L'educazione pop, Sanremo, gli anni '80 e 'vivere col 'volume a 11'': Max Pezzali si racconta in 'Canzoni alla radio' - VIDEOINTERVISTA

L'educazione pop, Sanremo, gli anni '80 e 'vivere col 'volume a 11'': Max Pezzali si racconta in 'Canzoni alla radio' - VIDEOINTERVISTA

Quando ha iniziato a fare questo lavoro aveva venticinque anni: adesso ne ha cinquanta - li compirà tra pochi giorni - eppure ha ancora voglia di vivere "col volume a 11", come insegnava Nigel Tufnel in "This Is Spinal Tap". "E' quello che ero, e in fondo è quello che sono ancora", racconta Max Pezzali - citando il leggendario mockumentary del 1984 diretto da Rob Reiner - con sullo sfondo la vista dello skyline milanese offerta dagli uffici della sua casa discografica: "Cerco sempre di essere più tamarro di quanto la mia condizione non mi consenta: voglio spingere sempre di più, nel volume della vita".

L'occasione è la presentazione di "Canzoni alla radio", curioso progetto discografico a metà tra album di inediti - ce ne sono sette, "più un remake - che è qualcosa più di un semplice remake, di "Tutto ciò che ho" - e compilation celebrativa. "L'idea era quella di raccontare una storia, non di pubblicare una raccolta", racconta il già leader degli 883: "Poi ci siamo accorti che gli inediti erano legati da un fil rouge ai pezzi di repertorio, e questo fil rouge era la radio. Perché io, per la radio, provo un'autentica fascinazione: è stata fondamentale nella mia educazione musicale, prima da ascoltatore poi da artista. Io vengo dal post punk e dalla new wave: se ho scoperto e apprezzato il pop, è solo merito della radio".

Pezzali non ha voglia, però, di celebrarsi: "Tra rievocare il passato e guardare il futuro, il preferisco sempre la seconda opzione", ammette lui, "Però dopo venticinque anni qualche concessione ci sta. Il tema di 'Canzoni alla radio' è il parallelismo tra passato e presente. Il presente lo racconto attraverso il sette inediti". Come "Un'estate ci salverà", "che è stato il mio tentativo di registrare un brano estivo contro le regole del brano estivo istituzionale. Io e Pier Paolo [Peroni, il suo storico produttore, ndr] volevamo scrivere una canzone estiva priva, però, dell'ottimismo tipico e scontato dell'estate. Avevo questo appunto sonoro sul Soundcloud di Maurizio [Carucci, suo collaboratore, ndr] degli Ex-Otago, e da lì siamo partiti".

C'è poi "Duri da battere", il brano registrato con Nek e Francesco Renga che tirerà la volata al tour che, in prevendita, ha già staccato la bellezza di 70mila biglietti: "Per il video coi Manetti Bros. - che sono degli amici, prima ancora che dei collaboratori di fiducia - ci siamo divertiti moltissimo. James Bond non poteva farlo che Francesco, che ha il physique du rôle, oltre a essere l'unico single, e quindi potersi permettere di flirtare - seppure per finta - senza rischiare di non venire scuoiato vivo dalla prima compagna. Filippo era perfetto per il suo ruolo dinamico da agente segreto alla 'Mission: Impossible'. Per quanto mi riguarda, il ruolo da Indiana Jones mi calzava a pennello: perché, in fondo, io mi ci trovo nel ruolo dell'esploratore e archeologo". E se per un featuring del genere potesse scegliere dei colleghi internazionali? "Dato che sognare non costa nulla, e che se proprio si deve sognare è meglio farlo in grande, direi che mi piacerebbe avere al mio fianco qualche idolo di gioventù, come Bruce Springsteen o Tom Petty, che purtroppo ci ha lasciati di recente. Però anche le giovani leve del country mi piacciono, come Brad Paisley ed Eric Church: sì, sceglierei un cantastorie americano, perché a me piace chi racconta una storia".

