Tornano i Brand New Heavies: 'Il funk come antidoto all'omologazione'

Tornano i Brand New Heavies: 'Il funk come antidoto all'omologazione'
“Only the strong survive”, solo i più forti sopravvivono, secondo un popolare detto inglese. La sagoma dei Brand New Heavies, per esempio, era quasi scomparsa dall’orizzonte dei media dopo il declinare della moda acid jazz e di quel “rare groove revival” che furoreggiava quando in terra d’Albione, era più o meno la metà degli anni ‘80, si moltiplicavano i party “illegali” a base di funk & soul in quelle che di lì a poco sarebbero diventate le cattedrali della house e dell’ecstasy. Trafila ormai classica, quella del gruppo di Ealing, periferia ovest di Londra: ascesa alle vette della scena più “trendy”, una sfilza di singoli di successo (“Never stop” li proiettò molto in alto anche negli USA), esibizioni affollate e poi l’inevitabile flessione, con conseguente e rapido benservito da parte dell’industria discografica “che conta”.
Il loro ultimo album, che esce in Italia il 31 gennaio ma circola in Inghilterra già dall’ottobre scorso, si presenta come un ritorno alle radici, si intitola programmaticamente “Allaboutthefunk” e sfoggia una delle liste di ringraziamenti più lunghe che si ricordino nei crediti di copertina. “Sì, in effetti un sacco di gente ci ha dato una mano” conferma Jak Kincaid, batterista, tastierista e mente della formazione londinese. “Ma”, aggiunge, “questo è successo soprattutto in un secondo momento, quando il disco era già pronto e sul mercato. Mentre incidevamo, l’unico contratto che ci era rimasto in mano era quello con l’etichetta giapponese Pony Canyon, che ci ha procurato il denaro necessario alle registrazioni. Questo significa che intorno non c’era nessuno a darci suggerimenti e a dirci che cosa fare; l’album, di conseguenza, è il risultato di un’esperienza creativa molto libera. Verso la fine del lavoro è entrata in gioco la label inglese OneTwo, che è collegata a Jazz Fm; il nuovo responsabile è un nostro fan e ha mostrato subito grande entusiasmo per il progetto”. L’altra spinta fondamentale, per i Brand New Heavies originali (accanto a Kincaid sono sopravvissuti il chitarrista Simon Bartholomew e il bassista/programmatore Andrew Love Levy), è arrivata dall’ingaggio di Nicole Russo, giovane (25 anni), dotata, battagliera e carinissima cantante bianca per nulla intimorita dal paragone con le frizzanti vocalist di colore che l’hanno preceduta nel ruolo, N’dea Davenport e Carleen Anderson tra queste. “Sono nel gruppo dalla primavera del 2003”, racconta lei, “grazie ad un contatto procurato dal mio vecchio management. Avevo pubblicato un disco a mio nome ma il mio contratto con la Telstar si era esaurito e una lite con il mio manager mi aveva tenuta ferma per sette mesi, senza che potessi scrivere o incidere nulla. Stavo cominciando a perdere fiducia, a convincermi anch’io che sul mercato non ci fosse posto per una ragazza bianca che canta musica funk e soul. Ero sull’orlo della disperazione, quando è arrivata la proposta dei BNH. Siccome faccio questo mestiere dall’età di 15 anni, spinta da mio padre che era un cantante di professione, sapevo che non sarebbero state tutte rose e fiori. Per otto anni ho rifiutato un contratto dopo l’altro perché sapevo che non mi avrebbero permesso di fare di testa mia. Ma ora, per me, è come se l’aceto si fosse tramutato in zucchero (il racconto autobiografico di quel periodo di disillusione e frustrazione è contenuto in “Need some more”, uno dei pezzi chiave della nuova raccolta).
