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NEWS   |   Pop/Rock / 18/01/2005

L'altra Hollywood di Stan Ridgway: 'Regalo una storia a chi non ce l'ha'

L'altra Hollywood di Stan Ridgway: 'Regalo una storia a chi non ce l'ha'

Qualcuno, prima o poi, dovrà scrivere una canzone, o un romanzo, o una sceneggiatura, su di lui. Perché Stan Ridgway, cinquantenne narratore in musica da Los Angeles, California, è un personaggio eccentrico, misterioso e colorito come quelli che popolano le sue originalissime ballate acustico-elettroniche. Se ne sarà accorto chi ieri sera (lunedì 17 gennaio) abbia avuto la ventura di assistere al suo breve showcase presso il punto vendita milanese di Good Fellas, distributore del suo ultimo, eccellente Cd “Snakebite – blacktop ballads & fugitive songs”. Una performance “alla Woody Guthrie”, come dice lui, divertentissima e surreale, ridotta a un monologo per voce, chitarra e armonica dalle sbadataggini della compagnia di bandiera che ha perso per strada (temporaneamente, per fortuna) i bagagli: compresa la tastiera della moglie, Pietra Wexstun, che avrebbe dovuto accompagnarlo per l’occasione. Ci sarà modo di rimediare da stasera a Catanzaro, dove la coppia, rinforzata da un chitarrista, inaugura un tour italiano di cinque date (le altre a Roma, Firenze, Rimini e Udine, con l’aggiunta di una seconda “in- store performance” nel negozio capitolino di Good Fellas) che potrebbe avere un seguito nei mesi estivi.
Il fatto è che mr. Ridgway ha una storia bella, sfortunata e avventurosa alle spalle, e ha deciso di raccontarla per filo e per segno (nessun personaggio escluso: i buoni, i brutti e i cattivi) in “Talkin’ Wall Of Voodoo blues pt. 1”, pezzo cardine della nuova raccolta. “L’ho fatto perché negli ultimi anni sia Marc (Moreland) che Joe (Nanini) se ne sono andati, ed entrambi erano un po’ miei fratelli. Eravamo parecchio diversi, abbiamo avuto le nostre belle divergenze, certo, e loro sono morti a causa delle droghe e dello stile di vita che avevano scelto. Quello è stato il motivo principale per cui ho lasciato il gruppo, sapevo di non poter continuare così. Ma quando sono andati al creatore… ho voluto rendergli omaggio, perché sono passati venticinque anni e pensavo che nessuno, altrimenti, se ne sarebbe ricordato. Quello che era stato concepito come un piccolo tributo si è un po’ per volta trasformato in una storia, e a chi mi chiede oggi chi fossero i Wall Of Voodoo dico di ascoltarsi quella canzone. Ho aggiunto parte prima, in fondo al titolo, perché c’è ancora un pezzo di storia da raccontare. Non ho idea di quando lo farò, però. Magari tra altri venticinque anni…”.
I progetti, compiuti o da realizzare, non gli mancano: ultimamente, per esempio, è uscito anche “Blood”, commento sonoro realizzato da lui e dalla Wexstun per una serie di dipinti di Mark Ryden dallo stesso titolo esposti in una galleria d’arte di New York. “Mark è un artista surrealista piuttosto noto in America, oltre che un amico. Ha dipinto una serie di quadri ispirati al tema del divorzio in un momento in cui lui stesso era particolarmente depresso per la separazione dalla moglie e dai suoi due bambini. La musica che io e Pietra abbiamo composto si sviluppa come una sequenza, in corrispondenza ai diversi dipinti. E’ come la colonna sonora di un film, con la differenza che in questo caso le immagini non sono in movimento”. E la sua produzione si espande in direzioni differenti, fino ad inglobare identità parallele come i Drywall. “Quella è una band che ho creato per cercare di liberarmi dal contratto con la I.R.S. Records, quando ho capito che non volevano più darmi un dollaro per registrare dischi ma allo stesso tempo non ne volevano sapere di lasciarmi andare. L’idea originale era di creare un gruppo che facesse hardcore elettronico, un po’ alla Wall Of Voodoo. Avrei voluto chiamarlo Shellac, gommalacca, ma ci aveva già pensato Steve Albini, e anche Screwdriver, cacciavite, era un nome già utilizzato da altri. Allora sono andato al negozio di ferramenta con una lista in mano, in cerca di qualcosa di simile: Clawhammer, Drill-bit… Alla fine ho scelto Drywall, isolante per pareti: non un nome molto macho, mi rendo conto. Il mio piano era di fare musica così brutta e rumorosa da indurre la casa discografica a licenziarmi. Mi sono ispirato a quel che Lou Reed aveva fatto con ‘Metal machine music’ per liberarsi della RCA, ma è andata a finire esattamente allo stesso modo: mi sono fatto prendere dalla cosa e ho realizzato qualcosa che piaceva a me e, purtroppo, anche a loro. Ho cercato di controbattere dicendo che i Drywall, come i Beatles, non sarebbero mai andati in tour, che ci sarebbero stati altri due dischi di una trilogia, che avrei avuto bisogno di altri 10 mila dollari per fare un film sul gruppo. Ancora una volta hanno detto di sì, a condizione che nella trama ci fossero i Wall Of Voodoo e ‘Mexican radio’. Ne è venuta fuori questa pellicola, ‘The Drywall incident’, in cui non suoniamo quasi mai: un film alla Ed Wood ma dei suoi peggiori, per intenderci. Di fronte alle rimostranze dei miei discografici ho aggiunto che avevo intenzione di farne altri tre, e finalmente sono riuscito a farmi cacciare. Oggi sono molto contento di essere fuori dal business musicale. Non ho un contratto, e non ho mai prodotto tanta musica come adesso”. Nel mazzo anche un bel gruzzolo di Cd live, tratti da periodi differenti della carriera solista: “Perché no? Non c’è bisogno di farne un affare di stato, come succede con le grandi case discografiche. Bisognerebbe tornare a fare come negli anni ’60, quando Bob Dylan pubblicava tre album in un anno e mezzo. Continuerò a pubblicarne altri, quando ne vale la pena, così cerco anche di tagliare le gambe a chi commercia in questo genere di registrazioni”.
