Ottovolante a Bel Air: il "Requiem ad infamiam Charles Manson" di Riccardo Bertoncelli

Ottovolante a Bel Air: il "Requiem ad infamiam Charles Manson" di Riccardo Bertoncelli

La morte di Charles Manson mi spinge a riproporre un vecchio pezzo sulla strage di Bel Air e i risvolti/deliri musicali di quel caso. Lo scrissi in origine reagendo a un articolo di Guido Ceronetti, “Hollywood, la notte di Satana”, apparso su “La Stampa” dell'8 agosto 1989. Pubblicato quasi dieci anni dopo su "Paesaggi Immaginari", è stato ritoccato nel 2009 per "1969 – Da Abbey Road a Woodstock". Lo lascio così com'era, quello che conta è la sostanza. Manson è morto ieri, la sua schiava Susan otto anni fa. ”Tex” Watson continua a languire in carcere a San Diego.
Questo non è un omaggio, è un requiem: ad infamiam Charles Manson.  

Riccardo Bertoncelli

 

Dalla sua Torre di Guardia, Guido Ceronetti ha avvistato un anniversario del Male e ne dà puntuale notizia. Otto agosto 1969. I calendari comuni non segnalano quella data, semmai una settimana oltre, 15 agosto sempre del 1969: inizio del Festival di Woodstock, erezione del granitico monumento al “peace & love” che ancora oggi dura. Ma Ceronetti non ha un calendario comune. Per lui e pochi eletti, i signori Burke e O’ Hara fanno uscire ogni anno, da qualche tipografia degli inferi londinesi, un Barbanera satanico che aiuta a ricordare ogni festa di sangue, ogni genetliaco luciferino.
Il calendario non sbaglia. Otto agosto 1969. Charles Manson e quattro schiavi della sua Famiglia escono dal covo di Spahn Ranch con l’obiettivo di sterminare gli abitanti di una villa di Bel Air, Cielo Drive 10050, a suo tempo abitato da un produttore musicale che aveva rifiutato le canzoni del velleitario folksinger Manson. Quel produttore non c’è più; al suo posto, l’attrice Sharon Tate e quattro amici. Manca il padrone di casa, Roman Polanski, marito della Tate e regista famoso per almeno due incursioni nelle Tenebre come "Rosemary’s Baby" e "Per favore non mordermi sul collo". (Ceronetti dubita che proprio quei film gli abbiano valso le crudeli attenzioni del Maligno. Come dargli torto?) Nessuno degli abitanti di Cielo Drive 10050 scampa al delittuoso raid. Con lunghi coltelli sacrificali, Manson e i suoi inondano di sangue il villino, non arrestandosi nemmeno davanti al grembo della Tate, incinta di otto mesi. Sono convinti di compiere una missione suprema: Manson è l’Anticristo e i cinque di Bel Air (più i coniugi La Bianca, che cadranno di lì a pochi giorni in una seconda “missione”) solo l’avanguardia dell’esercito di impuri che l’Angelo Sterminatore leverà di mezzo.

