“Sign o’ the times”: il genio di Prince al cinema

“Sign o’ the times”: il genio di Prince al cinema

Balla strisciando sulla schiena, suona chitarra elettrica e acustica, piano, organo e batteria. È ammiccante e oltraggioso, fa spaccate alla James Brown, guida la band in una miscela favolosa di rock, funk, pop e jazz. È un Prince irrefrenabile e al culmine dei suoi talenti quello mostrato da “Sign o’ the times”, film-concerto del 1987 che, restaurato digitalmente, sarà nei cinema italiani per due giorni, martedì 21 e mercoledì 22 novembre (qui l’elenco delle sale). Non è solo il souvenir di una tournée strepitosa, che portò il musicista a esibirsi per la prima volta in Italia. È anche la testimonianza della grandezza dell’artista scomparso un anno e mezzo fa e la prova di quanto sia cambiata l’idea stessa di film-concerto negli ultimi trent’anni.

Adorando “Sign o’ the times” e considerandolo uno dei grandi dischi di Prince, si tende a dimenticare che negli Stati Uniti non fu un successo paragonabile a quello dei lavori precedenti. Il boom di “Purple rain” del 1984 si era rivelato irripetibile e i dischi successivi – “Around the world in a day”, “Parade” e per l’appunto “Sign o’ the times” – vendettero progressivamente meno. Come se non bastasse, nel 1987 Prince andò in tour solo nell’Europa continentale. Fu deciso di filmare a beneficio del pubblico americano i suoi concerti in Olanda e in Belgio nel giugno 1987, tre settimane dopo le quattro date al Palatrussardi di Milano. La resa insoddisfacente delle riprese portò il musicista a replicare il concerto sul palco dei Paisley Park Studios, con Albert Magnoli dietro la camera. Col risultato che le performance sono un misto fra concerto dal vivo e sua ricostruzione in studio, canzoni sincronizzate in playback e immagini artificiose del pubblico in festa. E insomma, “Sign o’ the times” non è un film-concerto pensato come testimonianza fedele di una serata, come lo immagineremmo oggi, nel 2017. È, piuttosto, un’immersione in un mondo, con immagini e musiche abbondantemente ricreate fra Paisley Park e Sunset Sound Studios. È un pezzo d’immaginario di Prince con un accenno di narrazione e una compenetrazione fra vignette recitate e girate a parte, sketch creati sul palco e naturalmente grande musica. Il film uscì nel novembre 1987, senza grande successo. Negli Stati Uniti non è mai stato pubblicato in DVD, ma solo in VHS, diventando una rarità.

Era un periodo tumultuoso per Prince. Sciolti i Revolution, si faceva accompagnare da una nuova band: il chitarrista Miko Weaver e il bassista Levi Seacer Jr; i tastieristi Dr. Fink e Boni Boyer, quest’ultima dotata di voce soul che tira fuori in “Forever in my life”; la batterista Sheila E; il sassofonista Eric Leeds e il trombettista Atlanta Bliss; i ballerini/attori/coristi Wally Safford, Greg Brooks e Cat Glover. Quest’ultima è la co-protagonista del film. Non è solo al centro di una sorta di triangolo con Prince e Brooks. Il suo corpo è esibito e scrutato per l’intera durata del film, fulcro del desiderio sessuale che è uno dei temi del concerto. È un peccato non poter vedere e ascoltare questa band alle prese con canzoni suonate in tour e non tratte da “Sign o’ the times” come “Purple rain”, “1999”, “Let’s go crazy” e “When doves cry”.

Il palco che si sviluppa in verticale è una sorta di riproduzione in 3D della copertina di “Sign o’ the times”, un quartiere di una qualche città americana o europea, i profili dei palazzi punteggiati da insegne luminose, locali dove si beve e si suona, un immaginario coloratissimo, alla Spike Lee. È perfetto per una musica che viene dalla strada. Ed è un piacere riascoltare le canzoni di “Sign o’ the times” riarrangiate per la band, mentre su disco erano suonate quasi interamente da Prince. In più, s’ascoltano lo strumentale “Now’s the time” dal repertorio di Charlie Parker e un accenno a “Little red corvette”, unica canzone originale non tratta dall’album dell’87. Sebbene la narrazione sia appena accennata – vediamo storie di gelosia, litigi, una fidanzata che va a prende il suo uomo al bar, sguardi maliziosi, gente che gioca a dadi per strada – il “Sign o’ the times” immortalato nel film è uno spettacolo quasi teatrale più che un concerto tradizionale. È materiale ampiamente rimaneggiato, con addirittura varie tipologie audio-video che s’alternano, con le immagini sgranate del video di “U got the look” con ospite Sheena Easton piazzato in mezzo all’esibizione e il finalone di “The cross” che con “Forever in my life” dona allo spettacolo un vago afflato spirituale dopo tante canzoni giocate sui temi dell’amore e del sesso.

A trent’anni di distanza da quei concerti che per molti rappresentarono un’autentica folgorazione, il progetto “Sign o’ the times” sembra quasi il seme, gettato da un musicista geniale, da cui è germogliata la moderna black music. L’eclettismo stilistico, il soggettivismo, il suono scarnificato, la preponderanza dei ritmi, la compenetrazione fra tracce “naturali” e “sintetiche” sono elementi tipici del doppio del 1987 che hanno anticipato i tempi. Quel che rendeva Prince speciale, e che il film mostra benissimo, era il suo enorme talento di musicista e capobanda e intrattenitore. Stupisce la stramba presenza sua e dei suoi complici. “Sign o’ the times” è uno show musicale gioioso e colorato, popolato da autentici freak. Il pop nel 1987 era anche questo.

(Claudio Todesco)

Dall'archivio di Rockol - "Sign o' the times" di Prince: 5 curiosità sull'album e il tour
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