I Mercury Rev di 'The secret migration': 'Volevamo un disco fuori dal tempo'

I Mercury Rev di 'The secret migration': 'Volevamo un disco fuori dal tempo'
Tre anni fa, in primavera, i Mercury Rev scorazzavano per l’Italia a presentare dal vivo l’album “All is dream” in compagnia degli Afterhours (vedi News), subito eletti a compagni prediletti di bisboccia. A fine 2004 rieccoli come apripista di Nick Cave & the Bad Seeds e con un nuovo disco, “The secret migration”, da servire in antipasto prima dell’uscita nei negozi (fissata in Italia per il 21 gennaio, mentre negli Usa se ne parlerà solo a fine aprile, dopo una lunga anteprima on-line affidata all’iTunes Music Store della Apple). Intanto, oltre alla versione non autorizzata e integrale su Internet, gira tra gli addetti ai lavori un “promo” con la copertina definitiva dell’album: una raffigurazione fantastica di una farfalla sfinge (Eumorpha Pandorus) dalle sembianze umane che più che a un gruppo di alternative rockers dell’upstate New York farebbe pensare ai Genesis o ai Gentle Giant anni ’70 o a qualche loro recente epigono… “E’ un dipinto che abbiamo scovato visitando una galleria d’arte, l’autrice si chiama Amanda Wachob e molte delle sue opere si ispirano al déco e all’art nouveau” racconta il chitarrista Grasshopper, che con il cantante Jonathan Donahue e il batterista/tastierista Jeff Mercel costituisce oggi il nucleo base della band di Buffalo. “E’ un’immagine potente, e con un significato speciale legato al concetto di metamorfosi e di migrazione. Nelle varie culture, la farfalla sfinge dalle fattezze umane rappresenta cose diverse, la buona come la cattiva sorte. E a noi sono sempre piaciuti i simboli che sottintendono significati diversi e sovrapposti”. Vengono in mente, a guardarla, stampe antiche e bestiari di epoca preilluministica, “fantasy” postmoderna e saghe medievali. “Cercavamo una sintesi tra antico e moderno, tra passato e futuro”, conferma Mercel. “Mescolando ingredienti così diversi, speriamo di aver creato qualcosa che esiste al di fuori di una precisa collocazione temporale, un disco che la gente ascolterà magari tra vent’anni senza pensare che è stato inciso nel 2004. Anche noi, nelle nostre collezioni di dischi, non facciamo differenza, ascoltiamo musiche della settimana scorsa come di cento anni fa”.
Il richiamo a miti e leggende del passato prosegue con le musiche contenute nel disco: a Lorelei, sirena incantatrice e maligna le cui gesta sono state tramandate dal folklore germanico, è intitolato ad esempio uno dei pezzi forti della raccolta. Spiega Grasshopper: “E’ stato Jon (Donahue) ad avere l’ispirazione per la canzone. A tutti noi interessano gli archetipi, le figure mitologiche, e queste si ritrovano in qualunque tradizione culturale, non soltanto in un contesto specifico. Quella di Lorelei è una di quelle leggende che contengono un elemento universale, un’esperienza comune a tutti gli uomini: è un modo di colmare le distanze geografiche con l’ascoltatore, anche se ciascuno può attribuirgli il senso che preferisce. La gente mi chiede spesso che cosa vogliono dire le nostre canzoni: ma non so rispondere, tutto dipende dall’interpretazione soggettiva”. Anche nei suoi fraseggi delicati di chitarra elettrica e pianoforte, la canzone sembra un richiamo esplicito ai Genesis del periodo “classico”, quelli di Gabriel e di Steve Hackett: citazione voluta? “Ascoltando da ragazzi le stazioni radio che in America vengono chiamate ‘classic rock’ ci siamo ovviamente imbattuti nella musica dei Genesis”, risponde Mercel. “Ma non possiamo definirci dei fan. Forse si tratta di un’influenza subliminale, e non gli darei comunque troppa importanza. La scelta di un determinato timbro di chitarra, di un suono di pianoforte o di un’accordatura percussiva è diretta conseguenza del modo in cui la band interagisce in studio di registrazione. Man mano che accumuliamo tracce incise modifichiamo le parti strumentali e scartiamo ciò che non ci sembra più adatto allo scopo. Evolvendo, una canzone procede quasi per moto proprio, noi diventiamo come dei passeggeri a bordo della musica. I suoni ci vengono a noia facilmente: una nuova tastiera, un nuovo pedale di effetti per chitarra diventano un pretesto per muovere la musica in nuove direzioni”. Altre canzoni evidenziano rimandi più consueti: “In a funny way”, per esempio, con quelle percussioni inconfondibilmente marchiate Phil Spector: “E’ così, in effetti. Quella è una canzone che risale ai tempi di ‘All is dream’ ma che solo qui ha trovato la sua giusta collocazione. Forse perché ha un’atmosfera abbastanza spensierata che si adatta meglio a ‘The secret migration’ e al suo tema di fondo che ha a che fare col cambiamento, con il succedersi delle stagioni, con la natura transitoria delle cose”.