La banda Manson viene arrestata in capo a qualche giorno e il leader non lesina parole, allusioni, spieghe. Dice che il piano era pronto da più di un anno, che solo lui sapeva. Cita anche un nome in codice per quel progetto: “Helter Skelter”, “ottovolante”. I profani si stupiscono per quei ritorni ai giochi d’infanzia ma i rocker sanno: l’Helter Skelter non abita un lunapark ma le pieghe di quello che al momento della strage è il più recente disco Beatles, il Doppio Bianco del novembre 1968 – c’è di tutto, in quell’ambiguo melting pot, anche un furioso delirio (“un Maelstrom di suoni”, ha scritto bene un esegeta beatle) che porta quel titolo. Manson conferma la derivazione e rincara la dose; si è cibato di musica Beatles per i suoi loschi pensieri, anzi, ha succhiato così tanto e così a fondo quella materia da sentirsi una sorta di “quinto Beatle”. In onore dei “compagni” ha battezzato una delle residenze della sua Famiglia con il nome di “Yellow Submarine”, dal titolo della canzone celebre di "Revolver". Ma la sua vera ossessione è stata il Doppio Bianco, comprato pochi mesi prima del tragico raid di Bel Air e ascoltato, sciupato, eraso a furia di deliranti ascolti. Lì Manson ha creduto di trovare, in un innocente verso di "Honey Pie", un invito dei Fab a unirsi a loro (“Sail across the Atlantic/ To where you belong”): lì ha vacillato con la mente, sotto la pioggia di rumori di "Revolution n. 9": lì infine ha mostruosamente colto, dietro le righe di Helter Skelter, il messaggio fatale inviatogli dai quattro non più Fab ma Cavalieri dell’Apocalisse – Morte, Rovina, Distruzione.

DALL’INTERVISTA DI DAVID FELTON E DAVID DALTON PUBBLICATA SU “ROLLING STONE” N.61, 25 LUGLIO 1970

Puoi spiegarci le profezie che hai trovato nel doppio album dei Beatles?
[Charles comincia a disegnare alcune righe sul retro di un foglio di carta bianca. Nella parte inferiore scrive la parola SUB]

Okay, dacci i nomi di quattro canzoni sull’album. [Scegliamo "Piggies", "Helter Skelter", "Blackbird", e lui aggiunge "Rocky Raccoon"]
Questa parte inferiore è il subconscio. Alla fine di ciascuna canzone c’è una piccola coda, un paio di note. O, come in "Piggies", c’è “oink oink oink”, un gru- gnito. E tutti questi suoni vengono ripetuti in "Revolution n. 9". Come in "Revolution n. 9," tutti questi pezzi combaciano e predicono il rovesciamento violento dell’uomo bianco. Tipo che senti “oink oink” e subito dopo il fuoco di una mitragliatrice. AK AK AK AK AK AK!

Sei davvero convinto che i Beatles intendessero esprimere proprio questo?
Credo che sia una cosa subconscia. Non so se l’hanno fatto intenzionalmente o meno. Ma c’è. Questa musica sta preparando la rivoluzione, il rovesciamento non organizzato del Sistema. I Beatles lo sanno nel senso in cui lo sa il subconscio.

L’avvocato difensore non ha molte carte da giocare per il suo assistito e come mossa diversiva prova a usare proprio i Beatles, citando John Lennon come testimone a discarico e provandosi ad argomentare una sorta di “complicità morale”. La Corte rifiuta mentre Lennon naturalmente si defila: mai e poi mai si impiccerà di Bel Air, “non posso correr dietro a tutti gli squilibrati che usano il mio nome” (per mano di uno squilibrato del genere, ironia della sorte, finirà per morire). Ma basta il cenno per dare fiato agli accusatori e scatenare tempesta sul rock come “musica di Satana”. Niente di nuovo. È un monsone che spira periodico e oggi ancora si può sentirne il soffio, vent’anni dopo, nelle parole di fuoco di Ceronetti. “In genere tutto il rock è di diretta ispirazione demoniaca e cattura le anime vuote, le imprigiona e rende disponibili per il male. Non si tratta di arte né di innocua moda (come se fossero innocue, le mode). Non è una moda (è piuttosto un modo) perché dura da oltre due decenni e potrebbe non avere più fine, e in tutto il mondo la sua marcia trionfale e violenta di ritmo monotono e persecutore continua per l’ubriacatura di masse cieche con l’allegra congiura di organizzatori, industrie e istituzioni interessate alla promozione di piaghe e misfatti. Il rock non è innocuo: immola; ha un coltello. Sparge contagio: è una peste spirituale.”