Si torna a parlare del disco nuovo, e in particolare di “Monsters of the ID”, cover dal repertorio del pianista Mose Allison. “Lui l’aveva composta ai tempi della guerra del Vietnam, ma è un pezzo che avrebbe potuto essere stato scritto ieri. E’ lo stile di Allison, che non si poneva mai nella prospettiva del portavoce di qualcuno o di qualcosa. La canzone va oltre la questione della negatività della guerra per chiedersi, ad esempio, perché la natura umana dia origine a questo genere di conflitti: questo è il mostro dell’Es a cui si riferisce il titolo. Mi piace fare cover perché mi permette di sbizzarrirmi nell’arrangiamento e nella produzione, ma è anche un modo di attirare l’attenzione di chi mi ascolta su personaggi che ritengo meritevoli di essere riscoperti”. Come il Johnny Cash di cui i Wall Of Voodoo, in tempi non sospetti, stravolgevano in chiave dark-elettronica il classico “Ring of fire”… “Molto prima che ridiventasse cool e che Rick Rubin lo ripresentasse come un ribelle, in effetti. Nessuno metteva in discussione la sua statura artistica, naturalmente, ma a quell’epoca, intorno al 1978, negli ambienti rock ci si chiedeva se Cash fosse un conformista. Io penso che la buona musica trascenda questo genere di preoccupazioni”. Il country, il folk, il blues, sono nel Dna di Ridgway, come i romanzi hard boiled e le colonne sonore da film horror di serie B. “Ci sono cresciuto, con quel genere di pellicole. Quando ero un ragazzo in Tv c’erano Twilight Zone e cose del genere. Nessuno, allora, li chiamava noir, o b-movies, o horror. Le etichette sono venute dopo, con la critica e la consapevolezza della storia della cinematografia”. Su quegli sfondi, nelle sue canzoni continuano a muoversi perdenti, fuggiaschi, criminali: Ridgway sembra ancora irresistibilmente attratto dal lato oscuro della natura umana. “Non so perché racconto sempre quel genere di storie. Mi vengono fuori così, forse perché provengo da una famiglia che per tradizione ama raccontare, sempre con una buona dose di humour. E’ una cosa che ho imparato da mio padre, da mia madre, dai miei zii, libri e film sono venuti dopo. Quanto ai personaggi, è come nei libri di Dickens: devi disegnarli con i tratti marcati, enfatizzarne il carattere, se vuoi essere sicuro che vengano interpretati nel modo giusto. E’ tipico anche della tradizione del folklore americano: pensa ad un personaggio come il taglialegna Paul Bunyan (quello ritratto anche in “Fargo” dei fratelli Coen), alto 600 piedi, con in mano un’ascia ancora più grande di lui. I racconti popolari sono zeppi di personaggi giganteschi ed esagerati come questo che non possono essere fraintesi. E poi a me piace dare una storia a persone che non ne hanno una. Ho l’impressione che la verità venga sopravvalutata”. C’è spesso anche il deserto, e la grande natura americana, a far da cornice a queste storie: strano, a prima vista, per un cantore autenticamente metropolitano e losangelino come Ridgway. “Quando avevo cinque o sei anni vivevamo a Barstow, in California, e ogni volta che con mio padre andavamo a trovare gli zii attraversavamo il nulla. Vedevo queste case sulla collina con niente attorno per miglia e mi chiedevo chi ci abitasse, che cosa ci facessero lì. E’ facile far correre l’immaginazione. Non mi piacerebbe vivere nel deserto, ma per qualche ragione è un posto in cui la mia musica finisce di frequente”. Città o “wilderness”, è la California l’habitat naturale di Ridgway: com’è cambiata, da Ronald Reagan a Schwarzenegger? “Parte della mia testa vive in una Los Angeles che non esiste più, quella in cui sono cresciuto durante gli anni ’60, i primi ‘70: un posto più amichevole, meno affollato, meno pretenzioso, una città che potevi percorrere in macchina da un capo all’altro in venti minuti, dove capitava davvero di incontrare i divi del cinema al ristorante. Mi ricordo che da bambino facevo la fila, a Hollywood, per entrare negli studi Tv dove si registrava 'Popeye the sailor man'… altri tempi. Poi è arrivato Reagan, e ha diffuso tra la gente il terrore del fallimento, la paura di non riuscire a guadagnare abbastanza denaro: meglio fare l’avvocato, hanno cominciato a pensare in molti, che il pittore, con la prospettiva di morire di fame. Il risultato è che oggi abbiamo troppi businessmen. Era una persona amabile, Ronnie, ma come tutti sanno era il più ignorante di tutti. Per tutta la sua vita da attore ha cercato disperatamente la sceneggiatura giusta, l’ha trovata quando il suo agente gli ha consigliato di buttarsi in politica. Reagan ha messo un sorriso addosso alla crudeltà. Quando i repubblicani e gli uomini di potere si sono accorti di che formidabile arma di persuasione avessero in mano, le cose sono cambiate per sempre. Con Schwarzenegger è lo stesso. Viviamo davvero in tempi orwelliani”.

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