"Rock Therapy": una canzone per le giornate di vento. "Grace"

"Rock Therapy": una canzone per le giornate di vento. "Grace"

Dal libro "Rock Therapy" di Massimo Cotto (Marsilio) proponiamo una "pillola" terapeutica:  la canzone di oggi serve nelle giornate di vento.

Grace
Jeff Buckley
Grace, 1994

Muoversi come un personaggio in cerca d’autore, tra demonio e santità, inseguendo qualcosa di cui si ignorano i lineamenti, convinto comunque che la tua missione sia continuare a cercare. La maledizione dell’artista, vagare per sentieri e calli guardando cose e persone per specchiarsi un giorno in qualcosa o qualcuno che cancelli la solitudine. Jeff Buckley saliva sul palco dell’Olympia di Parigi, nel luglio del 1995, meno di due anni prima della fine, e in ginocchio davanti alla platea, profeticamente cantava: «Ricordatevi di me, dimenticate il mio destino». In "Grace", che Buckley scrisse con Gary Lucas dopo aver salutato la sua ragazza all’aeroporto, ci sono inspiegabili riferimenti alla morte («I’m not afraid to die») e addirittura all’annegamento, seppur metaforico («I feel them drown my name»), quasi come se Jeff sentisse avvicinarsi la sua ora.
Quella che sto per raccontarvi è la storia di un artista che è entrato nelle acque del Mississippi per un rito di purificazione, e così facendo è uscito dalla storia ed entrato nella leggenda. Jeff Buckley è bello come un sole, ma ha ereditato da suo padre il lato oscuro della luna. Suo padre era Tim Buckley, un genio assoluto, uno che fu per la voce quello che Jimi Hendrix fu per la chitarra, Cecil Taylor per il piano e Coltrane per il sax. Portò la voce a vette di sperimentazione mai raggiunte prima, per poi scomparire a 28 anni, per overdose di eroina e alcool. Al suo funerale c’erano tutti ma non Jeff, che viveva con la madre e aveva visto il padre una sola volta e che aveva nel suo Dna le medesime dannazioni.
Nel 1997 Jeff Buckley ha trent’anni e ha già incantato il mondo con "Grace", un disco commovente e bellissimo. Sta lavorando al seguito, in uno studio di Memphis. È una brutta giornata di fine maggio. Tira vento, minaccia pioggia. Jeff si ferma con il suo amico roadie Keith Foti sulle rive del Wolf River, un affluente del Mississippi. Lo stereo portatile trasmette "Whole Lotta Love" dei Led Zeppelin. Jeff canta a squarciagola il ritornello, poi entra in acqua. Vestito, senza nemmeno togliersi gli stivali pesanti. Non è la prima volta. È come un rito di purificazione. Gli piace entrare in acqua, sentire gli abiti che si attaccano alla pelle, camminare e poi cominciare a nuotare.
Foti rimane a riva. Passa un battello. Urla a Jeff di stare attento, poi si volta per mettere lo stereo al riparo. Quando si gira di nuovo verso l’acqua, Jeff è scomparso. Lo ritroveranno una settimana più tardi, impigliato nei rami di un albero, sotto uno dei ponti di Beale Street, la strada principale di Memphis, quella che aveva benedetto mille artisti ma non lui, che aveva cercato attraverso un rito di purificazione di trovare qualcosa e invece aveva perso tutto.

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Questa, pubblicata per gentile concessione dell'autore e dell'editore, e le schede di altre 333 canzoni terapeutiche sono proposte in "Rock Therapy" di Massimo Cotto, edito da Marsilio.

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