Sono parole che pesano e che non voglio scrollarmi di dosso con un gesto di sufficienza. Però parole generiche: ispirate da una ripulsa così assoluta da eludere fastidiosamente ogni confronto. Tutto il rock è demoniaco? Anche il beat acqua e limone, anche le fiabe di Canterbury, anche l’ebbro misticismo dylaniano o il pop lunatico, chessò, di un Andy Partridge? E da dove una fosca impronta così indelebile? Dai ritmi caotici, dai timbri non più “naturali”, dalla volgare discendenza americana? Dai testi? O dalla stessa natura di musica popolare? Dovrebbe distinguere, Ceronetti, provare a farsi un giro sul luna park e raccontare poi se ha trovato tutto helter skelter, tutto ributtante e sporco (anzi lercio, come in un altro suo articolo trovo scritto della musica moderna. Ammiro la scelta dell’aggettivo, forte e scabroso; lo userò come fiaccola per orientarmi tra i miasmi di certa contemporanea non solo rock). Mi offro di aiutarlo, se mi vorrà come guida, gli prometto fin d’ora di non evitare nulla e di guardare fisso negli occhi anche certo punk, hardcore, thrash che potrebbero dare conferma della sua fosca profezia.

Ma con i Beatles, temo proprio che resterebbe deluso. Satana è scaltro e sa camuffarsi ma proprio non riesco a vedermelo fra i confetti dei primi dischi, almeno fino a "Rubber Soul"; e dopo, dico intorno al ’68, credo che Lucifero fosse impegnato in cose ben più serie e pratiche, defolianti nel Viet Nam e gulag socialisti, che non le messinscene bandistiche sottomarine di quattro ragazzi un po’ impastigliati. Se Ceronetti conoscesse la vera musica “peste e morte” dei nostri giorni, se avesse nozione anche minima di quanti oggi invocano Satana sotto la specie del thrash, del dark, della techno, senza più nemmeno il velo dell’allusione, troverebbe i Beatles inadeguati ai disegni del Maligno, spalle troppo fragili per sopportare il peso di quel “materiale tragico in cui si sarebbe smarrito un drammaturgo greco”. Altro che helter skelter, oggi esistono labirintici boulevards che si addentrano fino agli inferi, sterminate freeways che scendono giù giù giù (ecco forse il significato profondo di underground!) che per mapparle tutte non basterebbero settimane, mesi di lavoro a schiere elette di angeli geografi.

Non erano in realtà i Beatles musicisti che interessavano a Manson, questo lo giurerei. Erano i Beatles superstar, erano i quattro ragazzi “più famosi di Gesù Cristo” che ipnotizzavano milioni di altri ragazzi e avevano immenso successo e potere. Potere, ecco la parola magica e l’agognato bottino di quel giovane uomo ossessionato che aveva passato 15 anni dei suoi 34 in galera e che in cella a Terminal Island leggeva "Come primeggiare sugli amici e avere influenza sul prossimo". Le canzoni di Lennon e McCartney erano lo strumento di quel sognato potere e dall’altra parte del giradischi Manson si lambiccava il cervello per penetrarle, interpretarle, trovarne la formula. Ci fosse riuscito, avrebbe avuto milioni di adulatori, fiumi di denaro, migliaia di Susan Atkins, Patricia Krenwinkel, Linda Kasabian pronte ad accudirlo e a soddisfare i suoi più sfrenati desideri. I Beatles per lui erano quello. Quando scoprì che non poteva raggiungerli in quel mondo dorato, provò a portare loro nel suo e mise da parte la musica. Passò ad altro.

