Musica e televisione: ‘I talent sono davvero arrivati ad un punto di rottura?’ La open lecture del Master Musica e di Rockol per la MMW

Musica e televisione: ‘I talent sono davvero arrivati ad un punto di rottura?’ La open lecture del Master Musica e di Rockol per la MMW

Si è tenuto ieri, giovedì 23 novembre, all’interno della Milano Music Week, l’incontro organizzato dal Master in Comunicazione Musicale dell’Università Cattolica Del Sacro Cuore in collaborazione con Rockol dal titolo “Oltre i talent: come si racconta e come si promuove la musica in TV, oggi”; una open lecture sul rapporto tra musica e televisione.

A presentare e moderare l’incontro c’è Gianni Sibilla, direttore e docente del Master nonché giornalista di Rockol, che introduce il dibattito parlando del rapporto tra media televisivi e musica: “I talent sono arrivati forse ad un punto di saturazione: l’anno scorso “Amici” ha prodotto l’artista (Riki) che ha venduto di più in Italia quest’anno, però ha avuto un calo negli ascolti; “X Factor” ha numeri molto alti ma sono anni che non produce un cantante di successo”.  “I talent sono davvero arrivati ad un punto di rottura?”

A questa prima domanda risponde Daniela Cardini, docente Format e Serie Tv presso de IULM. “Non so se il formato dei talent sia arrivato ad un punto di caduta, so che dal punto di vista televisivo la formula è stanca”. “Di musica in televisione c’è ne tanta, l’impressione però è che sia raccontata in maniera unilaterale; il talent in qualche modo oppone la musica alla televisione, le esigenze del racconto televisivo sopravanzano le necessità espressive di chi fa musica”. Daniela Cardini prosegue sottolineando soprattutto come “X Factor” si arrivato ad un punto di saturazione, la spettacolarità del programma che è stata suo punto di forza per tanti anni, ha raggiunto un livello di stasi; si discute di più sull’adeguatezza dei giudici che sulla qualità delle singole performance degli artisti in gara. La parte musicale del programma è sempre meno convincente e passa in secondo piano, il livello qualitativo di come la musica è raccontata nei talent non è eccelso, ma questo vale anche per gli altri format televisivi.

“C’è quindi spazio per nuove formule di racconto della musica in televisione”?, chiede Gianni Sibilla.

A questa domanda prova a rispondere Stefano Senardi, discografico e consulente musicale per programmi televisivi. “Negli ultimi vent’anni di nuovo dal punto di vista musicale non è successo quasi nulla, i talent sono bloccati; ad esempio gli autori di “Amici” sono gli stessi da molti anni, è vero che ha avuto il merito di avvicinare molti giovani alla musica, però è diventato quasi un piccolo “FestivalBar””. Senardi prosegue dicendo che per quanto riguarda il formato dei talent in particolare, quello che conta è il contenitore, non il contenuto; i giudici fanno televisione e in generale non insegnano nulla ai concorrenti tranne che fare al meglio la propria performance televisiva, non cercano di capire che tipo di cantante hanno di fronte e indirizzarlo di conseguenza; fino ad arrivare all’estremo controsenso di proporre testi in lingua inglese per l’esibizione finale.

Stefano Senardi sottolinea che i talent hanno comunque il merito di dare visibilità ai ragazzi in gara, devono poi essere loro capaci a saper sfruttare questa visibilità, se si rimboccano le maniche una volta conclusa l’esperienza in TV, allora potrebbero anche funzionare. Senardi conclude dicendo che per quanto riguarda i formati, il problema è che manca proprio un’educazione musicale di fondo, una curiosità di voler sapere ciò che c’è di nuovo ed interessante nel mondo della musica.

L’incontro prosegue con l’intervento di Massimo Bonelli, manager in i-company e organizzatore generale del Concerto del Primo Maggio. “’Primo Maggio’ è un evento televisivo ma è soprattutto un concerto, quello di cui mi sono occupato è stato cercare di cambiare il format che era decisamente vecchio. Da quest’anno "Primo Maggio" tornerà ad essere un festival d’avanguardia musicale, avrà un pomeriggio dedicato alle novità della musica italiana”. “Questo era già successo negli anni passati quando mettemmo i TheGiornalisti e altri gruppi musicali della nuova scena italiana durante la serata, ma la Rai ci chiamò dicendo: ‘ma voi siete pazzi, chi sono questi?’. Però poi ci abbiamo visto giusto, questo dipende molto dal canale, Rai 3 è una rete decisamente conservatrice”. “La sera avrà invece dei nomi molto grossi e lasceremo spazio a delle esibizioni più lunghe, come in un vero e proprio festival europeo”.

Massimo Bonelli prosegue dicendo che la chiave di lettura per la musica in televisione è la verità, se la musica viene trasmessa in maniera sincera e diretta, come in un concerto, arriva di più. Nei talent la musica non c’entra più, è solo un contorno; capire se un artista è bravo da come interpreta una cover non ha molto senso, è come snaturare il musicista. Nei talent si perde di vista la musica per dare spazio allo spettacolo e al puro intrattenimento, la confezione diventa più importante del contenuto; questo è il problema della musica in televisione.

L’ultimo intervento è quello di Luca De Gennaro che lavora in "MTV" e "VH1" e prova a dare una risposta alla domanda: “Quanto spazio c’è per delle nuove forme di racconto della musica in televisione?”. De Gennaro inizia dicendo che i talent show non sono programmi musicali, sono invece programmi di spettacolo e questo non è chiaro a quelli che vogliono partecipare, che tentano la fortuna nei talent per cercare di far conoscere la propria musica. Il talent è il mezzo sbagliato perché chi partecipa non fa conoscere la propria musica, “X Factor” e “Amici” sono dei programmi televisivi il cui unico scopo è quello di fare alti ascolti, e per farlo fanno del grande spettacolo al cui interno c’è anche la musica.

Luca De Gennaro prosegue parlando dei programmi televisivi musicali: “C’è una grande differenza tra i programmi che usano la musica per fare spettacolo, cioè i talent, e quelli che fanno conoscere la musica. Ad esempio "Storytellers" è un formato nato per raccontare la musica, per farla conoscere allo spettatore e ogni puntata è diversa da quella precedente, questo ti fa capire che stai raccontando la musica”. “Anche "TRL" era nato con l’intento di raccontare cosa di nuovo c’era nel mondo musicale”. Conclude De Gennaro: “Ma tornando ad oggi, il problema è che tutto è ridotto a una questione di numeri, se non ci fosse il problema degli ascolti allora si potrebbero fare tantissimi programmi musicali di cultura, per far conoscere agli spettatori la musica, ma il mondo di chi vuole conoscere la musica oggi è molto ridotto”.

(Mario Guerci - Master in Comunicazione Musicale)

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