Pezzali è attentissimo all'attualità del mondo - musicale e non - che lo circonda. "E' il bello di avere la mia età: puoi sfruttare al meglio le innovazioni tecnologiche con la maturità e l'impostazione di chi è nato nella seconda metà del secolo scorso", dice lui, uscito dall'infanzia negli sfolgoranti - o famigerati, a seconda dei punti di vista - anni Ottanta. "Non sono mai passati. Anzi, non passeranno mai, dato che ormai si recuperano a ritmo quasi semestrale, e 'Stranger Things' ne è la dimostrazione", spiega lui: "La ragione c'è: gli anni Ottanta hanno visto nascere l'idea della pop culture moderna, consumismo musicale incluso. Sono stati prodromici, per certi versi, a quanto stiamo vivendo ora. Fatta la tara delle differenze tra Europa e America, in quel periodo l'estetica discutibile ha iniziato a diventare iconica. Pensate alla geek culture: i nerd, che come figure sociali sono nati negli anni Ottanta - ma come sfigati - oggi non solo sono stati sdoganati, ma guidano il mondo. Poi, certo, musicalmente possono essere anche stati anni di merda, soprattutto per chi - come me - veniva dagli anni Settanta. Ma anche sotto questo punto di vista la rivoluzione è iniziata lì: Bruce Springsteen, per esempio, ha registrato 'Nebraska' con un quattro piste su cassetta, lanciando l'idea dell'home studio. Adesso, se ci pensiamo, è normale: tre quarti dei dischi che finiscono in classifica sono registrati con un laptop. Alcuni, addirittura, con un tablet o con un telefono. Negli anni Ottanta ha debuttato la tecnologia MIDI, che ha permesso a molti di ricreare negli home studio suoni che solo fino a pochi anni prima erano appannaggio solo delle grandi produzioni".

"Canzoni alla radio" vive, e respira, le differenze create dal tempo che passa: "'Rotta per casa di Dio', oggi, non avrebbe più senso, perché ci sono i navigatori, e tutto il testo della canzone si risolverebbe in un 'Ci vediamo là'. Però è inevitabile: una canzone ha un senso nei tempi nei quali è stata scritta, e - soprattutto - rispetto a chi li ha vissuti, quei tempi. Però ci sono canzoni che non invecchiano, come quelle d'amore: 'Come mai' la trovo ancora attuale, perché il sentimento è universale e senza tempo. Lo so, sembra una cosa da 'Cuore' di de Amicis, però è vero. E non è per nulla scontato: pensate che oggi le epoce, ormai, si misurano di cinque anni in cinque anni. Per la velocità alla quale cambiano le cose, soprattutto discograficamente parlando, il 2013 - ormai - è più o meno due ere geologiche fa".

Last but not least, l'affaire Sanremo: per i big con un disco in uscita - e un tour alle porte - un passaggio sul palco del teatro Ariston è quasi d'obbligo. Possibile che il trio di "Duri da battere" non abbia un progetto in tal verso? Max ci ride sopra: "A me non dicono mai niente, perché hanno paura che mi lasci prendere e dica cazzate. Quando mi hanno fatto notare che il nostro tour aveva uno spazio libero in corrispondenza del Festival ho chiesto a Filippo e Francesco se loro ne sapessero qualcosa... Io con Sanremo non ho mai avuto un buon feeling [nel '95, con gli 883, arriva ottavo con 'Senza averti qui' - ma quinto con una sua canzone cantata da Fiorello, "Finalmente tu"; nel 2011, come solista, non si qualifica nemmeno per la sessione finale con 'Il mio secondo tempo'. ndr], ma se fossi in Ferdinando Salzano [ad di F&P Group, produttore del tour di 'Duri da battere' e dei tour dei maggiori artisti italiani, ndr] un pensierino ce lo farei...".

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