Può non credermi, Ceronetti, ma se è davvero convinto che i Beatles facciano parte di quell’intreccio “Polanski-Tate-Manson e immaginario demonologico” di cui scrive, allora indaghi meglio, allora cerchi qualcosa che gli è sfuggito. Frughi per il Doppio Bianco (c’è di tutto, lo abbiamo detto) e scoprirà inquietanti suggestioni. Scoprirà per esempio che Charles Manson aveva soprannominato la sua schiava preferita, Susan Atkins, con l’appellativo di “Sadie” e proprio "Sexy Sadie" si chiama una canzone del Doppio, giusto sulla terza facciata appena prima di "Helter Skelter". Difficile che sia un caso, il nome non è comune. Ma c’è di più. Lennon aveva scritto quel pezzo per dispetto, dopo avere abbandonato Rishikesh e il “ritiro spirituale” del maestro indiano Maharishi Mahaheshi Yogi. Quell’anima pia di George Harrison aveva creduto di scoprire un’abbagliante inner light dietro la candida barba del guru e lo aveva seguito fino alla sua remota base indiana, trascinando con sé Lennon, uno spaesato Ringo, Paul naturalmente scettico e amici dal mondo dello spettacolo (Mick Love dei Beach Boys, Donovan, Mia Farrow e sua sorella) per uno stage di “meditazione trascendentale”. Meditarono poco, non trascesero affatto e una notte anzi, secondo una diffusa leggenda, la sorella di Mia Farrow fu vittima di avances da parte dello Yogi, pretesto che scatenò un fuggi-fuggi generale e inabissò la stella del Maharishi nel profondo dei mari. George Harrison passò la vita a smentire quella diceria ma se l’episodio è rimasto e dura nella leggenda la colpa è di Lennon e della sua canzoncina allusiva, che volle scrivere subito e inserire poi sul Doppio Bianco, non negando alla stampa impressioni e commenti – "Sexy Sadie", appunto. Manson si iniettò anche quella nella sua poltiglia cerebrale e la usò, chissà – per quel po’ di mistero che il titolo emanava? Possibile, probabile. Ma naturalmente ad Armageddon (o a Dietrology) ogni altra lettura è possibile; anche quell’aria da music hall d’accatto potrebbe essere registro luciferino e tutta la storia di Rishikesh una menzogna dei Servizi Segreti Satanici per diffamare un sant’uomo (e Mia Farrow poi, guarda un po’, non era forse lei la protagonista di "Rosemary’s Baby"?. Qui vengono brividi borgesiani, qui, inferno o paradiso, si stende un labirinto...).

Ma non fermiamoci adesso, ancora un poco. “Pigs”, scrive Sadie Atkins sulla porta di casa e sullo specchio della camera di Sharon Tate, con un asciugamano intriso di sangue; Manson ha impartito l’ordine di lasciare dei segni e lei esegue, schiava solerte, graffitando quel termine che i giovani radicali dell’epoca amavano insalivare con rabbia per sputarlo poi addosso a “quelli del Sistema”. E non si chiama forse "Piggies" un’altra canzone dell’inesauribile Doppio? Uno scherzo, all’apparenza, una "Bella fattoria" capitolo secondo (il primo era stato il pollaio di "Good Morning" sul "Sgt. Pepper's"); ma sotto quella specie di ironica fiaba George Harrison in realtà canta la sua misantropia (“Ovunque ci sono tantissimi porcellini/ Che vivono vite porcine/ Nei loro porcili con tutto il loro seguito/ Non si preoccupano di quel che accade intorno”) e chissà che echi di caverna nella straziata mente di Manson, misantropo e razzista.

