Cosmo e il nuovo album “Cosmotronic”: la musica come estasi, fra canzone ed elettronica – VIDEOINTERVISTA

Cosmo e il nuovo album “Cosmotronic”: la musica come estasi, fra canzone ed elettronica – VIDEOINTERVISTA

Cosmo ride da solo. “Scusa, ma mi diverto così”. Marco Jacopo Bianchi, già cantante dei Drink to Me e rivelazione del 2016 col secondo lavoro solista “L’ultima festa”, sta ascoltando una canzone del suo nuovo disco e l’effetto può essere effettivamente esilarante. L’album s’intitola “Cosmotronic” e prosegue, allargandolo, sul sentiero tracciato in passato nella conciliazione fra musica dal club e forma-canzone che a volte viene maltrattata, lui dice addirittura “stuprata”. È un doppio CD: un dischetto con nove canzoni, tra cui le già note “Turbo” e “Sei la mia città”, e uno con sei strumentali elettronici, “pensato per la pista da ballo, però con un gusto mio, senza strutture. Non che sia roba estrema, però mi sono avventurato in territori nuovi. Ho separato i due CD per rimarcare il fatto che sto lavorando su binari paralleli. Cerco di farli convivere. La canzone e la dimensione del club fanno entrambe parte di me. Sono le mie due anime. Come tutti, sono pieno di contraddizioni. Solo che decido di non separarle, ma di tenerle assieme”.

La canzone che fa ridere Cosmo si chiama “Tristan Zarra”, gioco di parole col nome del poeta dadaista Tristan Tsara, ed è parecchio bizzarra. Si apre con un suono di sintetizzatore che somiglia alla versione giocattolo di un qualche strumento a fiato folk asiatico, al posto del ritornello recita il mantra sballato “Festival, polizia polizia, festival, pizzeria pizzeria”, racconta in beat e parole scene deliranti e poi si ferma per lasciare che la voce impostata della doppiatrice Beatrice Caggiula ci rassicuri affermando che “la superficie delle cose è liscia, lucida, perfetta”. Cosmo scoppia a ridere quando riascolta il finale, un collage che comprende fra le altre cose le voci di Francesca Michelin e di Calcutta. “È un pezzo assurdo, anarchico, fuori di testa, ma anche politico”. E difatti Cosmo avrebbe voluto assegnare il recitato, che è una cosa inquietante in stile “1984” di Orwell, a Maria De Filippi. “Purtroppo non ha risposto, ma quelle frasi sarebbero state perfette in bocca a una donna potente come lei. La canzone sarebbe diventata un’opera d’arte. Ehi, sarei entrato al MOMA!”.

“Tristan Zarra” non è l’unica stranezza di “Cosmotronic”. L’album mette assieme le due anime di Cosmo, spesso nella stessa canzone: l’autore che racconta storie esprimendosi con un linguaggio diretto e quotidiano, e che quando canta ricorda ora Lucio Battisti ora Luca Carboni, e il produttore che manipola ritmi e suoni. “L’essenza del disco è il beat”, dice lui. “Mi considero prima un produttore e solo poi un autore di canzoni. Metto su la voce solo dopo aver trovato una produzione che mi smuove qualcosa. La sfida è portare la mia produzione verso la decostruzione”. Vuol dire, ad esempio, che la dichiarazione d’intenti di “Bentornato”, che apre l’album e dove Cosmo in qualche modo si ripara dalle accuse d’essersi montato la testa, è costruita senza ritornello e inizia e finisce bruscamente, in modo apparentemente casuale. Cosmo è uno che infarcisce i dischi di ritornelli accattivanti, però poi ci abbina fughe in avanti elettroniche, è uno che usa la techno come base per una sorta di poesia sull’identità. Uno che, quando scrive, ama usare un tono colloquiale. “Voglio usare un linguaggio semplice, non voglio mettermi al di sopra dell’ascoltatore. Un po’ perché voglio entrare in confidenza e comunicare a livello empatico con chi m’ascolta. E un po’ perché sono convinto che si possano dire cose profonde usando un linguaggio semplicissimo”.

L’album è stato scritto, registrato e prodotto in solitudine. “Per creare devo isolarmi. Sono fortunato a vivere a Ivrea e non a Roma, Milano o Bologna dove ci sarebbero molti più colleghi e amici a distrarmi. Ho bisogno di ripiegarmi su me stesso, devo partorire idee strampalate senza che nessun lo sappia. Non sono in grado di lavorare con altri produttori. Ogni tanto mia moglie mi vorrebbe sparare: sei assente, mi dice. E io penso a quella frase famosa, quella che dice: come faccio a spiegare a mia moglie che anche quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?”. Perciò questo disco Cosmo l’ha fatto a casa sua, dopo aver investito un po’ di soldi in attrezzatura, fra cui un sintetizzatore modulare. A un certo punto però s’è bloccato e per ripartire si è ritirato in un luogo ancora più isolato. “Ho preso in affitto una casa in Valchiusella con un bosco alle spalle. Sono rimasto lì una settimana, solo coi gatti”.

La parola che Cosmo usa più spesso parlando dei suoi dischi è viaggio. “Viaggiare con la musica è un’ossessione”, ammette. “Sono molto interessato a ciò che nella musica è estasi. La musica non dev’essere come te l’aspetti. Deve prenderti e portarti via. Io riesco a farlo usando strutture libere. Perché costringono a seguire la musica, a farsi trasportare, a darle fiducia”. Succede ad esempio nei brani del secondo CD, pensati per i dj set. “Li ho costruiti creando dei ‘vuoti’ affinché fossero pronti per essere mixati col pezzo successivo. È una mentalità che ho capito facendo dj set, è un focus diverso da quello del pop. Voglio diventare qualcosa di strano, un’identità mista”. Un’identità che emergerà chiaramente nel tour. Non un concerto tradizionale, ma un happening itinerante. “Le serate saranno strutturate come eventi con una serie di dj ospiti che apriranno e andranno avanti fino alle 4 del mattino. Non saranno concerti, ma feste. Trovo sia importante inserire il mio spettacolo in un contesto del genere. Portiamo in giro un minifestival di elettronica”.

La riflessione sull’identità è sottesa sia alle musiche, sia ad alcuni testi di “Cosmotronic” e del resto Marco è un padre di famiglia che fa clubbing o, se preferite, un ex insegnante di storia che canta di sesso (in “Animali”, potenziale singolo estivo 2018). Per non dire della nuova identità artistica che ha creato dopo i Drink to Me, da “Disordine” attraverso “L’ultima festa” fino a “Cosmotronic”. “L’identità è un costrutto, è un’invenzione. Ognuno di noi è un essere contraddittorio molto più profondo di quel che emerge in superficie. Di me stesso e degli esseri umani m’interessa il fatto che siamo molteplici. Siamo una moltitudine di pulsioni e di elementi contraddittori. Ascolta il disco: io sono tutto questo messo insieme. Io sono più persone. Io sono una moltitudine”.

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