I tre membri storici degli Heavies, intanto, avevano tenuto duro. “Siamo rimasti insieme”, spiega Kincaid, “perché abbiamo tante esperienze che ci legano: siamo cresciuti nello stesso posto, abbiamo frequentato le stesse scuole, insieme abbiamo cominciato a bazzicare i club di Londra e a suonare uno strumento. Come ogni famiglia abbiamo i nostri problemi e i nostri disaccordi, ma proviamo ancora gusto a fare musica insieme. E ora siamo molto contenti di avere Nicole a bordo. Ha una personalità forte e il suo stile, il suo aspetto e il suo modo di cantare sono adattissimi a quel che siamo oggi. Ci sentiamo completamente rinnovati, è come se cominciassimo adesso”. Di qui, anche, il clima di stretta collaborazione che ha caratterizzato le incisioni. “In studio”, spiega Kincaid, “finiamo spesso per suonare delle lunghe jam improvvisative, registrando tutto quel che viene fuori. Spesso partiamo da un groove che ci piace, piuttosto che da una melodia, senza l’intenzione precisa di ricavarci una canzone”. “Ognuno di noi, a casa sua, ha il suo home studio”, interviene Nicole. “Il primo pezzo che abbiamo completato, ‘Keep on shining’, è stato inciso in quello di Andrew, il bassista. C’era una traccia base e quando ho cominciato a cantarci sopra ho dovuto scrivermi da me testo e linea melodica, come faccio sempre. Mi sento una autrice, prima che una cantante”. Le session sono poi proseguite secondo il metodo usuale della band, che privilegia l’approccio “vecchia scuola” dell’incisione live ai “samples” elettronici. “Ci sono solo un paio di campioni, estratti dalla nostra library discografica”, conferma Jan. “Su ‘What do you take me for’, per esempio, ne abbiamo messo uno dei De La Soul. Certo, oggi i computer ci permettono di manipolare a piacimento il materiale grezzo delle incisioni, ed è una benedizione. Prima, quando si registrava su Dat, realizzare un album era estremamente costoso: ci volevano 25-30 nastri come minimo, ognuno ti costava più o meno 200 euro e l’editing finale, utilizzando il procedimento del taglia e incolla, finiva spesso per diventare un incubo. Ora è tutto più facile, e possiamo sperimentare in libertà: per esempio accoppiare un backbeat in stile funk/hip hop piuttosto aggressivo con una sezione d’archi registrata in presa diretta. E’ l’ideale per gente come noi che subisce una molteplicità di influenze diverse”. Tra queste ricorrono i nomi di Sam Cooke, Al Green e il Philly Sound anni ‘70, citati esplicitamente nei testi e nelle musiche del disco. “Tutti noi abbiamo ricominciato ad ascoltare vecchie cose, roba anni ’70 e dischi funk che erano rimasti a lungo negli scaffali”, spiegano Jan & Nicole. “Forse perché in giro oggi non si trova nulla di altrettanto eccitante: anche se Missy Elliot e gli OutKast, per esempio, ci piacciono molto. Questi ultimi, soprattutto, sono fantastici. La loro forza è l’unicità, non assomigliano a nessuno e allo stesso tempo vendono palate di dischi. E’ una cosa confortante, in un panorama in cui tutti sembrano cantare e suonare allo stesso modo”. “Oggi”, continua Kincaid, “il mainstream ama l’hip hop perché è una musica semplice e diretta. Nessuno però si sforza di ricercare nuovi suoni come facevamo noi da ragazzi, nella musica si è perso completamente il senso di mistero. Pensa a una come Britney Spears, la trovi in tutti i programmi Tv e in tutte le riviste, non c’è scampo: non hai bisogno di muovere un dito, per trovarla. Si perde il gusto delle cose. Come da MacDonald’s, come con il cibo confezionato su scala industriale. Ci sono tanti talenti in giro, perché non farli conoscere e promuovere la diversità”? Concetto che agli Heavies sta evidentemente molto a cuore: “Il nostro disco”, conferma Kincaid, “nasce anche come reazione a questa piattezza, come una dichiarazione di individualità. Questo è anche il motivo per cui siamo tornati a guardare alle radici, alla musica con cui siamo cresciuti”. “Cercando”, aggiunge la Russo, “di spostare in avanti i nostri confini, anche e soprattutto dal punto di vista emotivo”. Come in “Many rivers to cross”, scelta coraggiosa per una cover dati i termini di paragone precedenti. “E’ stata una mia scelta”, spiega Nicole. “E’ una canzone che amo ma che mi metteva un poco a disagio interpretare, dato che il testo ha a che fare con la condizione delle persone di colore. Per questo l’ho cambiato un poco quando l’ho incisa la prima volta, ormai sette anni fa: mantenendo il significato di fondo che si riferisce al sentirsi schiavizzati, in trappola, impossibilitati a comunicare. Non ero riuscita ad inserirla nel mio disco solista, ma una dirigente della mia etichetta americana di allora mi ha convinto a non rinunciarci. Con i BNH abbiamo usato il demo originale di allora, compresi voce solista e controcanti. E per me è stata una grandissima soddisfazione”. “E’ un pezzo molto significativo nel contesto di questo album”, conferma Jan, “perché sintetizza due delle cose più importanti che volevamo trasmettere. La prima è il senso di frustrazione accumulato in tutti questi anni e di cui ultimamente ci siamo liberati. L’altra è la nostra volontà di essere eclettici, di sperimentare e di tentare le strade più diverse. Un altro buon esempio è l’ultima traccia del disco, ‘How we do this’, con quel funk beat molto potente, la voce in stile anni ’20 e quel bizzarro interludio marocchino nel mezzo. Volevamo proprio quello, un pizzico di follia”. “E la canzone”, conclude Nicole, “parla proprio di questo: essere soddisfatti di quel che si è senza timore di sentirsi fuori posto. Essere cool significa saper esprimere se stessi, non vuol dire cercare di essere trendy e alla moda”.
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