Casi, coincidenze, suggestioni. Se c’è un luogo della musica Beatles che può prestarsi a tutto questo è proprio il Doppio Bianco; il disco della perdita d’identità, della confusione, della felice maschera colorata che cade rivelando paure e morte. Tutto è possibile in quelle righe, molto accade: e il colore scelto, per un geniale paradosso, non è il “poco cromatico” dei tempi di crisi ma l’insopportabile pieno di tutte le tinte che vorticano insieme e, appunto, generano il bianco. "Helter Skelter" ci sta bene, nel fitto di quel bosco, anche se non è tutto così semplice come voleva “Satana” e come crede di sapere Ceronetti. Innanzitutto il pezzo non è di Lennon, e questo cambia di molto le cose. L’avesse saputo Manson, si sarebbe risparmiato la citazione, forse avrebbe addirittura rinnegato i suoi amori musicali – per il dispetto, per la delusione. Paul McCartney mandante del delitto di Bel Air, via!, chi l’avrebbe mai bevuta? Lennon sì che era credibile, John nei Beatles è sempre stato il Teppista, l’Eccentrico Rischioso, l’Incendiario Visionario. Per quei suoi modi obliqui e strafottenti, per quell’aria sempre sopra le righe (contro le righe, contro i Beatles, contro il resto del mondo), di lui si è potuto dire e scrivere tutto: radical chic e tossico depravato, omosessuale, agitatore politico, mostro di ingratitudine e slealtà. Ma Paul, lui con il suo viso d’arcangioletto, il cuore di semola e le buone maniere very british, lui sempre in equilibrio anche nei passaggi più turbinosi della storia rock (che capolavoro di realpolitik è in fondo il "Sgt. Pepper's"!), non ha mai predicato il Male, anzi. Lo ascolto oggi mentre batte educatamente il piedino delle nuove canzoni o ricorda Lennon, con deferenza e salamelecchi, e no, proprio non riesco a vedermelo “doppio”. Nemmeno se gli Angeli Ribelli fossero caduti in una tazza di tè rimanendovi in infusione anni, nemmeno in quel caso McCartney potrebbe essere un credibile Lucifero.

Eppure "Helter Skelter" è di Paul, un atto di ribellione di Paul, uno sfogo, una sfida. Lo avevano dipinto come il crooner dei Beatles, gli avevano pronosticato Las Vegas a trent’anni per quel suo giuggiolare "Yesterday", "The Fool On The Hill", "She’s Leaving Home" e quanto altro. "Helter Skelter" fu la sua risposta. Un pezzo a microfoni scoperchiati, a livelli out, duro e spietato come poche volte prima nella storia del rock. “Rumore, un gran rumore”, commentò John qualche tempo dopo; e non c’è niente di riduttivo nel giudizio, solo la pura verità. Vuole la leggenda che il pezzo sia nato da una recensione dove si parlava di un brano Who in termini di “tempesta rock”. Incuriosito, McCartney volle ascoltare quel prodigio meteo-sonico ma ne rimase deluso. Pensò allora di suscitarla lui, quella mancata bufera, ci lavorò per tutta l’estate del 1968. Fece tre prove il 18 luglio, ai leggendari studi di Abbey Road, ci tornò su definitivamente il 9 settembre. Le prove del 18 luglio erano lunghe, intricate, estenuanti jams che imbarcavano idee un po’ dappertutto; in una i Beatles entravano e uscivano sfacciatamente dal tema di "Blue Moon", in un’altra i giochi erano spinti fino alla soglia assurda dei 27 minuti – una facciata di ellepì! La take definitiva di settembre si fermò a 4 minuti e 29: come una canzone normale, anche se normale quel brano continuava a non essere, con le diversioni chitarristiche di George e John (che suona anche il basso e un sax), rumori di feedback, una tromba strozzata e la voce piagata di McCartney. Chris Thomas, che fu il produttore di quella seduta (George Martin era in vacanza), ricorda che "Helter Skelter" prese forma in un clima eccitato, quasi maniaco, con George Harrison che aveva dato fuoco a un posacenere e lo brandiva per lo studio tenendolo sopra la testa, alla maniera di Arthur Brown, e Ringo che batteva con la foga di un fabbro, pestando il drum kit come fosse un’incudine in fucina. Alla fine strillò un liberatorio “I’ve got blisters on my fingers!”, “ho le vesciche sulle dita!”, con tutto il fiato che gli avanzava: il lamento è rimasto inciso per i posteri sulla caotica coda del pezzo e si può leggerlo come un fosco “proverbio infernale” o più facilmente come un ironico happy end, “per grazia ricevuta”. Sotto quei colpi di maglio il cervello di Manson entrò forse in risonanza; e non ebbe alcun effetto l’ansiolitico da banco ("Long Long Long", di George Harrison) che i discografici avevano sistemato subito dopo per acquietare il clima, per attutire gli sgangherati colpi dell’Ottovolante.

