sesto di una carriera solista iniziata quando Joan Wasser era nota per lo più per essere stata violinista di Antony and the Johnsons e fidanzata di Jeff Buckley. Preparatevi: la “coolest woman in pop”, definizione del Times, ha fatto un disco radicalmente diverso da “The classic” di quattro anni fa. Quello era gioioso e “naturale”, questo ha un suono scarnificato, canzoni che nascono dalle ritmiche, parti suonate camuffate da elettronica e viceversa. E come sempre accade nei dischi di Joan as Police Woman, i sentimenti sono esposti senza alcun pudore.

“Canto cose che è difficile ammettere”, dice la cantante americana. Solo che, per qualche motivo, “Damned devotion” è un lavoro cupo. Lo è senza essere deprimente. È malinconico e assieme cool. “Questo sì che è un bel modo per descriverlo”, dice lei. “Forse è così perché amo la musica oscura, un po’ tenebrosa. So che questo disco può apparire persino pesante, ma non è per niente triste”. È come se Wasser ci dicesse: d’accordo, mi vedete immalinconita e pensate che potrei crollare da un momento all’altro, ma guardatemi meglio, sono cool e sexy. “Oh wow, è esattamente come mi sento”.

Poi Joan Wasser ha dato una risposta a quelle domande: va bene essere devoti all’amore fino all’ingenuità e va bene, pure, pagarne le conseguenze. Anzi, non c’è altro modo per vivere. È un concetto esposto nel primo singolo tratto dall’album, “Warning bell”, una canzone sinuosa e delicata sull’incapacità di decifrare i segnali che ci dicono che c’è qualcosa di sbagliato in una relazione. Per alcuni quei segnali sono campanelli d’allarme, eppure Joan non sente che musiche dolci. “Warning bell” non è un’eccezione. A parte poche eccezioni, come “What was it like” su un tenero ricordo di uno dei suoi due padri scomparso di recente (Wasser è stata data in adozione da piccola) o “The silence” che contiene un canto registrato durante la Women’s March che si è tenuta a Washington nel gennaio 2017, “Damned devotion” ha a che fare con la capacità di superare i momenti difficili che sono inevitabili nelle relazioni sentimentali.

“Questo disco racconta che cosa si va incontro quando non si ha la capacità di prestare ascolto alla voce dentro di te che ti dice: qui c’è qualcosa che non va”. E com’è che una donna adulta, di successo, apparentemente forte come Joan Wasser non coglie quei segnali? “Perché sono una romantica. Perché sono totalmente devota a chi amo. Perché mi piace essere travolta dai sentimenti. Non m’interessa analizzare un rapporto razionalmente, sarebbe un modo poco interessante e decisamente freddo di vivere una storia. E sai cosa? Mi sta bene come sono. Ecco da dove proviene il titolo dell’album: canto una devozione che è anche una dannazione, sì, ma non è una dannazione così seria”.

Joan Wasser avrebbe potuto musicare queste storie in modo tradizionale e tutti avrebbero applaudito il seguito dark di “The classic”. E invece ha fatto le cose in modo radicalmente diverso. Il suono di “Damned devotion” è il frutto del modo e del luogo in cui è stato arrangiato: non in una sala con il gruppo, ma a casa, in solitudine. Una buona parte delle canzoni sono nate nello studio casalingo della cantante a partire da groove suonati dal batterista Parker Kindred o programmati direttamente da Joan. “Le parti di batteria sono le fondamenta del disco. Poi Parker ci ha suonato sopra, a volte doppiando i ritmi che avevo disegnato, a volte ideando variazioni. Ho trasformato in ritmo qualunque cosa, anche il rumore di un pugno sbattuto sulle pareti di casa. Quel che si sente nel disco non è una drum machine, ma una combinazione di ogni volta diversa di beat programmati e suonati”.

Tutto ciò non sarebbe stato possibile se Wasser non fosse passata attraverso l’esperienza del disco del 2016 con Benjamin Lazar Davis “Let it be you”, un esperimento di pop “alternativo” accolto per lo più con benevolenza, ma senza grande entusiasmo. Non lo ricorderemo come una delle cose migliori di Joan, ma è servito a liberare nuove energie. “Collaborare con altri musicisti ti spinge a fare cose che altrimenti non faresti. Quell’esperienza mi ha influenzata, eccome. Lavorare con Benjamin mi ha fornito ho un nuovo vocabolario sonoro e la sicurezza per sperimentare usando il computer come strumento. Mentre lavoravo alle canzoni di ‘Damned devotion’ non sapevo se il risultato sarebbe piaciuto anzitutto a me stessa. Ma sono fatta così: mi piace scrivere e suonare e capire quel che sto facendo nel momento in cui lo faccio”.

Joan ha affrontato il processo da autodidatta, ispirata anzitutto dalla black music (“Quella a cui torno più spesso, quella che mi dà più emozioni, quella con cui sono cresciuta: la cultura afroamericana fa parte dell’esperienza americana”) e da chi ha trasformato il drum programming in una forma d’arte. Lei non aspira a tanto, ma usa la programmazione per costruire un disco intimo e riflessivo, lavorato in parte al computer con in testa un paio di cuffie e da ascoltare forse allo stesso modo. “Lo so che ci sono modi più efficienti di costruire i beat rispetto a quelli che uso io, ma sono convinta che se avessi seguito istruzioni di qualcuno più esperto di me il disco non sarebbe venuto fuori com’è. Il processo di apprendimento è importante. Rende la musica più personale”.

Non è solo una questione ritmica. Wasser tenta cose diverse, come piazzare arpeggi di tastiera mixati a un volume spropositato alla fine di “Valid Jagger”, una canzone dove l’autrice usa Mick Jagger come simbolo di ogni uomo attraente e glamorous. “La canzone dice: ho questo amore e lo voglio dare a un uomo forte. In quanto a quel suono, è un Omnichord. Quando suoni un accordo e muovi la mano sul pannello lo strumento produce gli arpeggi ricavati da quell’accordo. Li ho mixati apposta così alti per evocare la sensazione d’essere sopraffatta trasmessa dalla canzone”.

Joan as Police Woman sarà in Italia per quattro date nella seconda metà di marzo. “Ascolterete una combinazione fra suoni naturali e non, un po’ come sul disco”, dice. “Saremo in cinque sul palco e cambieremo strumenti a seconda delle canzoni”. Wasser ha di recente ha collaborato con l’artista video italiano Valerio Berruti per il video di “Out of your own” dove un bambino gioca con la sua ombra, forse con il suo lato oscuro. “Non è quello che faccio anch’io con la mia musica?”.

(Claudio Todesco)

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