L’impronta “old fashioned” dell’album si allarga anche alla sua durata contenuta: 44 minuti o giù di lì, come un LP in vinile dei tempi che furono… “Abbiamo una regola interna al gruppo che prevede di non superare quella durata”, spiega Mercel. “Vorremmo che la gente ascoltasse i nostri dischi dall’inizio alla fine, e questo diventa difficile se li si allunga a 60, 70 minuti ficcandoci dentro 21 canzoni per volta”. “Siamo coscienti del fatto che la soglia di attenzione si esaurisce in fretta”, aggiunge Grasshopper, “e anche stavolta è rimasto fuori un po’ di materiale: qualcosa è già stato completato, qualcosa è da lavorare e qualcosa probabilmente non vedrà mai la luce o finirà incorporato in qualche canzone futura”. Sicuramente i Mercury Rev non sono tra i musicisti più veloci in circolazione: tre anni, mese più mese meno, tra un disco e l’altro. “Ci vuole del tempo, a trovare il passo e i suoni giusti”, sostiene Mercel. “E oggi, con lo studio di registrazione che ci siamo costruiti nelle Catskills (a nord di New York), possiamo prendercela comoda, oltre che goderci la vicinanza delle persone che ci stanno a cuore. Passano di solito 3 o 4 mesi, prima che qualcosa cominci a succedere, che le canzoni prendano una forma: si utilizzano frammenti accumulati in precedenza, si provano tecniche di registrazione diverse… Per ‘Secret migration’ ci abbiamo messo più o meno un anno a scrivere i pezzi, a incidere provini, a sperimentare soluzioni. Altri 6-7 mesi sono trascorsi a decidere cosa volessimo realmente fare e a registrare le canzoni, a sovrainciderle e a mixarle. Più o meno al ritmo di una settimana al mese, 14 ore al giorno. I nostri dischi suonerebbero molto diversi se li registrassimo in due settimane. Magari funzionerebbe, chissà: non ci abbiamo mai provato!” Nel frattempo, però, i tre di Buffalo e i loro collaboratori si sono dedicati anche ad altro: la colonna sonora di “Bye bye Blackbird”, per esempio, film diretto dal francese Robinson Savary che racconta una storia drammatica ambientata in un circo del primo ‘900. “Non è stato facile”, racconta Grasshopper che di cinema è cultore appassionato. “C’era già un canovaccio di musica circense a cui adeguarsi, e il film ha un’atmosfera molto europea. I nostri sono contributi strumentali, più che canzoni, quasi una riproduzione di musiche dell’epoca. E per tirar fuori qualcosa che potesse funzionare abbiamo dovuto attingere al lato più fantastico della nostra ispirazione”. Non meno ambizioso il progetto di rivestire di sonorità moderne la “Chamber music” di James Joyce, collezione di versi e parole del grande Irlandese in forma di canzone che costituisce il filo tematico di un doppio Cd di prossima pubblicazione (tra gli altri artisti “alt rock” coinvolti figurano Lee Ranaldo dei Sonic Youth, Mike Watt e i Minus 5). “Era un suo desiderio rimasto irrealizzato, e ora il disco è praticamente pronto”, spiega il chitarrista. “Noi ci siamo cimentati con la canzone numero 23 del ciclo, ma questa è stata un’impresa meno complicata. Conoscevo l’opera di Joyce, anche se non ho mai letto l’‘Ulisse’”. I Mercury Rev rischiano di diventare il più europeo tra i gruppi americani in attività? “Mah, quel che è certo è che ogni tanto le radici affiorano” dice il musicista, che di vero nome fa Sean Thomas Mackowiak. “Io sono cresciuto ascoltando musica classica, tra i miei avi qualcuno era siciliano e suonava il mandolino, altri erano polacchi e suonavano la fisarmonica”.
Abituati a farsi ispirare dalla magia dei paesaggi naturali delle Catskills, lui e i suoi compagni non amano scrivere mentre sono in tour, come in questi mesi. “Le stanze degli hotel non sono il luogo adatto”, conferma. “Ognuno di noi ha un posto speciale, a casa sua, per concentrarsi e mettersi al lavoro sulla composizione. I tour, i viaggi, servono ad assorbire esperienze che verranno utili in seguito. C’è tempo quando si torna a casa per riflettere su cosa è successo. Quello è il momento in cui cominciano a sgorgare le idee, e le canzoni si materializzano sotto forma di parole e melodie”. Nessuno stimolo neppure dalla vicinanza dei compagni di viaggio? “Nick Cave è una persona molto riservata, a prima vista può intimidirti ma è dotato di un fantastico humour nero. Agli Afterhours siamo grati di averci aperto una porta sul pubblico italiano e per le tante ore, forse troppe, di divertimento! Il nostro è stato un sodalizio umano, più che musicale”.
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