"Helter Skelter" non ha mai goduto di grande fama presso il popolo beatlico. Se la sarebbero dimenticata tutti, non fosse stato per Manson. A un certo punto la ripresero gli U2 (prima l’aveva tradotta Siouxsie Sioux), nel contesto della loro campagna di rivalutazione di Lennon dopo le ingiurie del biografo Goldman; e che si trattasse di una scelta non casuale lo spiegò con foga Bono in "Rattle & Hum", scandendo “Charles Manson rubò questa canzone ai Beatles: noi la rubiamo a lui”. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Manson, se la giudica “intonata” come versione, se qualcosa ancora è rimasto da leggere sotto le note, o zolfo da annusare. Difficile che lasci mai il carcere ma, se un giorno ci riuscirà, troverà una scena rigogliosa, avrà da sbizzarrirsi fra quanti, come lui, pretendono di fare “gli affari del Demonio”. Non ha mai smesso di interessarsi di musica ma Ceronetti esagera quando scrive di “forte giro di vendita e gettonamenti delle canzoni” dopo la “missione” di Bel Air. Ma no, il Manson cantante non ha mai eccitato le folle, al massimo è diventato un culto nel circuito degli stravaganti a tutti i costi: e la sua “carriera” è ben povera cosa, anche nello scenario della California degli anni d’oro.

Aveva imparato a suonare la chitarra nei suoi molti stages in carcere e nel 1967, finita di scontare l’ennesima condanna, si era trasferito a San Francisco nella speranza di mettere a frutto il suo talento. Erano i giorni della “summer of love” e Manson si trovò bene fra Haight Ashbury e Telegraph Street, suonando per strada come un romantico busker e incantando più di una ragazza con la sua aria strana e le sue traballanti canzoni. La Famiglia nacque lì, anche se poi si spostò a sud, a Los Angeles. In assenza del proprietario, Manson e i suoi presero possesso della lussuosa villa di Dennis Wilson, il batterista dei Beach Boys, che quando li scoprì, al ritorno di una tournée, si inquietò ma non troppo: Manson gli offrì qualche docile schiava per il letto e lui si lasciò convincere dalle good vibrations, così le giudicò, che emanavano da quello strano harem governato da un sultano hippie che si faceva chiamare The Wizard, “il Mago”. Wilson non era l’unico musicista nel mirino di Manson (nelle sue memorie Mitch Mitchell racconta di essere stato visitato da alcuni seguaci della Family, quando abitava con Hendrix al Laurel Canyon) ma l’unico che gli diede corda. Lo presentò a John Phillips dei Mama’s & Papa’s, che non gradì, poi lo introdusse a Terry Melcher, il figlio di Doris Day che aveva prodotto il primo album Byrds, che credette invece di scorgervi del talento ma non andò oltre una deludente seduta di prova. Influenzato e forse anche minacciato dall’“amico”, Wilson portò allora Manson nello studio del fratello Brian e gli fece registrare alcuni nastri, che non soddisfecero nessuno. L’unico frutto di quelle sedute fu una canzone ("Cease To Exist", ribattezzata "Never Learn To Love") che i Beach Boys accettarono di pubblicare come facciata B di un loro 45 giri e di includere poi su "20/20", guardandosi bene peraltro dal riconoscere i crediti all’autore. Per il “quinto beatle” fu una magra consolazione: e nella sua mente cominciarono a levarsi cupi fumi di risentimento indirizzati soprattutto verso Melcher, il Grande Produttore che lo aveva illuso e poi abbandonato. “Helter Skelter”, la tragica missione dell’8 agosto, era un progetto che andava al di là delle semplici frustrazioni musicali; ma nessun dubbio che il Mago avesse fra i suoi obiettivi anche quello di terrorizzare Melcher.

Per vedere pubblicata la sua opera di cantautore, Manson dovette attendere il dopo-Bel Air e accettare i servigi di una piccolissima etichetta, la Awareness Records, che nel 1970 pubblicò non più di due-tremila copie di un album con dieci canzoni originali. Ad ascoltarlo, fa impressione. Ma non per quello che si potrebbe pensare, non per il sangue & vomito che uno si attende dal profeta del rock-che-impesta. No, la musica di Manson non è una lama cruenta, la sua voce non è strazio e dolore; piuttosto un lamento trasognato, un bisbiglio come un Crosby in trance davanti all’Oceano o un Donovan in overdose di zuccheri. Solo l’immagine della copertina, quella celebre della foto segnaletica, rivela il Terribile che si nasconde dietro i solchi. La grafica è una parodia della rivista “Life”, che con velenoso gioco di parole è diventata “Lie”. Tutto ciò è molto Manson ma, se Ceronetti mi crede, assai poco rock: la Musica è Vita, la Vita è Menzogna.

Charles Manson continua a trascinare i suoi giorni in una cella del penitenziario di Corcoran, California, dov’è sepolto dal 1971. Sono trent’anni ormai che potrebbe essere rilasciato dietro cauzione, ha fatto domanda 11 volte per ottenere la libertà vigilata ma nessun giudice sarà mai così pazzo da firmare un provvedimento del genere. Nell’immaginario collettivo Manson continua a essere non un vecchio omicida di 74 anni ma Il Mostro, la Coscienza Atroce dell’America, e mai altro luogo per lui se non il quattro-per-quattro della sua cella con vista sull’eternità. Che chiami le sue schiere angeliche, se non gli va bene.

Ma proprio perchè Mostro così ributtante, proprio perchè simbolo assoluto e irredimibile del Male, Manson continua a esercitare fascino anche dagli abissi dell’oblio e del disprezzo dov’è stato condannato. Ceronetti qui rimonta qualche posizione. Mai come negli ultimi anni il rock ha guardato e alluso a quel mito infernale, come a voler mettere alla prova, al grado massimo, la sua natura di musica no limits. C’è solo l’imbarazzo della scelta: semplici curiosi enigmisti (Neil Young e la criptica "Mansion On The Hill") e studiosi di rock degli abissi (i Sonic Youth con Lydia Lunch di "Death Valley 69"), mestatori di torbido come Ozzy Osbourne ("Bloodbath In Paradise") e spregevoli profittatori come i Guns ‘N Roses, che in calo di zuccheri satanici iniettarono una canzone di Manson, "Look At Your Game Girl", nel repertorio del loro album di cover, "The Spaghetti Incident" (salvo poi ripararsi dalle polemiche nascondendola come traccia fantasma e devolvendone le royalties all’associazione delle vittime di Bel Air). I Kasabian, band di culto britannica, derivano il loro nome da Linda Kasabian, una delle schiave che partecipò all’omicidio di Sharon Tate; mentre gli Slipknot vantano una canzone ("742617000027") costruita intorno a un distorto campionamento della voce di Manson, che riassume la drammatica vicenda dal suo punto di vista – “the whole thing, I think it’s sick”.

John Moran, un musicista rampante che aveva solo quattro anni al momento della strage di Cielo Drive, si è spinto a concepire addirittura un musical sulla vicenda. Si chiama "The Family", come il libro famoso del leader Fugs, Ed Sanders, e l’ha pubblicato anni fa l’etichetta Point di Philip Glass. Poco più di una curiosità, senza brividi né effetti speciali; la trovata più eclatante è un cameo di Iggy Pop, uno che all’epoca Ceronetti avrebbe scambiato per un seguace di Manson e invece interpreta la parte del pubblico ministero al processo, l’inflessibile Vincent Bugliosi. Molto più scomodo e inquietante "Downward Spiral", il secondo album dei Nine Inch Nails di Trent Reznor, volutamente registrato tra quelle mura di Cielo Drive 10050 (e si sente...) con macabra cura dei dettagli - durante le registrazioni, pare, venne ritracciata nell’appartamento la scritta “Pigs”.

Non so se di questi “omaggi” sia mai arrivata l’eco a Manson, nei sotterranei dov’è rinchiuso. Probabilmente sì, se è vero che a suo tempo inviò una lettera al "Wall Street Journal" per protestare contro la recensione dell’opera di Moran; non gli interessava la stroncatura ma il fatto che l’avessero chiamato “balordo”, “creep”, termine in effetti da cronaca nera provinciale che mal si addice a un alto rango del Male. Manson in prigione continua a scrivere canzoni, pare, e qualcuno giura anche a suonare. Qualcosa è filtrato. Dopo il disco storico della Awareness, anonimi fiancheggiatori hanno pubblicato un "The Manson Family Sings The Songs Of Charles Manson" e poi un "Live At San Quentin". Il live si è prestato anche a un ingegnoso giochino grafico: il titolo è quello di un album famoso di Johnny Cash mentre la grafica cita spudoratamente "Pet Sounds", l’album dei Beach Boys che fu tra i grandi amori del Manson giovane non ancora Satana. (Immagino cosa potrebbe dirne Ceronetti: ecco un limpido caso di dissimulazione diabolica, ecco Manson astutamente avvolto nelle pieghe della storia rock e fatto diventare normale).

Il più smaccato ammiratore di Charles Manson è da anni Brian Warner, leader dei Marilyn Manson, l’Antichrist Superstar che non solo ha preso il cognome dal diabolico maestro ma ha onorato anche il suo efferato luogotenente, Charles “Tex” Watson, campionato in "Beautiful People". L’idea di fondere in una sigla la Bella e la Bestia dell’immaginario collettivo del Novecento è tanto ripugnante quanto geniale. Non so quando sia avvenuto quel matrimonio del cielo e dell’inferno ma posso azzardare chi ha celebrato le nozze: Watson appunto, l’uomo che quarant’anni fa resse il coltello di Manson e che oggi, passato tanto sangue sotto i ponti e “perdonato da Dio”, come gli piace dire, è un Cristiano Rinato fondatore di una propria chiesa. Anche Susan “Sadie” Atkins ha imboccato la via del ravvedimento, fin da quando nel 1977 pubblicò l’autobiografia con il trasparente titolo di "Child Of Satan, Child Of God". Sadie ha richiesto più volte la libertà vigilata, l’ultima nell’aprile 2008, e di fronte ai ripetuti dinieghi oggi si dichiara “prigioniera politica”. È molto malata, ha un tumore al cervello allo stadio terminale che le è già costato l’amputazione di una gamba. Perfino il grande accusatore Vincent Bugliosi si è detto non contrario alla sua liberazione, giustificando il parere con gli alti costi delle cure e della vigilanza a cui la detenuta è sottoposta e chiedendosi se il fatto che Susan Atkins non mostrò alcuna pietà per le sue vittime possa giustificare lo Stato a non avere pietà per lei.

Difficili interrogativi, dubbi e ravvedimenti che non toccano la figura di Manson e le sue sataniche certezze. Il comandante è l’ultimo a lasciare la nave e la nave è approdata nell’unico porto sicuro che l’uomo conosce: la prigione. Charles Manson ha trascorso più di 50 anni dei suoi 74 in una cella. “Mia madre è la prigione. Mio padre è il vostro sistema. Io sono ciò che voi mi avete fatto. Sono solo un vostro riflesso.”


(per gentile concessione dell'autore)

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